Frammenti - Luigi Albano

Luigi Albano
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La Conversazione

Luigi Albano - edizioni digitali opere di pubblico dominio che corrono il rischio di essere dimenticate.
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LA CONVERSAZIONE

Il parlare guasta la conversazione, dice un proverbio inglese; e questa sentenza porge idea ad un tempo sul carattere taciturno dell'altero britanno, e sull'indole della sua lingua, che non si presta molto alla dolce espansione dell'amicizia, e al conversare allettante.
Il vero spirito di conversazione appartiene propriamente ai Francesi, quantunque anche gli Italiani possono vantarsi di non ceder loro per riguardo almeno all'acutezza delle idee. Ma in che consiste quell'amabile conversare, di cui anche in Francia però i modelli vanno divenendo di giorno in giorno più rari? Consiste nel saper sfiorare in breve con brio e leggerezza venti soggetti; nel conciliare, senza sforzo, gli oggetti tra loro più vari; nel dilucidare con una sola parola le quistioni più astratte; nel delineare in un minuto un carattere; nel lasciarsi sfuggire quegli scherzi ingegnosi, che passano di labbro in labbro, e si ripetono in tutti i crocchj; nelle censure adombrate in sembianza di elogio, e spiritose allusioni; nel discutere con giovialità gli argomenti più serii, e con leggiadria i più frivoli, mescendo senza affettazione la moda e la politica, la maldicenza e la letteratura.
Fra i difetti che guastano la conversazione, i principali sono: il despotismo nelle opinioni, i lunghi racconti e la mania di brillare. Io non odio le contraddizioni, esse sono talvolta l'alimento necessario delle conversazioni; «les contradictions, diceva Montaigne, ne m'offensent ni ne m'alterent, elles m'eveillent seulement et m'erercent. » Le discussioni che ne susseguono, per quanto vivaci, da persone educate non degenerano giammai in aspre contese, fanno anzi brillare l'ingegno, e non dispiacciono a nessuno se sieno decentemente, e soprattutto brevemente agitate. Ma sonovi taluni, che per stoltezza o per vanità, sembrano aver studiato l'arte di contraddire, negano i fatti, non ammettono l'esperienza, disputano contro la ragione, e pretendono smentire la realtà.
I gran parlatori non sono meno formidabili dei despoti dell'opinione. Il parlar continuo è difetto comune ai letterati, agli scienziati ed a begli spiriti. Da per tutto ov'essi vanno, credono di essere in rappresentanza, e di dover sostenere l'idea della loro individuale loquacità. Parlando appunto d'uno di questi ciarloni, Voltaire diceva:
cet homme assurement n'aime passe le dialogue.
Infatti il dialogo è propriamente quello che sostiene la conversazione. L'uomo che ascolta vuol essere anche ascoltato; si restituisce ciò che si riceve; il dialogo è un cambio, un commercio, un giuoco.
Ma dov'è il giuoco, il commercio di idee quando si tratta di questi grandi parlatori? Tutto è per essi, essi non danno ascolto a nulla, neppure allo bisbigliare d'impazienza, che a malgrado dell'urbanità, si fa intendere sovente contro gli eruditi loro divagamenti. Essi non veggono nulla, e nè anche gli sbadigli repressi degli ascoltanti che sono in procinto di addormentarsi. Costoro hanno, in generale, poco criterio, ma molta memoria, conoscono tutto, tranne le buone costumanze della società. Gli uni fanno lunghe disertazioni intorno una scoperta che non interessa chicchessia; gli altri raccontano una lunga storia che tutti già sanno a memoria. Non conosco nulla di più insopportabile, che di udire per lungo tempo il suono della stessa voce, e di aver sempre fissi gli occhi sulla stessa persona. È noto che l'abate Raynal era prolisso parlatore; un'altro dello stesso conio essendosi trovato con esso nella medesima conversazione, credendo bene di non dover assoggettarsi al silenzio, disse a un suo vicino: «Se l'abate si soffia il naso, è perduto! »
Non annoiano meno anche coloro che vanno tribolandosi il cervello per immaginare un insulso giochetto di parole, o un insipido scherzo o altre simili freddure; odo da lungo tempo ripetere che la moda delle freddure è passata; ciò nondimeno quelli che le denigrano sono i primi a coltivarle e sciorinarne ad ogni momento. Da queste osservazioni si dovrebbe conchiudere, senza tema d'ingannarsi, che non il parlare, come dicono gli Inglesi, ma la mania e l'esagerazione del parlare guastano la conversazione.

(anno di pubblicazione 1855, autore non noto)


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La cartomanzia

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In altri tempi la cartomanzia non era conosciuta; fioriva allora invece la chiromanzia, la pretesa scienza colla quale speravasi di indovinare le sorti dell'uomo dall'ispezione dei segni impressi sulla sua mano.
Essa risale a tempi antichissimi, e taluni con stolta interpretazione vollero che a lei si accennasse in quelle parole del Giobbe: Deus in manu omnium hominum signat, ut noverint singuli opera sua.
Aristotile parla della chiromanzia: Artemidoro Efesio ne scrisse un trattato, e nei tempi a noi più vicini molti non oscuri matematici e filosofi se ne fecero propugnatori. Nessuno più del Cardano sostenne essere le pieghe delle dita della mano in relazione strettissima con i pianeti allora conosciuti.
Ma s'agitava la gran questione se dovesse consultarsi di preferenza la mano sinistra o la destra; i più famosi maestri dell'arte stettero per la prima, perciocché la seconda, più esercitata ai lavori e più esposta alle esterne violenze, poteva talvolta indurre in errore con segni che fossero effetto di cause accidentali.
Secondo i chiromanti la mano più acconcia per farvi sopra un accurato studio è quella che è tanto larga quanto è lungo il dito medio. Una mano corta e grossa è, secondo essi, indizio d'ingegno ottuso; una troppo lunga e affilata, di corto intendimento e d'istinti rapaci.
Le dita che rientrano verso la palma denotano propensione all'avarizia ed alla frode; quelle che hanno opposta piega indicano prodigalità e animo semplice; quelle che sono grosse, uniformi alla radice e alle punta mostrano singolare bontà e dolcezza di cuore.
L'esame particolareggiato della mano si faceva sopratutto notando le linee che ne rigano la pelle, le quali chiamavano solchi, e i rialzi che si dicevano montagne.
Le linee principali erano cinque, le montagne sette, in onore dei sette pianeti.
La linea della vita è quella che dalla radice dell'indice scende, abbracciando la base del pollice, fino all'articolazione della mano. Quando una linea è lunga, uguale, ben colorata, annunzia, secondo i chiromanti, vita esente da mali e coronata da felice vecchiaia; quando è tagliata da linee trasversali, indica malattie e Sventure.
Le altre linee chiamavansi dello spirito, della felicità, della congiuzione, del triangolo, e avevano tutte il loro significato, come può veder chi fosse vago d'apprenderlo nelle opere di Coclite, di Cardano e d'altri.
E lo stesso dicasi delle montagne, tracciate dall'immaginazione dei chiromanti e poste sotto la protezione di Giove, Saturno, Venere, Marte, Diana, Mercurio, ecc.
Altri indizi eziandio traevansi dalle linee delle giunture e dalle unghie, intorno ai quali sarebbe opera perduta dilungarsi, bastando notar qui brevemente che le macchie biancastre sulle unghie si tenevano come indizio di futuri avvenimenti spaventosi, le livide di pericoli imminenti, le rosse di ferimenti e d'ingiustizie, le bianche affatto di felicità.

(articolo pubblicato in La Valigia, 6 gennaio 1889)


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Ascoltare musica a 432 Hz.

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Secondo Richard Huisken, la musica accordata a 432 Hz è più morbida e luminosa, offre una maggiore chiarezza ed è più facile per le orecchie. Molte persone sperimentano stati più meditativi e rilassanti del corpo e della mente quando ascoltano tale musica, 432 Hz sembra funzionare nel chakra del cuore, "il sentimento", e quindi potrebbe avere una buona influenza sullo sviluppo spirituale dell'ascoltatore.

La sintonizzazione a 432 Hz libera la tua energia e ti porta in uno stato bellissimo, dove il relax è naturale.

Secondo Ananda Bosman, ricercatrice e musicista internazionale, gli strumenti arcaici egiziani che sono stati portati alla luce sono in gran parte sintonizzati su A = 432Hz.

Gli antichi greci accordavano i loro strumenti prevalentemente a 432Hz. All'interno degli arcaici Misteri Greci, Orfeo è il dio della musica, della morte e della rinascita, ed era il custode dell'Ambrosia e della musica della trasformazione, i suoi strumenti erano sintonizzati a 432Hz.

Jamie Buturff, ricercatore del suono, ha scoperto che alcuni monaci tibetani usavano questa accordatura nei loro strumenti fatti a mano.

Questa sintonizzazione musicale può essere trovata in varie religioni e culture del mondo antico, ancora oggi, molti musicisti riportano effetti positivi dalla risintonizzazione a 432 Hz, come una migliore risposta del pubblico e una sensazione più rilassata delle loro esibizioni.

432Hz ti unisce con l'armonia universale, questo tono musicale è collegato ai numeri utilizzati nella costruzione di una varietà di opere antiche e luoghi sacri, come la Grande Piramide d'Egitto.

432Hz è basato sulla natura e quindi genera effetti salutari tra gli ascoltatori, porta armonia naturale ed equilibrio della terza dimensione e ti connette con una coscienza superiore.

L'energia pura e pulita di 432Hz rimuove il blocco mentale e apre la strada a una vita più appagante, non buttare via la loro conoscenza, l’accordatura universale e naturale dei 432Hz è in attesa di essere scoperta da te.

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Antichità greche e romane, ACERRA

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ACERRA

Scatoletta quadra con coperchio (arca turalis, Serv. ad Virg. AEn. v. 745.) la quale conteneva l'incenso di cui si faceva uso nei sacrifizii (Acerra turis custos. Ovid. Met. XIII. 703. Horat. Od. III. 8, 2.).

L'illustrazione è copiata da un basso rilievo del Museo Capitolino in Roma, sul quale sono scolpiti parecchi arnesi adoperati nei sacrifizii.

L'incenso non si bruciava nella acerra stessa, ma la scatoletta era portata all'altare da un assistente del sacerdote, come si vede nell'annessa figura, copiata da un basso rilievo in Roma. L'assistente porta nella mano sinistra la scatoletta, nella mano destra un vaso per versare le libazioni di vino (capis), e sopra il braccio sinistro
la pelle di una vittima. L'incenso, quando conveniva usarne, era tratto fuori dalla scatoletta, e sparso sull'altare ardente, la qual cosa si diceva libare acerra (Ov. Pont. Iv. 8. 39. Pers. Sat. II. 5°).

Secondo Festo (s. v.), si dava lo stesso nome a un altarino portatile posto dinanzi a morti, e sul quale si bruciava l'incenso.

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Dove si parla di scienze occulte, di stregoneria, di magia, di filitri amorosi, e d'altre superstizioni.

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Tags: scienzeoccultemagiafiltrimorosistregonerie

Moriva a Milano una vecchia centenaria, lasciando dietro di sè il cospicuo patrimonio di oltre centomila lire adunato a mezzo di una professione, la quale, a rifletterci seriamente, non dovrebbe fluitare che il ridicolo e la miseria.
Quella vecchia centenaria si era arricchita esercitando la stregoneria, la cartomanzia, predicendo la buona ventura alle ragazze ed ai giovani innamorati, interpretando i sogni, indovinando l'avvenire col sussidio delle carte da giuoco e delle tavole cabalistiche.
Non vi é in Italia città o borgo di qualche rilevanza ché non abbia le sue fattucchiere e i suoi negromanti più o meno autorevoli, più o meno accreditali.
La plebaglia idiota ricorre alle zingare, ai tiratori di carte; la classe nobile, la classe colta presta fede al magnetismo.
I re della terra discendono dal trono e lasciano furtivamente la reggia per consultare gli oracoli di Mesmer. Home, il famoso medium americano, ò invitato alle Tuileries ed ha la soddisfazione suprema di far impallidire un'assemblea di principi e di ministri, evocando le ombre dei trapassati.
Nella nostra miseria e nella fatuità del nostro orgoglio consiste il segreto, la necessità di tutte le nostre superstizioni.
I dolori che ci investono da ogni lato, i pericoli che ci minacciano, le disgrazie, le malattie, il terrore della morte, l'ansia perpetua di migliorare la nostra condizione; ecco ciò che ci spinge a interrogare il futuro, ad esplorare, per quanto ci è dato, i segreti del destino.
La ragione ci grida: i tuoi sforzi sono vani, le tue illusioni sono una menzogna.
Non giova; l'istinto è più forte della logica, le passioni resistono al disinganno. Il realismo che ci sta intorno', che pesa incessantemente sulla nostra esistenza,
che ci opprime colla sua mano di ferro, domanda un conforto alle illusioni.
Noi pretendiamo uscire ad ogni costo da questa cerchia fatale che ci serra; un raggio di consolazione e di luce. Potete voi eliminare la speranza dal vostro cuore? Il giorno in cui lo procretarsi; essa domanda un appoggio, una mano che la sorregge - e dove trovar questo appoggio questa mano?
eccovi la magia, la cabala, la chiromanzia, il sorteggio, la cartomanzia, il magnetismo — adunatene quanti volete dei nomi; uno ve ne ha che tutti li comprende: superstizione.
Ammesso questo bisogno, questo istinto, senza dubbio provvidenziale dello spirilo umano, voi vedete qual largo campo si apra, in ogni tempo o in ogni luogo, alla cjurmeria che vuol farne suo traffico.
Oggi i Cornelii Agrippa, i Cardano, il Grande e il Piccolo Alberto, Cagliostro, Casanova ed altri celebri mistificatori del passato vengono universalmente derisi e disprezzati come ciarlatani. — E nondimeno — credereste? — la loro scienza, che un tempo era l'oracolo dei grandi, predomina tuttavia nelle infime classi del popolo.
Con essa arricchiscono ai tempi nostri parecchie migliaja di streghe e di negromanti dispersi in sulla faccia della colta e civile Europa.
Sono ancora i medesimi principii, le medesime ricette, i medesimi riti.
I segreti del piccolo Alberto, che oggimai non sono più un segreto per alcuno 'dacché il libro, tradotto in tutte le lingue, si possa acquistare da tutti, — quei segreti costituiscono la scienza delle moderne fattucchiere e degli oscuri negromanti, che non osano sfidare il proscenio dei teatri o la luce delle grandi sale col titolo di magnetizzatori.
Questi segreti del piccolo Alberto non sono che il riassunto delle dottrine di Alberto il Grande, celebre filosofo Alemanno, nato nel 1205, astrologo e mago veneratissimo all'epoca sua.
Col piccolo Alberto alla mano, voi potete esercitare la professione da oggi a domani, e operare, a vostro beneplacito, i più insigni miracoli.
I negromanti e le streghe di Milano (alludo a quelli di bassa specie, che assomigliano in tutto ai negromanti ed alle streghe di Parigi, di Londra e delle altre città più colle dell'universo) scelgono ordinariamente il loro domicilio nelle vie meno frequentate, agli estremi punti della città.
La loro sala di consulto è un bugigattolo oscuro, tetro, affumicato e fetente; più spesso una tetra bottega, che si sprofonda come un sotterraneo.
La professione non esigo un corredo dispendioso.
Le fattucchiere del popolo sanno rendersi venerate e autorevoli col lusso della sordidezza — è un lusso che ciascuno può procacciarsi al massimo buon mercato. La spesa più considerevole é quella che si domanda pel mantenimento di quattro o cinque animali-demoni, o animali consultori, i quali ordinariamente sono un gatto, una berta, un rospo, una gallina e qualche volta un falchelto. Gli screpoli delle pareti forniscono gratis i grossi ragni, gli scarafaggi e gli scorpioni, animali di rara chiaroveggenza e molto influenti alla corte infernale.
Uno o due mazzi di grosse carte completano questi accessori della scienza cabalistica.
La sartorella e la giovane cameriera ricorrono il mattino a questi immondi delubri, colla mente sconvolta pei lunghi silenzi dell'amante, col cuore presago di perfidie.
È là che una vecchia portinaja viene furtivamente a narrare le sue visioni per dedurne i buoni numeri. È là che una donna scompigliata viene a chiedere piangendo la ricetta dei filtri amorosi per rassodare una fede vacillante, mentre una megera implacabile, irritata dall'abbandono, invoca i fascini potenti e i malefizii omicidi.
Oggimai la cartomanzia è divenuta una scienza universale. Ogni donna possiede il segreto di questa doppia vista che si ottiene dall'intreccio misterioso dei picche e dei cuori. Ma è vano sperare che il giuoco riesca senza la mano della vecchia, senza l'esorcismo gorgogliato fuori da quell'influsso onnipotente, che può solo emanare dallo sguardo di un falco e dalla bava fatale di un rospo.
È indarno che la mano di una vergine mescoli e rimescoli le carte — uno spirito agitato dalla passione non può leggere nel libro della cabala: — è provato da mille esperienze che, trattandosi di causa propria, anche lo stregone meglio favorito da Satana malriesce ai mistici intenti.
Non vi è modo da esimersi — anche pel sorteggio delle carte, bisogna ricorrere alla vecchia ed al mago — bisogna pagare. E d'altronde, che giova ad una fanciulla scoprire gl'inganni del fidanzato o gl'intrighi di una rivale, quando a lei non soccorra la scienza dei filtri e dei malefizii?
Io ne so qualche cosa di questi filtri e di questi malefizii. — Come ho detto più sopra, è sempre la scienza di Cardano, del Grande Alberto o di Leone
l'Africano che fa le spese di tali misteri.
Il filtro d'amore più potente, l'ippomane, tiene ancora il primo posto in commercio. Gian Battista Porta, dottissimo scrittore di scienze mediche e ciarlatano come molti de'suoi colleghi, ha stampato una lunga dissertazione sulle ammirabili proprietà di questo escrescenza carnosa che si presenta sulla fronte dei piccoli puledri e vien denominata l'ippomane.
È a deplorarsi che una tale escrescenza nessuno l'abbia mai rinvenuta sulla fronte di alcun poledro; ma ciò non impedisce alle streghe di farne uno spaccio considerevole a prezzi piuttosto elevati.
Io crederei sprecare il mio tempo riproducendo le strane ricette dei filtri amorosi, che si leggono nelle opere dei maghi sopraccitati, ed anche in altre di autori più gravi. Per dare un saggio delle attuali condizioni delle scienze occulte e delle dabbenaggini palesi, riferirò le ingenue confessioni di una ragazza che fu a visitare pochi giorni sono una famosa strega di Porta Ticinese per impetrare il segreto di un malefizio.
Questa ragazza appartiene alla classe delle operaje ed è, come tutte le sue consorelle d'arte, imbevuta delle più assurde superstizioni.
Mesi sono, avendola io incontrata mentre usciva dalla chiesa di Sant'Ambrogio, mi confidò di esser entratala dentro per vedere un serpente di bronzo, il quale, a dire di sua madre e d'altre persone autorevolissime, dovrà emettere dei sibili atroci il giorno del finimondo.
— Crede ella, mi diceva la buona ragazza che quel serpente fischierà davvero alla vigilia del Giudizio Universale? — Non è molto verisimile risposi
— ma io credo ch'egli non potrebbe astenersi dal fischiare se udisse dal vostro bel labbro una corbelleria di tal genere. — Alla sera mi provai a interrogare su tale proposito cinque o sei donnicciuole ch'erano adunate nel camerino della mia portinaja — e queste, vedendomi sorridere, mi diedero su la voce, ed oggi
mi ritengono un ateo.
Il serpente di Sant'Ambrogio, che ha da fischiare il giorno del finimondo, è una tradizione del popolo milanese che, in certi circoli, vuol essere rispettata.
Ma lasciamo il serpente e torniamo alla buona sartina. È duopo avvertire che, in onta delle più felici combinazioni dei cuori e dei picche, dei più lieti pronostici estratti dai numeri dell'oca pel soccorso perspicace di una lucertola; malgrado l'ippomane ed altri filtri, la poveretta si vide abbandonata dall'amante.
Il giorno in cui questi ebbe suggellata legalmente la sua perfidia maritandosi ad un'altra donna, nel cuore della derelitta l'amore cedette il posto alla più fiera indignazione ed ai propositi atroci della vendetta.
E non era tempo ch'ella vedesse chiaramente gl'inganni della esosa fattucchiera come pur troppo ella avea riconosciuto quelli del perfido amante?
— Nulla di tutto questo — la buonafede della superstizione è più cieca che non la buona fede dell'amore.
Per vendicarsi del perfido la fanciulla ricorse nuovamente alla sua strega.
Mi duole di far concorrenza alle patentate ministre di Belzebù; ma pure, non posso resistere alla tentazione di insegnare ai miei lettori il prezioso segreto della strega.
Studiatelo attentamente! — la buona ragazza che si piacque rivelarmelo vi è garante sulla propria esperienza della sua efficacia.
Volete vendicarvi di un perfido amante — Senza dubbio voi possedete una ciocca dei suoi capelli traditori. —
Orbene: procacciatevi un rospo di buona complessione, sano di corpo e di mente, e dotato per conseguenza di molta vitalità. Tagliate, colle debite precauzioni, la pellicola biancastra che contiene i suoi visceri, in guisa che questi sien messi allo scoperto; poi con un capello del perfido amante siringete in vari nodi il cuore dell'animale in guisa che non debba più sciogliersi per qualsiasi accidente.
Da quel nodo dipendono le vostre vendette. Una volta compiuta questa operazione, non vi resta che ricucire  e chiudere il vostro rospo in un cavo qualunque della cantina, dove egli probabilmente potrà vivere due o tre anni senza prendere verun alimento.
Non si domanda di più — il malefizio è compiuto.
Fino a quando il vostro rospo non avrà finita la sua esistenza di spasimi, fino a quando il suo cuore non avrà versato l'ultima stilla di sangue, anch'egli, l'infame che vi ha tradita, che ha calpestato i vostri nobili affetti, non avrà un'ora di pace e di bene a questo mondo.
Voi vedrete le sue guance ingiallire, i suoi occhi sprofondarsi, disseccarsi le sue ossa. Le sue notti saranno una convulsione, uno spasimo orrendo.
La moglie, i medici gli presteranno invano le loro cure.
Egli cercherà invano di scoprire l'origine del suo malessere, di indovinare il segreto delle proprie torture. Il segreto sarà là — nella vostra cantina — sepolto
fra due mattoni — e voi per gioire degli spasimi di un traditore, non avrete che a visitare il vostro rospo e notare i progressi della sua lunga agonia.
Voi vedete che il malefizio è molto semplice, e, quando la strega non c'entri, si può praticarlo con poco dispendio.
Vi furono tempi, in cui le donnicciuole si liberavano dall'artritide pronunziando le parole: "sista, pista, rista, xìsta"; vi furono tempi in cui si preveniva il pericolo della idrofobia ripetendo a bassa voce: Hax, pax, maxi
— Vi prego di trattenere le risa.
Perocché, studiando i segreti delle superstizioni popolari, voi potreste trovare oggigiorno qualche cosa di più ridicolo.
Noi proseguiremo questa conversazione prossimamente per farvi trasecolare coi nuovi fatti che vi andrò esponendo.

A. Ghirlonzoni, anno 1867


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la Bibbia ha copiato alcune storie da altre religioni o leggende?

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Sono molteplici le storie della Bibbia che presentano somiglianze con i racconti di altre religioni, leggende e miti.

Gli scribi giudei che misero mano alla stesura dell'Antico Testamento con molta probabilità lo copiarono dalle leggende dei Sumeri, che cominciarono ad apparire sulle tavolette d'argilla intorno al 2400 avanti Cristo.

''Similitudini sorprendenti'', sarebbero state individuate infatti tra il racconto della Genesi e una settantina di tavolette cuneiformi rinvenute durante gli scavi a Nippur, in Iraq, a circa 250 chilometri da Bagdad.

Le iscrizioni, relative alla descrizione di una mitologia sulla nascita del mondo, risalgono a un periodo che va con precisione dal 2450 al 1950 a.C., cioe' dal tempo della dinastia di Kish a quella di Isin.

Finora si era ipotizzato soprattutto che i primi undici capitoli della Genesi, quelli che vanno dalla Creazione al Diluvio universale fino alla Torre di Babele, fossero stati mutuati dagli estensori del testo biblico durante la cosiddetta Cattivita' Babilonese del popolo ebraico, attorno al VI secolo a.C., ritenendo quindi plausibile che certi concetti ed espressioni del primo libro del Vecchio Testamento provenissero da leggende babilonesi coeve alla schiavitù imposta dal re Nabucodonosor II.

Ma nuovi studi consentono invece di retrodatare di almeno duemila anni la contaminazione tra le tradizioni orali dei Sumeri e quelle del popolo eletto di Jahve'.

La nascita di Sargon è una di queste, la leggenda sumerica di Sargon è un testo letterario in lingua sumera. È composto da due testi, riuniti dai curatori Jerrold S. Cooper e Wolfgang Heimpel: TRS 73 (cioè AO7673) e 3N T296.

Le copie sopravvissute sono probabilmente di età paleo-babilonese (inizi del II millennio a.C.). Cooper e Heimpel ipotizzano che la vicenda possa essere stata delineata già all'epoca della Terza dinastia di Ur (fine del III millennio a.C.).

Un testo neoassiro (VII secolo a.C.) descrive la sua nascita e l'infanzia: « Mia madre fu scambiata alla nascita, mio padre non lo conobbi. I fratelli di mio padre amarono le colline. La mia città è Azupiranu, che è collocata sulle rive dell'Eufrate. La mia madre 'scambiata' mi concepì, in segreto mi partorì. Mi mise in un cesto di giunchi, col bitume ella sigillò il coperchio. Mi gettò nel fiume che si levò su di me. Il fiume mi trasportò e mi portò ad Akki, l'estrattore d'acqua. Akki, l'estrattore d'acqua, mi prese come figlio e mi allevò. Akki, l'estrattore d'acqua, mi nominò suo giardiniere. Mentre ero giardiniere, Ishtar mi garantì il suo amore e per quattro e […] anni esercitai la sovranità. » (Re 1907, 87-96).

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Epigrammi Indiani tolti dall' Hitopadeca

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  1. La scienza distrugge molti dubbi; svela ciò che è nascosto; essa è l'occhio del mondo; è cieco chi è privo di essa.
  2. Qual pro del nascimento di un figlio, nè savio, nè virtuoso? Qual pro di un occhio acciecato? un tal figlio è più che un mal d'occhi.
  3. Un padre che fa debiti è un nemico; è un nemico là madre che trascura i suoi doveri; un nemico è una moglie bella; un nemico è un figlio ignorante.
  4. Come il carro con una sola ruota non si muove dal posto, così il destino non assicura nulla agli uomini, senza il loro impegno.
  5. E molto bene che il padre e la madre istruiscano il loro figliuolo; la sola nascita non ha mai bastato a formare ed istruire alcuno.
  6. Bellezza, gioventù, nobiltà di natali non sono stimati senza il sapere, come il fiore di kimcuka, che non ha profumo, quantunque bello.
  7. I savii passano il loro tempo discorrendo di poesia e di scienza; gli sciocchi s'annoiano, dormono, si litigano.
  8. La condotta d'un uomo che non sa infrenare i suoi sensi, è simile al bagno di un elefante. La scienza senza l'opera corrispondente è un peso, come l'ornamento ad una donna che non è amata dal marito.
  9. Infinitamente diversi sono il corpo e le virtù; il corpo improvvisamente si dissolve, le virtù durano eterne.
  10. Il savio deve legarsi sulla terra solamente con quello che gli conviene; io sono il cibo, tu sei il divoratore; come dovrebbe nascere amicizia tea noi?
  11. Dove non vive nessun sapiente, anche un uomo di mezzano ingegno viene lodato; nel paese dove non crescono alberi, anche il ricino può passare per un albero.
  12. L'amore d'un tristo è simile ad un vaso di terra; si rompe facilmente e difficilmente si rimette insieme; l'amore d'un nobil uomo è come un vaso d'oro; si rompe difficilmente e facilmente s'aggiusta.

(Fonte: Angelo De Gubernatis, 1884)

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Favola del Panciatantra. Il re delle rane domanda l'aiuto di un serpente.

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In una certa vasca abitava una rana regina (il re delle rane) di nome Gangadatta.
Questa era molestata da' suoi agnati, salì dunque alla riva della vasca, e la abbandonò, pensando fra sè: In qualmodo posso io far del male a questi agnati? Pensando e ripensando, la rana regina (il re delle rane) vide un serpente nero, di nome Priyadarsana, nella sua tana.
Nell'osservarlo, pensò: Se io porto nella vasca questo nero serpente, io posso distruggere tutti gli agnati. Dopo avere ben considerato, s'accostò alla porta della buca e gridò: Vieni, vieni, Priyadarsana, vieni. — Il serpente, dopo avere inteso, pensò fra sè: Chi mi chiama non appartiene alla mia razza; perciò non ha voce di serpente. Eppure io non ho amicizia nel mondo con alcun altro essere. Perciò io rimango nella fortezza, finchè io non sappia chi egli sia.
Forse egli è un dotto di formole ed erbe magiche, che mi tende un agguato per acchiapparmi; o pure mi chiama alcun uomo per cagione di qualche uomo ch'egli odia. Quindi esso disse: Ohè! Chi sei tu? — Questi rispose: io sono la rana regina (il re delle rane), Gangadatta, e son venuto quà per far teco amicizia. — Avendo ciò inteso il serpente disse: Ah! questo non è possibile.
Da quando in quà la stoppa fa amicizia col fuoco? — Gangadatta rispose: Questo è vero purtroppo. Tu sei il nostro nemico naturale. Ma io vengo a te essendo disgraziato. — Il serpente aggiunse: Parla! Chi è cagione della tua disgrazia? — La rana rispose: I miei agnati. — Domandò il serpente: Dove è la tua abitazione? In un pantano, in un pozzo, in uno stagno od in un lago? Dimmi il luogo della tua dimora. La rana rispose: In una vasca. —
Il serpente disse: Io non ho piedi, non posso dunque recarmivi, ed anche se io mi reco colà, non vi è alcun luogo dove io possa rimanere e di là i tuoi agnati mettere a morte. Vattene perciò.
— Gangadatta aggiunse: Ah! vieni soltanto con me. Io ti insegnerò con un facile mezzo l'ingresso. Poichè vi è presso l' acqua una bellissima tana, tu puoi di là a tuo comodo impadronirti degli agnati.
— Avendo ciò inteso, pensò fra sè il serpente: Io sono già vecchio e spesso, costretto dalla fame, non riesco neppure a pigliare un topo. Perciò mi rallegra questo mezzo di sostenere la vita, che mi suggerisce costei per la distruzione della sua schiatta. Perciò io me ne andrò e mangierò quelle rane.
— Dopo avere così deciso, il serpente disse alla rana: Odi, Gangadatta, poichè la cosa è così, tu va' innanzi, perchè noi arriviamo al luogo. — Gangadatta disse: Odi, Priyadarsana, io ti condurrò facilmente e ti mostrerò il luogo. Ma tu devi risparmiare i miei partigiani; tu devi soltanto mangiare quelli che ti indicherò.
— Il serpente disse: Cara! ora tu sei diventata la mia amica. Secondo il tuo cenno, io mangerò i tuoi agnati. — Dopo aver così parlato, il serpente uscì dalla sua buca, abbracciò la rana e fecero la via insieme. Venuta sull'orlo della vasca, la rana regina guidò il serpente alla propria abitazione e di là gli mostrò un nascondiglio, indicandogli gli agnati.
Queste furono allora tutte senza eccezione divorate. Mancando quindi di rane, il serpente disse: Cara! I tuoi nemici sono intieramente distrutti. Ora, poichè tu mi hai portato quà, dammi alcun altro cibo.
— Gangadatta rispose, l'opera tua amichevole Ora è finita, perciò ora tu puoi partire.
— Il serpente rispose: Ohibò, Gangadatta, ciò che tu dici non è giusto. Come posso io andarmene? La buca che mi serviva di fortezza sarà ora stata presa da un altro. Perciò io rimango qui e tu mi darai ogni giorno una delle rane tue partigiane. Se tu non consenti, io le divoro tutte senza alcuna eccezione.
— Dopo avere inteso queste parole, Gangadatta pensò con grande spavento: Me misera, che cosa ho io mai fatto nel menar qua costui? Se io mi rifiuto, egli le divorerà tutte senza eccezione. Perciò io ne darò ogni giorno una, sia pure un' amica.
Dopo avere cosi deciso, egli consegnò sempre al serpente una rana amica; il serpente se la mangiò e quando non era osservato, anche parecchie altre.
Alfine però, quando le altre rane erano già tutte mangiate, il serpente mangiò lo stesso figlio di Gangadatta, Jamunàdatta.
Quando Gangadatta ebbe osservato che il figlio era stato divorato, gridò amorosamente: Ahimè! Ahimè! e non cessò un solo momento di lamentarsi. Perciò la sua moglie gli disse : Di che ti lagni, se tu stesso sei l'assassino della tua stirpe infelice? Ora, poichè la tua stirpe è distrutta, chi ci proteggerà?
Perciò pensa o alla tua fuga o ad un mezzo di uccidere il serpente! — Allora Priyadarsana gli disse: Cara! Ho fame. Tutte le rane sono distrutte.
Tu rimani. Perciò dammi qualche cosa da mangiare, poichè mi hai quà menato. — Il re delle rane disse: Amico, fin che io vivo, non darti pensiero. Se tu mi vuoi lasciar partire, io persuaderò altre rane che si trovano in altra vasca a recarsi quà.
— Il serpente rispose: Fin qui io non devo mangiarti, poichè tu mi sei fratello. Se tu fai quello che hai in mente, io ti onorerò come un padre. Perciò fa' pure quello che hai detto.
— La rana, ciò inteso, promesse a parecchie divinità sacrificii se la salvavano, e uscì dalla vasca per non fare più ritorno. (Fonte: Angelo De Gubernatis, 1884)

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Le rane sono paragonate ai brahmani (inno satirico del Rigveda)

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[image:image-1]Essendo state un anno a giacere, come brahmani fedeli ai voti, le rane levano la voce eccitata dalla pioggia (ossia dal Dio della pioggia, del temporale).
Quando le acque celesti cadono su di essa (ossia sulla rana simile a penitente), come su pesce asciutto giacente in uno stagno, come il muggito delle vacche stanti coi loro vitelli, delle rane il gracidare si leva concorde. Quando, venuta la stagione delle pioggie, piovve sopra di esse desiderose, assetate, come figlio al padre, l'una va all'altra favellante col fare akhkhàli ! L'una abbraccia l'altra quando sono entrambe inebbriate al cader delle acque sopra di esse, quando inondata, saltellante, la variegata mescola la sua voce con la verde; quando, l'una, ripete la voce dell'altra come la voce del maestro il discepolo; ogni membro di esse appare gonfiarsi, quando con voce potente parlano sopra le acque.
L'una di esse ha la voce di bove, l'altra voce di capra, l'una è variegata, l'altra è verde; portanti lo stesso nome sono d'aspetto diverso, e quando parlano in vario modo le voci loro foggiano.
Come brahmani nel sacrificio del soma àtiratra, intorno ad una conca piena favellano, questo giorno dell'anno, o rane, celebrate quando le pioggie incominciarono.
Come brahmani inebbriati dal soma, levarono la voce recitanti la loro annua preghiera, come i sacerdoti adhvaryu intorno al fuoco sudanti si scoprirono, nessuna rimase celata.
Custodirono l'ordine divino, l'annuo rito de' dodici mesi; questi uomini non l'alterarono; al compier dell'anno, all'arrivo della pioggia, le arse, le infuocate, arrivarono alla loro liberazione.
La voce di bove diede, la voce di capra diede, la variegata diede, la verde a noi diede tesori, le rane aventi dato cento vacche, prolungarono a noi la vita per mille anni. (Fonte: Angelo De Gubernatis, 1884)

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Mosè

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Pubblicato da in la storia biblica ·
Mosè scomparve a un dipresso come Romolo o Semiramide: il libro dei Numeri nulla dice della sua morte; ma nel Deuteronomio, compilato qualche secolo dopo, si racconta che prima di morire Dio lo condusse sul monte Abarim donde gli mostrò la terra di Canaan; che ivi il profeta intuonò un cantico di benedizioni al popolo, e che poi morì e fu sepolto da Dio stesso in luogo incognito, affinché gli Ebrei non lo adorassero.

Una leggenda rabbinica passata anche nei libri sacri dei Cristiani, soggiunge che nacque una disputa fra l'angelo Michele e il Diavolo intorno alla sepoltura di Mosè; ma che il secondo fu costretto a cedere.

Mosè fu incontrastabilmente uno dei più grandi uomini, e dovremmo forse ammirarlo di più se le sue gesta ci fossero conosciute con maggiore precisione storica.

La sola impresa di liberare il suo popolo dalla servitù egiziana debba essergli costata delle difficoltà straordinarie e la sua marcia intorno alla penisola del Sinai, framezzo un'orrida solitudine, attraverso valli, monti, precipizi, che ad ogni passo gli presentavano un ostacolo, dimostra in lui un senno, una arditezza, una perseveranza che ha poche pari, ed è piccola cosa al suo confronto la tanto celebre ritirata dei diecimila.

Forse egli per aiutarsi contro le sempre rinascenti difficoltà, contro la mormorazione e la riluttanza o lo scoraggiamento del popolo, fu costretto più di una volta a far intervenire la divinità, ma giammai una pia finzione fu adoperata a più lodevole fine; e non era meno un saggio antivedimento quello di non parlare egli stesso al popolo, ma di far parlare o il fratello od altri dei principali è più eloquenti onde comunicare al popolo i decreti che egli diceva di avere ricevuto da Dio e quello ancora di non mostrarsi in pubblico se non con il volto velato facendo credere che dal suo volto raggiava una tal luce che avrebbe abbagliato gli occhi altrui, e che quella luce gli era stata comunicata dal suo contatto con la divinità.

Sopra un popolo superstizioso e barbaro ancora, onde operare con efficacia vi volevano mezzi che imponessero all'immaginazione.

La sua nazione era piccola, divisa da rivalità di tribù e di famiglia e andava a stanziare fra nazioni più numerose, meglio ordinate, di una stessa lingua e di differenti costumi, per cui ella correva pericolo di essere tosto o tardi assorbita dall'una o dall'altra.

Ma egli per tenerla unita e per conservarle il suo carattere nazionale, e con esso i germi della sua indipendenza e della sua forza, la vincolò con una religione e con riti e con leggi così saviamente concertate, che se in quanto a moralità e a giustizia erano superiori a tutte le altre, la loro solidità non aveva termini di paragone con nessuna; perché resistette contro ogni corruzione umana, e contro l'edacità del tempo che tutto distruggere dopo trenta secoli sopravvivono oggi ancora e si sono identificate e diventarono il perno del cristianesimo e dell'islamismo le cui credenze sono abbracciate da circa due terzi del genere umano.

Intanto che le religioni dei Persiani, degli Egiziani, dei Greci, dei Romani, o più scientifiche o più pompose, dopo tanta gloria, sono scomparse senza lasciar traccia di sé e che quella stessa dgli Indiani, malgrado il suo splendido apparato metafisico, simbolico, rituale e letterario è ridotta ad una lettera morta, ultimo retaggio di Barbari che non hanno più né nazionalità, né libertà, né avvenire.

Nei figli di Mosè si verificò quel proverbio così acconciamente espresso da Dante:

Rade volte discende per li rami
L'umana probitate perché vuole,
Colui che puote, che da lui si chiami.

Da Sefora l'Etiopessa ebbe due maschi, Mosè Gersam ed Eliezer, che spariscono nell'oscurità la più compiuta.

Di Eliezer e della sua discendenza non si parla, intanto che si hanno compiuti cataloghi della discendenza di Aronne e dei suoi figlioli.

Quanto a Gersam, sembra che venisse a contesa con gli Aronidi a cagione degli uffizi pontificali a cui egli forse pretendeva e che ne sia nato qualche scisma.

Imperocchè troviamo che durante il periodo dei Giudici, alcuni Daniti si stabilirono a Dan nell'estremità settentrionale della Palestina, vi fondarono un santuario al tutto indipendente da quello del tabernacolo, che si mantenne in venerazione fino alla caduta del regno d'Israele, e di cui fu sacerdote Jonatan figlio di Gersam figlio di Mosè che lo trasmise in linea ereditaria ai suoi discendenti fino al tempo della cattività.

È vero che nel testo ebraico in luogo di Gersam figlio di Mosè, come legge la Vulgata, vi è Gersam figlio di Menasse; ma i due nomi Mosè e Menassè sono in ebraico scritti colle medesime consonanti, e la n che vi è di più nel secondo, sta sospesa a modo di una lettera aggiunta (Mnssè), il che è notato anche dai Masoreti, onde pare che qualche antico grammatico mal soffrendo lo scandalo di un nipote di Mosè diventato capo di un culto scismatico, vi abbia di suo capriccio fatta quella correzione che cambia il nome di Mosè in quello di Manasse.

Neppure di Sefora non si ha più notizia e si ignora persino quali furono i motivi che, per cagion sua, Maria sorella di Mosè promosse una sedizione contro il fratello.

(tratto dal Compendio Biblico, 1851) - immagine di Raffaele Sanzio incisore, anno 1832.

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Un po di numeri

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Mosè morì a 120 anni, di cui 40 li aveva vissuti alla corte del faraone, 40 nel deserto di Madian, e 40 come capo degli Ebrei.

Qui colgo l'occasione per far notare ai lettori la simpatia degli Ebrei per i numeri, tre, sette, dieci, dodici, quaranta, settanta: gli Orientali e in generale tutti gli antichi attribuivano a certe combinazioni numeriche delle qualità misteriose.

Il tre come unione dell'unità con la dualità, rappresentava la prima potenza.

Il sette come unione del primo quadrato (femmina) col primo dispari (maschio) era il generatore per eccellenza, quindi la creazione del mondo operata in sette giorni.

Il dieci, combinazione del ternario col settenario, il dodici il più divisibile fra i numeri, il quaranta e il settanta risultato del primo quadrato o del settenario moltiplicato per la decina, avevano ciascuno delle proprietà simboliche.

Presso gli Ebrei il quaranta occorre frequentemente per indicare una quantità indefinita o misteriosa e che non ha alcun rapporto col suo significato aritmetico.

Ed è in questo senso arcano o simbolico che bisogna prendere i 40 giorni che piovve sulla terra durante il diluvio, i tre volte quarant'anni della vita di Mosè, i quaranta giorni che stette con Dio sul Sinai, i quarant'anni degli Ebrei nel deserto e più altri.



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Trattato sui benefici della birra (anno 1891)

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Trattato sui benefici della Birra del Prof. C.A. Revelli, anno di pubblicazione 1891.

Nel significato ordinario della parola, s'indica con questo nome una bevanda alcoolica incompletamente fermentata ed ancora in fermentazione, ottenuta da una sostanza amilacea germogliata (orzo o frumento, più raramente riso, maiz, patate), o da una sostanza zuccherina (zucchero di fecola) in unione ad una sostanza aromatica.

Questa classica bevanda, il cui nome moderno deriva dal latino bibere, venne presso gli antichi chiamata cerevisia, in onore della dea Cerere, a cui si attribuivano le prime origini della bionda cervogia; di qui il nome francese cervoise, e quello tuttora in uso presso gli Spagnuoli di cerveza.

Un'oscura leggenda, riportata nei registri delle maestranze fiamminghe, attribuisce invece l'invenzione della birra ad un re delle Fiandre e del Brabante chiamato Gambrinus, il quale sarebbe vissuto 1200 anni av. C. ; ma l'esistenza di questo Gambrinus non è confermata dalla storia.

Vero è che l'immagine del preteso Gambrino, perpetuata con l'incisione dall'origine della stampa, ricorda i lineamenti di Giovanni.

Primo duca del Brabante, che regnò dal 1261 al 1304, ed il cui nome, latinizzato dal popolino delle Fiandre in Jamprimus, sembrò fatto a posta per dar forma di verità alla leggenda medioevale.

Preparata già dagli Egiziani, dai Greci ed anche dai Galli, con grano, avena ed orzo, la birra venne più tardi in uso presso i Romani, i quali la aromatizzavano con menta, oppio ed altre erbe.

Fabbricata e consumata dapprima su vasta scala essenzialmente nei paesi nordici, i quali, scarseggiando di vino e di sidro, ebbero sempre nella birra la loro bevanda di maggior consumo, essa tende oggigiorno a prendere il primo posto fra le bevande alcooliche più estesamente impiegate, e la sua fabbricazione va tanto più estendendosi quanto più scema ogni giorno, anche nei paesi più favorevoli alla vite, la produzione del vino, com
promessa attualmente da tante malattie e da così funeste crisi economiche; sicchè noi vediamo in questi ultimi tempi l'industria della birra fiorire eziandio nelle contrade meridionali d'Europa, ed acquistare una discreta importanza anche in Italia, senza poter dire però che le nostre fabbriche abbiano a raggiungere lo sviluppo e lo smercio della grande industria nordica.

Ci rimangono a dire poche parole intorno all'azione che esercita la birra sulle funzioni del nostro organismo in generale, azione che fu espressa bellamente in tre versi, dalla scuola Salernitana:

Grossos humores nutrii cerevisia: vires
Praestat, et augmentat cartiera generatque cruorem,
Provocai urinam, ventrem quoque moliti et inflat.

La birra infatti (Grande Encyclopédie, VI, pag. 788) è un alimento, mediocre se si vuole, ma i cui effetti nutritivi sono tuttavia superiori a quelli del vino: tale potere nutriente non trascurabile, la birra lo deve alle materie azotate ed ai sali minerali che essa contiene.

Sotto questo rapporto essa costituisce una buona bevanda per i convalescenti, i quali possono berne delle quantità rilevanti, senza ingerire delle dosi di alcool affatto inutili se pure non pericolose.

Egli è perciò che in certe malattie si impiega vantaggiosamente la birra come veicolo di speciali medicamenti (birra d'assenzio, birra antiscorbutica, ecc.).

E nota da gran tempo l'energica azione diuretica che può esercitare la birra sul nostro organismo; però questo stimolo protraendosi eccessivamente, può generare irritazione della mucosa uretrale, e forse anche della congiuntiva.

Finalmente (e questo sopratutto in ragione della relativa impunità con cui si possono ingerire quantità rilevanti di birra, e del fatto che generalmente la si beve appunto in queste condizioni), essa può determinare la grassezza e perfino l'obesità, la quale proviene da una parte dall'assorbimento dei principii alimentari, dall'altra, dall'accumulo delle grandi quantità di acqua che la birra contiene, e che debilitano l'organismo, e dalla tendenza alla sedentarietà determinata dall'assopimento speciale che questa bevanda provoca in quelli che ne abusano.

Questo senso di torpore che difficilmente raggiunge i caratteri della vera ebbrezza provocata dall'alcoolismo, è dovuto in massima agli alcaloidi contenuti nella birra normale, e specialmente alla luppolina del luppolo ed all'oppeìna (la quale sembra essere analoga alla morfina) ed in parte anche al l'acido carbonico.

Ingerita a grandi dosi ed in modo continuo, la birra può produrre la dispepsia, il torpore cerebrale o la vera cefalgia.

E' superfluo il notare che questi effetti vanno soltanto attribuiti alla birra pura, scevra di qualunque mistificazione; giacché gli effetti della birra adulterata variano considerevolmente, secondo la natura delle materie estranee aggiunte (bosso, stricnina, piombo, ecc.).

Un grande vantaggio della birra sulle altre bevande alcooliche consiste appunto nel suo debole tenore in alcool: questa è la cagione per cui l'alcoolismo per birra è un fenomeno fisiologico molto raro.

Abbiamo accennato alla presenza, nella birra normale, di alcuni alcaloidi.

Si è trovata (Suppl. Ann. 1885, pag. 57) alcune volte nella birra una sostanza analoga alla colchicina. Griessmayer ha dimostrato che la birra normale contiene un alcaloide liquido, la lupulina; certe specie di luppolo contengono anche della trimetilamina (Zeits. f. analyt. Chem,, t. 19).

Lo stesso Griessmayer ha isolato la lupulina dalla birra di Monaco perfettamente normale. La lupulina è un liquido di odore penetrante e stupefacente; ha reazione alcalina, sapore di liscivia, nauseabondo, ma non amaro.

Coi vapori di bromo diventa prima bianca, poi gialla; con l'acido solforico concentrato si colora in verde sporco, poi in bruno rosso.

Coll'acido fosfomolibdico dà un precipitato bianco che passa al giallo, e coll'aggiunta d'ammoniaca si colora in verde e si discioglie; con eccesso di ammoniaca si colora poi in azzurro, che con gli acidi passa al verde.

Nella ricerca della cicutina e della colchicina nella birra, bisogna procedere con molta cautela, poiché queste due basi hanno reazioni simili a quelle della lupulina.

Bibliografia:

I. Cartuyrels et E. Stammer, Traité completthéorique et pratique de la fabrication de la bière et du malt (Paris, J. Baudry ed., 1879) — Enciclopedia arti e industrie (Torino, Unione Tip.-Edit.) — Supplemento annuale Encicl. di chimica (Torino 1885, id., D. 2*) — Gli. Girard, Documents sur les falsifications des matières alimentaires, ecc. (Paris 1888) — A. Hilger, Vereinbarungen betreffsden Untersuchung und Beurteilung von Nahrungs-und Genussmitteln (Berlin 1885) — Dott. Fr. Bòckmann, Chemischtechnische Uutersuchungsmethoden des Gross-Industrie der Yersuchsstationen, und Haudelslaboratorien (Bier, dott. O. Mertens) (Berlin 1888) — A. Miintz, Meth. analyt. appliquées aux substances agricoles (Encycl. Chini. Fremy, Paris 18881 — G. Musso, La vigilanza sanitaria sull'annona, ecc. (Torino, Unione Tip. -Editrice, 1889) — Prof. E. Cantoni, Sull'industria dell'alcool, del cremore, dell'acido tartarico, nei rapporti cou l'agricoltura (Annali di agricoltura, Roma, Tip. Eredi Botta, 1889).


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Mosè, personaggio storico?

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte decima).

""le circostanze relative alla nascita e alla vita di Mosè fino all'uscita dall'Egitto non si possono ricevere per storiche; in quanto oltre al mirabile ed all'inverosimile di cui sono contornate, sono anche tanto vaghe o indefinite, che ben dimostrano non averle potuto il narratore attingere da nessun documento e sola sua scorta essere state le leggende che correvano ai suoi tempi, tramandate a memoria, o celebrate nei poemi, e trasformate dall'immaginazione.
Quanto a Mosè, noi lo riteniamo per un personaggio storico, e troppi motivi abbiamo per crederlo tale. Il suo nome è evidentemente egiziano, da mù o moy aqua e yses o oydsce salvo;  tutta volta Manetone scrittore alessandrino, che ebbe agio di consultare i per altro molto aridi documenti della storia egiziana, pretende che si chiamasse Osarsif e che fosse sacerdote di Osiride in Eliopoli od On.
Questa notizia sembra confermare che Mosè fosse stato allevato fra gli Egiziani e aggregato alla loro casta sacerdotale.""

Aurelio B.G., 1851 (Compendio Biblico). (Immagine Vikipedia)

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oro e argento prestato dagli egiziani

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte nona).

"Dicesi che per comando di Dio, gli Ebrei si facessero prestare dagli Egiziani vasi d'oro, d'argento e suppellettili ed altri oggetti preziosi, sotto il pretesto che ne avevano bisogno per i loro riti e che li avrebbero restituiti al ritorno. Dio dunque avrebbe comandato la truffa a titolo di compensazione occulta delle proprie fatiche.
Questa morale è condannata da tutti i buoni teologi, ma è approvata dai Gesuiti.""

Aurelio B.G., 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)

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il diluvio

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte  ottava).

""Nella storia del diluvio egli raccolse quanto la poesia tradizionale aveva conservato e abbellito con immaginose finzioni intorno ad una terribile inondazione che desolò alcune contrade e lasciò una profonda impressione che il tempo e la lontananza ornarono di favole.
Noè non sarebbe che un personaggio mitologico, o semi-storico; Sem, Cham e Jafet, non sarebbero tre individui rigorosamente storici, ma i tipi primitivi o i rappresentanti di tre grandi stirpi principali, che si suddivisero in numerose nazionalità.""

Aurelio B.G., 1851 (Compendio Biblico). (Immagine Vikipedia)


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la poca fecondità dei primi padri

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte settima).

""Ma oltre tante altre invero somiglianze, la Genesi ce ne somministra alcune che sono invero sorprendenti.
La prima sarebbe la poca fecondità dei primi padri malgrado la loro vita multisecolare; perché omesso che di Adamo non si nominano che tre figliuoli, e soli quattro di Lamech discendente di Caino, sebbene altri ne siano accennati in globo: un fatto assai positivo è quello di Noè che o non cominciò a generare se non a 500 anni, ovvero la prole da lui generata negli anni, anzi nei secoli antecedenti perì di malattie o in altro modo, perché all'età di 600 anni, quando entrò nell'arca, non aveva che tre figli, di cui Sem in età di 98 anni, e li altri minori di lui, ma già adulti perché avevano moglie: e nei successivi 230 che campò ancora non generò altra prole.
Sem che campò 600 anni non ebbe che 5 figliuoli maschi, Cham 4 e Jafet 7: i loro figliuoli non furono più prolifici.
Tare padre di Abramo in 205 anni di vita ebbe appena 3 figliuoli; e lo stesso Abramo che visse 175 anni, dalla prima moglie non generò che un figlio, dalla concubina un altro figlio, poi da una seconda moglie sei figli; ed è curioso che seguendo i dati biblici la fecondità cresce a misura che diminuisce la longevità: di modo che non è vero ciò dicono gli espositori, che Dio aveva conceduto ai primi padri una vita di molti secoli onde promuovere più prontamente la moltiplicazione della specie umana.""

Aurelio B.G., 1851 (Compendio Biblico). (Immagine Vikipedia)

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il diluvio

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte sesta).

""Invece una favola greca, ma di derivazione asiatica, narra che gli Dei essendo sdegnati contro la cresciuta malvagità degli uomini, deliberarono di sommergerli e che da quello sterminio universale si salvarono soltanto Deucalione e Pirra sopra una barca costrutta da Prometeo: e la favola di quest'ultimo ha un'intima relazione con quella dei Titani o giganti che mossero guerra ai Celesti e furono da Giove fulminati e sepolti nei cavi della terra, sotto le montagne. È incirca ciò che si legge nel libro di Enoch.
Un altro diluvio lo troviamo descritto nel Mahabhàrata antico poema indiano, il cui racconto somiglia molto a quello della Genesi.
Rutren il Dio del male vuole sommergere la terra; Visnù ne avvisa Satiavarti che si costruisce una nave, sopra cui s'imbarca colla moglie ed i figli e Visnù trasformato in un pesce gigantesco, serve da timone e guida la nave a traverso le procelle e salva Satiavarti colla sua famiglia che poi ripopola la terra.
Se la leggenda indiana sia originale e l'ebraica una copia, o quale delle due sia la più antica, o se entrambe derivino da una leggenda più antica di loro, è ciò che non saprei dire: ma ove non si voglia abdicare al buon senso, nessuno si persuaderà che il racconto della Genesi sia storico, né vorrà credere che Dio per punire l'umanità dalla corruzione in cui è caduta volesse ricorrere allo stolto espediente, più degno di un tiranno che di un essere giusto e intelligente, di distruggerla tutta quanta, per indi pentirsi di averla distrutta, come già si era pentito di averla creata; che si facesse a confabulare con Noè, che gli palesasse il suo pensiero, che gli suggerisse il disegno assai grossolano di fabbricarsi una cassa per ivi salvarsi colla moglie e i figlioli e con diverse coppie di tutti gli animali, che egli stesso chiudesse l'uscio della cassa, ed altre siffatte trivialità, che l'immaginazione poetica ed allegorica de' popoli primitivi ha potuto inventare, ma che a tempi nostri e col grado a cui sono ascese le cognizioni non è più lecito di spacciare sul serio.""

Aurelio B.G., 1851 (Compendio Biblico). (Immagine Vikipedia)

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Caino uccide il fratello

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte quinta).

""quando Caino uccise il fratello, nessuno dei due aveva moglie, né vi erano altri uomini, tranne loro e i loro genitori....Ciò nulla diremo egli suppone che la contrada ove abitavano fosse già altrettanto popolata; perché Caino, come omicida, essendo, secondo gli usi antichi, dichiarato fuori della legge e messo al bando della società, pure perché nessuno lo ammazzasse e lo togliesse alla propagazione della specie, Jehovà gli appose un segno di garanzia...Caino esulò dal paese di Eden, e andò a fondare una città che dal nome di un suo figlio chiamò Enoch...Ma come poté esistere una città così presto se gli abitanti della terra si riducevano tuttora a poche famiglie viventi di caccia, di pastorizia, e di un po' d'agricoltura? ...Questi dati sullo svolgimento progressivo della società e sui primi inventori delle arti escludono la notizia di un diluvio che sommerse la razza umana...Perché se il relatore avesse conosciuto questo grande avvenimento che doveva far scomparire tutte le invenzioni scoperte fino allora, tornava affatto inutile il ricordarci chi fosse il primo a fondare una società, o che trovò l'arte di lavorare i metalli, o che inventò i padiglioni, o gli strumenti musicali, o il primo che regolò il culto, mentre queste importanti invenzioni od istituzioni dovevano rimanere distrutte per effetto di un cataclisma che sovvertì tutta la faccia della terra, e non lasciò a ripopolarla se non se quattro uomini e quattro donne, i quali dovevano ricominciare da capo il corso faticoso dell'umano incivilimento.""

Aurelio B.G., 1851 (Compendio Biblico). (Immagine Vikipedia)

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la cacciata dall'Eden

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte quarta).

"""Nella Bibbia non si parla più di questo Eden né dei fiumi Pison e Ghihon, il che dimostra che non appartenevano alle cognizioni geografiche degli Ebrei, e che di straniera provenienza debba pur essere la leggenda...La frase biblica Eden mikedem, e più abbasso Kidmat-Eden, indica una regione orientale; e le successive leggende sul diluvio trasporterebbero la scena nel grande acrocoro dell'Armenia...La vita che traevano i primi padri era tale da annoiare in capo a pochi mesi qualunque coppia più innamorata di giovani sposi...Pare infatti che se ne annoiassero anche Adam ed Iscià...Perché nei primordi dovevano sentire il bisogno di essere indivisibili, e dove andava l'uno andare l'altro, e ciò che voleva l'uno volerlo anche l'altro; ma conviene credere che a poco a poco cominciassero ad essere meno vincolati, e a passeggiare separatamente: per lo che il serpente, il più astuto fra li animali, trovata un giorno la donna che era sola, si fece a ragionare con lei intorno ai frutti di cui era vietato il mangiarne, le rivelò il motivo di quella proibizione, la persuase a trasgredirla promettendole che ov'ella e il marito ne mangiassero, i loro occhi si sarebbero aperti ed e'si troverebbero eguali ad Elohim o agli Elohim...li cacciò dal giardino, e a custodire quell'albero pose un Cherubino (un mostro celeste) con una spada roteante fuoco, come a custodia dei giardini Esperidi stava un drago...

Aurelio B.G., 1851 (Compendio Biblico). (Immagine Vikipedia)

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la creazione

Luigi Albano - edizioni digitali opere di pubblico dominio che corrono il rischio di essere dimenticate.
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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte terza).

"""Quanto a Jehovà, egli c'è rappresentato come un grande e potente signore a cui viene la voglia di formare una coppia di esseri innocenti e felici, egli li colloca in una sontuosa sua villeggiatura ove si diletta egli stesso di passeggiare: li istruisce come debbono vivere, e di ciò che devono astenersi; ma non prende troppo bene le sue precauzioni, anzi la soverchia loro semplicità li trae a violare i suoi precetti.
Non potendo egli riparare al male che n'era succeduto, cerca di renderlo minore con lo impedire a quelle creature di ricuperare una immortalità, che nella nuova condizione in cui erano entrate sarebbe loro divenuta di aggravio; trovandoli inesperti nel provvedere alla loro nudità, fa loro degli abiti, indi li allontana dal magico suo parco, li manda a popolare la terra senza perciò privarli della sua protezione, giacché egli continua ad assisterli ed a conversare personalmente con loro.
Anche i libri Zendici parlano di Mescià e Mesciane, prima umana coppia creata da Ormusd e da lui collocata in un soggiorno felice; i quali furono avvelenati e spenti dal serpente Asmagh od Ariman, che ebbe a dispetto la beata loro condizione.
Ancora più conforme al racconto della Genesi è il mito indiano, seguendo il quale Brama, il Dio della creazione, formò di terra l'uomo e la donna, e li collocò nel Chorcam, luogo delizioso, adorno di ogni qualità di frutti, tra' quali anche di quelli che mangiandoli conservano l'immortalità, ma a cui era proibito di toccare...Forse farà meraviglia come Adamo colla sua compagna essendo stati creati in perfetta costituzione virile, abbiano aspettato 130 anni innanzi a generare un figlio; ma si può credere che il genealogista non abbia tenuto conto dei primi nati e si sia fermato a Seth per fare la genealogia degli ascendenti di Noè, che sola conveniva al suo scopo...Gli espositori moderni impacciati a spiegare come potessero succedere quei matrimoni fra esseri di una natura divina ed esseri umani, si avvisarono di intendere per i figliuoli di Elohim i discendenti di Seth e per le figlie di Adam i discendenti di Caino: assurdità inconcepibile, perchè non si saprebbe addurre una ragione per cui la stirpe di Caino dovesse essere più avvenente di quella di suo fratello, molto più che sin dal principio la prole di entrambi doveva di necessità mescolarsi, non essendovene altra.
A ragione il dotto Origene diceva, nessun uomo di senno possa intendere alla lettera questo racconto, e persuadersi che Dio passeggiasse a respirare il fresco del vespro, o che egli cucisse abiti di pelli ai primi uomini.""

Aurelio B.G., 1851 (Compendio Biblico). (Immagine Vikipedia)

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I testi sacri

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte seconda).

""La collezione di questi libri forma ciò che chiamasi la Bibbia, e la venerazione per loro fu altre volte portata a tal punto da credere che fossero divinamente ispirati in ogni parola e ogni sillaba, e che chi scrisse, non facesse che scrivere macchinalmente quanto un'intelligenza superiore gli dettava.
Ma tale pia credenza è dimostrata falsa dalla condizione stessa con cui ci pervennero quei libri, che offrono gran numero di varianti, talvolta anche di grave momento, oltre ai guasti che hanno subito qua e colà, agli errori lasciati trascorrere dai copisti, e a varie cose o contraddittorie o inammissibili che vi s'incontrano per entro, di maniera che il soccorso della critica è tanto necessario per la Bibbia quanto per qualunque altro antico documento.
La lingua in cui essa è scritta è morta da oltre venti secoli, e malgrado gli studi pazienti e profondi a cui si assoggettarono gli eruditi, tutta volta non si può asserire che ella ci sia perfettamente intelligibile.
Molti vocaboli sono oscuri, altri mancano della loro radice e sono perciò di un significato equivoco.
Oltre di che gli scrittori usarono lo stile e gli ornamenti che conferivano al gusto dei loro tempi e dei paesi in cui vivevano e quali comportava la civiltà contemporanea.
I primi undici capi contengono diversi racconti sulla creazione, sullo stato primitivo del mondo, sulle catastrofi che subì il nostro globo, e sull'origine primitiva della società.
Non sono tutti di una stessa mano né di un medesimo stile ma leggende o residui di antichi poemi sul gusto di quelli di Orfeo o di Esiodo o dei poemi indiani, che un raccoglitore dispose nel miglior modo che ha saputo."""

Aurelio B.G., 1851 (Compendio Biblico). (Immagine Vikipedia)

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I sacerdoti a Gerusalemme

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre... (parte prima).

""A Gerusalemme i sacerdoti cedevano senza contrasto alla regia autorità e secondo il gusto dei principi introducevano nel tempio religioni e riti nuovi...
Era un affare di forma, non di coscienza, Jehovà era il Dio nazionale degli Ebrei, come Baal-Dagon dei Filistei, Baal-Berit dei Sichemiti, Baal-Fogor dei Moabiti, Chamos o Moloch degli Ammoniti, Bel o l'Altissimo dei Babilonesi ed anche dei Cananei, e così di altri.
Ma dopo che l'orgoglio nazionale degli Ebrei fu innalzato dallo splendore dei regni di Davide e di Salomone, partendo dall'opinione che la vittoria viene da Dio e che il Dio più forte vince il più debole, Jehovà divenne il Jehovà Elohim (Signore degli Dei), il supremo e potentissimo sopra tutte le divinità, il Dio geloso di essere adorato dagli Ebrei ad esclusione di ogni altro.""

Aurelio B.G. 1851 (Compendio Biblico). (Immagine Vikipedia)

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La misericordia del Vicario di Cristo in terra.

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Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta (Senigallia, 6 marzo 1779 – Roma, 18 giugno 1869), è noto anche in romanesco come "er boja de Roma", fu un celebre esecutore di sentenze capitali dello Stato Pontificio.

Più che un semplice boia era considerato un macellaio, ecco come si comportò nel corso di una esecuzione di un sacerdote, tale Ludovico:

""Ludovico montò la scala del palco. Il carnefice lo fece inginocchiare, ponendogli la mano sulla spalla ed obbligandolo a piegare le ginocchia.
Ludovico obbedì, senza piangere, invocando con voce soffocata i propri figli e la propria moglie, e senza pregare.
Il prete, sempre borbottando il latino ad un uomo che sapeva appena il dialetto romano, s'allontanò alquanto, mentre il carnefice, detto Mastro Titta, rimase in piedi di fianco al conannato.
La moltitudine tratteneva quasi il respiro; gli uomini avrebbero potuto contare le pulsazioni del cuore delle donne loro vicine.
Mastro Titta trae dal disotto della sua casacca rossa un grosso bastone piombato ed accuratamente lo esamina, poi lo fa girare siccome un capo tamburo farebbe colla sua lunga canna dal pomo d'argento, o come un giocoliere farebbe colle sue bacchette magiche.
Da ultimo lo afferra ben saldo, lo fa girare due volte intorno alla sua testa, e colpisce il condannato sulla tempia sinistra.
Un grido d'orrore sorge dalla folla.
La vittima cade siccome un bue, ed il suo corpo comincia a dibattersi nell'agonia.
Ma la giustizia del Vicario di Cristo non è ancora soddisfatta, non ancora completo il supplizio.
Mastro Titta getta lungi da sè il suo bastone, in mezzo alla gente affollata; afferra di nuovo la sua vittima, trae dal suo fianco un coltellaccio da beccaio, e la sgozza.
Poi col coltello medesimo le fa un cerchio profondo intorno al collo, come per tracciare la linea, e taglia poscia la testa, che mostra al popolo.
Il sangue di quel teschio arrossa il carnefice, mentre due fontanelle di sangue sprizzano dal collo staccato, e vanno ad inondare la tunica del prete.
Credereste che il sacrificio fosse finito ? No. – Mastro Titta taglia le due braccia alla clavicola, le due gambe al ginocchio del cadavere, e raccogliendo, co' piedi e colle mani, braccia, gambe, testa, e tronco, li getta insieme in una cassa appiè del palco, mentre cavasi di tasca un fazzoletto e si forbisce il naso.
Non è a dirsi l'orrore del popolo alla vista di questa spaventosa scena.
Un grido unanime di maledizione irresistibilmente proruppe da tutta quell'onda di gente un'ora prima si allegra: e ciò malgrado la truppa, i gendarmi, la polizia.
Il prete sul palco annasava tranquillamente a prese il suo tabacco.
Leone XII non si scosse per nulla, credendo aver adempito il suo dovere.""

Questa era la misericordia del Vicario di Cristo in terra anche nei confronti di un suo sacerdote.
(tratto da Roma Contemporanea, 1861 - pag. 103 e 104)

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La falsa resurrezione di Gesù di Nazareth

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Abbiamo più volte detto quanto la setta Cristiana avesse a cuore che tutti gli avvenimenti si verificassero in conformità delle profezie e delle scritture. Ora rimaneva a compiersi la più grave delle profezie: quella cioè che Gesù sarebbe risorto al terzo giorno.

Ed ecco il mattino seguente al Sabato elevarsi fra i discepoli un grido: Gesù è risorto. Che cosa era avvenuto? Nessuno ha saputo mai nulla.

Un fatto solo è certo, costante, inconcusso, che cioè il corpo di Gesù non fu più rinvenuto nella tomba. Tranne questo, niente altro si ha di positivo.

Scrittori non Cristiani e scrittori Cristiani sono di accordo nel ritenere che il corpo di Gesù più non fu trovato nella sepoltura; ma si domandava che cosa fosse avvenuto di quello.

I primi sostenevano che i discepoli di Gesù avessero rubato il corpo dalla tomba, distruggendolo con calce o deponendolo altrove, per poter poi spacciare che Gesù fosse risuscitato e salito al Cielo, siccome avea predetto. Essi quindi inviarono (secondo scrive Giustino martire) (1) nello intero mondo uomini incaricati di annunziare che una setta atea e reproba era stata da un tale seduttore Gesù di Galilea fondata; che questi dopo essere stato crocifisso, era dai discepoli suoi di notte tempo rubato dal monumento, ec...

Il Sepher Toldos (2) dice invece che il corpo venne sottratto da Giuda di Kerioth, per timore che l'empia caterva della setta avesse potuto involarlo e distruggerlo onde annunziarne la risurrezione, e che esso Giuda lo avesse deposto nel suo orto sotto un ruscello di cui avea sviato il corso, per poterlo mostrare poi in ogni tempo, come in effetti lo mostrò alla regina Elena (3) alla presenza di molti suoi seguaci, facendolo disseppellire dal luogo indicato, ove fu rinvenuto ligato con una coda di cavallo.

Gli scrittori Cristiani, all'incontro, negano che il corpo di Gesù fosse stato sottratto sia da essi sia dagli Ebrei loro avversari; ma sostengono che fosse risorto e salito al Cielo. Per ciò comprovare affermano essere stata cosa impossibile per essi e pe' nemici loro di rubare il corpo, poichè i Principi de' Sacerdoti ed i Farisei, sospettando che i discepoli di Gesù potessero involarlo per annunziare alla plebe di essersi verificata la risurrezione a norma della profezia, si fossero recati da Pilato, ed avessero ottenuto di far custodire il sepolcro da' soldati (4).

In proposito però è a riflettersi che anche quando si fossero messi soldati in custodia della tomba, questi non vi sarebbero stati mandati se non dopo avvenuta la sottrazione. Primieramente il solo S. Matteo asserisce questo fatto, mentre nè S. Marco, nè S. Luca, nè lo stesso S. Giovanni che si recò di persona al sepolcro, parlano di soldati. Ma poi il testo dice: «altera die, quae est post Parascevem».

Vi ha chi perciò ha preteso che i soldati, stando all'assertiva di S. Matteo, fossero stati inviati alla custodia del sepolcro il giorno del Sabato. Nulla di più inesatto. Era il Sabato solenne, il giorno di Pasqua, e gli Ebrei si sarebbero guardati bene di contaminarlo con atti profani. Ogni faccenda non religiosa dovea tacere in quel dì, e sarebbe stata la più abbominevole profanazione il contravvenire a tal precetto... segue ...
Note:
  1. Giustino, Dial. cum Tryph.;
  2. Sepher Toldos Jeschuae. Altdorf, 1681;
  3. Elena, regina degli Adiabeni e madre del re Izate, presa da vaghezza di vedere il famoso tempio di Salomone, si recò in Gerusalemme, e col consentimento del figlio abbracciò il Giudaismo e fissò colà la sua dimora. Colmò i Giudei di molti benefizi, specialmente in occasione di una gran carestia, e fu sepolta in Gerusalemme – (Vedi Giuseppe Ebreo, Antichità giudaiche, lib. XX, cap. 2 e 5;
  4. S. Matteo, XXVII, 62 e seg.;

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Il volto e la figura di Gesù

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Chiunque abbia raffigurato il volto di Gesù di Nazaret ha sempre cercato di enfatizzare la sua bellezza, donando risalto alla possibilità che egli avesse un volto di grande espressività ed esteticamente attraente, buono, coinvolgente, beato e innocente.

Ma come viene descritto il volto e la sua figura dagli scrittori di allora?
 
""Non si conosce alcun'altra particolarità della vita di Gesù sino al suo anno 29. Una sola cosa è certa, ed è ch'ei fosse tozzo nella persona e deforme nel viso. In ciò son d'accordo, scrittori Cristiani e non Cristiani. Celso dice che a' suoi dì quelli che avevano visto Gesù in vita affermavano esser egli di statura esigua e di volto deforme ed abbietto (1). Origene in risposta dice essere vero che Gesù fosse di aspetto deforme, ma non abbietto (2). Oltre che negli Evangeli in generale si parla della niuna avvenenza di lui, Taddeo, uno dei 70 discepoli, favella della esiguità, abbiezione e viltà delle sue forme (3). Clemente Alessandrino dice che Gesù nacque con faccia deforme (4). Tertulliano parla del suo aspetto ignobile (5). Lo stesso dicono Cipriano, Teodoreto, Cirillo Alessandrino ed altri molti. L'anonimo annotatore di Origene traccia un curioso e strano ritratto di Gesù, che vogliamo qui riprodurre. Era, dice egli, maestoso nella figura, dignitoso nella fronte, avea i sopraccigli congiunti, gli occhi vispi, capelli crespi, naso aquilino, bocca ben formata, barba divisa in due, collo flessibile, diti lunghi, piedi graziosi e colore del grano (6). """

Leggi anche:

---------------------------------------------------
(1) ORIGENE contra Celsum, lib. VI, n. 75.
(2) IDEM, ibidem.
(5) EUSEBIO, Storia Eccl., lib. I, cap. 13.
(4) Paedagog., lib. III, cap. 1.
(5) De carne Christi.
(6) ORIGENE contra Celsum, lib. VI, n. 75, nota (b).


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La Pescivendola

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PESCIVENDOLA
(Quadro dì Giulio Carlini, 1850).

La pescivendola che il pittore veneziano
Giulio Carlini ha dipinto in un quadro, del
quale ci piace inserire un accurato disegno, è una di quelle altiere figlie del popolo che s'incontrano sulle fondamente e per le calle di Venezia, in vesti cenciose, ma con sembianti belli, con lineamenti da regine.
Essa è figlia di qualche pescatore dell isole della laguna di Venezia, forse d'un vecchio infermiccio che non può girare col suo pesce e che si fa perciò sostituire dalla figlia amorevole.
Ella porta nel suo canestro del pesce grosso, per qualche ricco, si vede, per qualche gentilomo che conserva ancora di bei quattrini e che a tavola ama trattarsi bene.
Le mani aristocraticamente modellate ti dicono che la venditrice è di razza fina; i suoi copiosi capelli le scendono inanellati sul collo bruno con ondulazioni eleganti.

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Le ballerine Greche

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LE BALLERINE GRECHE

Noi ci meravigliamo perchè vediamo sui nostri palcoscenici una ballerina che cammina parecchi metri sulla punta dei piedi; ma siamo tanti ingenui.
In Grecia, nei tempi antichi, le ballerine facevano ben altro: vedasi le nostre incisioni che togliamo dall'opera erudita di De Falke e che è copia esattissima della pittura di un vaso antico.
Le ballerine elleniche, le quali, fra parentesi, dovevano essere tutte bellissime ragazze e non già quei poveri manichi di scopa che vediamo anche alla Scala, — univano la danza all'acrobatismo.
Esse eseguivano giochi pericolosissimi, come quello di passare con un salto saprà tante punte di ferro: guai se sbagliavano! Altre sollevavano con i piedi delle anfore, il che si vede fare anche oggi dai circensi; ma è lecito supporre che i Greci, elegantissimi in tutto, non tollerassero che le ballerine, le quali compivano questi giochi con la massima leggiadria.

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I Guanti

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 I GUANTI

Gli antichi portavano, a quanto pare, guanti fatti con il cuoio.
Si dice che i contadini cominciarono a farne uso per non essere offesi dalle spine di diversi vegetali (il che ci lascia molto increduli) e che in seguito si portarono guanti tutto l'inverno per ripararsi dal freddo, come adesso e questo si può credere.
Si dice pure che l'uso dei guanti s'introducesse nella chiesa e nelle cerimonie ecclesiastiche del medioevo; i sacerdoti in qualche luogo non celebravano la messa senza esser muniti di guanti.
Un uso affatto contrario era stabilito nei tribunali di giustizia, in Francia, ai giudici non era permesso di sedere a giudicare coi guanti, il che può credersi un uso particolare della Francia, non vedendosene altrettanto in Italia e né altrove.
Forse si voleva che fossero esposte alla vista del popolo le mani nette dei giudici, simboli della loro imparzialità e rettitudine?
Vi era ancora nei bassi tempi una specie di guanto assai forte e guernito di ferro, che faceva parte dell'antica armatura molto in uso ai Francesi che gli diedero il nome di gantelet, dagli Italiani fu chiamato manopola.
Nel fiorire delle idee cavalleresche, il guanto di una dama portato come un favore nell'elmo di un cavaliere, si teneva per una specie di talismano che doveva procurargli la vittoria contro tutti i suoi nemici, come si apprende dalla risposta che da Enrico di Montmouth a suo padre nel Riccardo II di Shakespeare.
Questo uso viene pure confermato da Hall nella sua Cronaca al tempo di Enrico IV.
Sembra che, anticamente in Italia corresse l'uso di far dono di guanti sopra un piccolo bacino d'argento, detto a questo fine Guantiera.
Gli antichi proverbi toscani: «L'amor passa il guanto; — Dar nel guanto, » dimostrano che l'uso dei guanti era popolare in Italia al tempo che nacquero questi proverbi.
Gli storici di Elisabetta ricordano spesso l'amore di questa regina per i guanti profumati e specialmente come conservasse con cura quelli che le portò dall'Italia Edoardo Vere, conte di Oxford; si denota pure che a quel tempo i guanti Italiani erano i più pregiati d'Europa.
Nella storia inglese si trova spesso rammentato il costume che avevano quei re di donare guanti in segno della loro benevolenza ai loro affezionati.
Un paio di guanti, donato da Enrico VIII a sir Antonio Denny e conservati come prezioso dono nella famiglia di questo gentiluomo, fu venduto nel 1759 all'incanto per novecentocinquanta lire.
Chi poi non conosce i bei versi del Petrarca sul guanto di Laura!
Si fanno guanti di lino, di cotone, di seta, di lana e persino d'amianto o di qualunque altra sostanza che si possa filare. Ma questi lavori di maglie non appartengono all'arte del guantaio, il quale ne fa di pelle di capretto, di agnello, di camoscio, di daino, di cervo, di cane, ecc.
In quell'epoca le più ragguardevoli fabbriche erano in Francia, Austria, Italia, Inghilterra, Germania, Napoli era famosa per i suoi guanti.
Una volta i guanti si portavano lunghissimi, poi diminuirono finchè la lunghezza massima era quella di due bottoni e ora sono tornati ad allungarsi tanto che oltre passano il gomito.

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Prospetto Genealogico Comparativo

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Salvar Capra e Cavoli

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Chi si loda si imbroda

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La fine di Sisara

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Sisara fuggì a piedi e stanco e trafelato dalla fatica giunse alla tenda di Jaele moglie di Haber, discendente da Hobab cognato di Mosè e capo di una piccola tribù di Cinei che si era stanziata presso Cades al Libano, cioè presso a Dan ove i Mosaidi avevano un tempio di cui erano pontefici.

Il marito, quantunque in apparenza alleato o vassallo di Jabin, era andato al campo coi ribelli.

Jaele fece buona accoglienza a Sisara; il quale dopo essersi rinfrescato con del latte, si avvolse in un mantello e si gettò a dormire.

Allora la donna, tratto un chiodo dalla tenda e conficcatoglielo nella fronte, lo inchiodò al suolo.

Convien credere che Sisara avesse inferita qualche grave offesa a Jaele, o che lei avesse alcun altro grave motivo per violare in un modo così flagrante il diritto sacro dell'ospitalità.

Aurelio B.G. 1851 (Compendio Biblico)

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Frammento iscrizione fatta a Duillio

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Il Libro di Enoch

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"Vai da Noè e nel mio nome digli ‘nasconditi!’, dopo di che rivelagli che la fine è prossima: tutta la terra sarà devastata, il diluvio sta per arrivare e spazzerà via tutto ciò che si trova sulla terra. E poi spiegagli che lui però può salvarsi, che la sua stirpe sarà preservata per tutte le generazioni del mondo”.

Sembrerebbe un passo della Genesi ma in verità si tratta del paragrafo X del Primo libro di Enoch, un manoscritto di origine giudaica, redatto quasi sicuramente intorno al I secolo a.C.

Il Libro di Enoch viene attribuito al patriarca antidiluviano Enoch che, come possiamo leggere nella Genesi, era il bisnonno di Noè.

Il manoscritto è giunto fino a noi in forma integrale nella sua versione in lingua ge’ez, un’antica lingua delle regioni etiopi, tanto che il testo è conosciuto anche con il nome di “Enoch Etiope”.

Da un punto di vista puramente religioso il Libro di Enoch, vista la sua attribuzione ad un uomo vissuto prima del Diluvio Universale, sarebbe il testo più antico mai scritto da un essere umano.

Proprio per questo motivo si tratta di un testo che ha avuto un’enorme importanza nella storia del pensiero religioso di matrice giudaico cristiana, ma anche nella storia dei culti pagani, delle religioni e delle filosofie esoteriche e delle sette sataniche propriamente dette.

È importante fare subito chiarezza: quando si parla del “Libro di Enoch” ci si riferisce a tre testi diversi, tutti e tre comunque considerati apocrifi sia per la religione ebraica che per quella quella cristiana e precisamente

il Libro di Enoch venne definito aprocrifo: dagli ebrei durante il concilio di Jamnia cioè intorno alla fine del I secolo d.C., all’inizio del IV secolo d.C. dal canone cristiano mentre (Il primo Libro di Enoch ) è invece considerato un testo canonico dai fedeli della Chiesa Copta.
Bibliografia: Vangeli Apocrifi di Esther Neumann.

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Il significato biblico di "Cherem"?

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Quando una città era dichiarata Cherem, uomini ed animali e cose inanimate, tutto in somma era devoto alla divinità, tutto doveva essere distrutto, e consumandolo col fuoco se ne faceva un grande olocausto.

Il sottrarre alcuna cosa era sacrilegio.

Dall'universale macello erano esenti le vergini; ma dei maschi persino i lattanti si scannavano e non si perdonava né il sesso, né l'età.

I metalli non consunti dal fuoco si aggiudicavano ai templi.

Ma il Cherem non era sempre generale: alcuna fiata comprendeva i soli uomini, e non le femmine, i fanciulli e glì animali; altra fiata si consacrava alla divinità una parte della preda, restando l'altra da dividersi fra i vincitori, e vi erano altre modificazioni; perché l'anatema assoluto non tornava sempre gradito ai combattenti a cui il bottino serviva di stipendio, né si metteva in uso fuorché nei casi di estrema necessità, quando importava d'infiammare gli uni, di atterrire gli altri, o di distruggere un nemico per contenere il quale, ancorché vinto, mancavano le forze.

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Iscrizione scolpita nelle colonne di erode attico

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Pillola del Giorno

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Il Carmelo del mare

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La sacra Scrittura (LETTURE: 1 Re 18, 42-45; Sal 15; Gal4, 4-7; Gv 19, 25-27) esalta la bellezza del monte Carmelo, là dove il profeta Elia difendeva la purezza della fede d’Israele nel Dio vivente.

In quei luoghi, all’inizio del XIII secolo ebbe giuridicamente origine l’Ordine carmelitano, sotto il titolo di Santa Maria del Monte Carmelo.

Il Carmelo del mare, come vien detto nella Scrittura, monte della Fenicia a 120 stadj da Tolemaide, apparteneva alla Tribù di Aser, distinto dall'altro Carmelo nelle terre della tribù di Giuda, celebre per l'avvenimento di Nabal, d'Abigaille e di David, e per l'arco trionfale di Saul superbo della vittoria contro gli Amaleciti, come si raccoglie dal lib. di Giosuè cap. 2o v. 55; e dal primo dei re cap. 15 v. 22 e cap. 25. v. 3.

Il Carmelo del mare era veramente vicino al mediterraneo, e non era già un monte solo, ma una catena di monti continuati da tramontana a mezzogiorno, ed entranti e stendentisi per lungo tratto nelle terre della tribù d'Issacar e di Zabulon.

Questi monti non erano immediatamente sul mare, ma lo toccavano coll'estremo dei loro fianchi.

Plinio però ricorda il promontorio del Carmelo, e Tacito riferisce che nella cima di questo monte ai tempi di Vespasiano, era un altare a Dio dedicato che dicevasi del Carmelo, dove nè tempio, nè simulacro si vedeva, ma nudo altare e riverenza di religione.

Vi esistevano le rovine di un antico altare consacrato al vero Dio, e sopra questo monte faceva Elia ordinariamente dimora.

Era inoltre così fertile che talvolta prendevasi il suo nome per l'emblema della fertilità.

(tratto da Perle dell'Antico Testamento  - pubblicazione del 1824)

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Il nome di Mosè nella Bibbia

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Modo dei Romani di dichiarare la guerra (incisione)

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L'Esposizione dei neonati a Roma

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Considerevole, come è ben noto, era il numero delle nascite a Roma di neonati figli di prostitute, ed ogni mattina si raccoglievano nelle vie, sulla soglia delle case, sotto i portici e nei forni dei pistori cadaveri di neonati esposti così ad una morte certa, usciti appena dal ventre, ignudi sopra le pietre.
La saga era l'operatrice svergognata d'infanticidi, la quale soffocava tra le pieghe del suo vestito le vittime innocenti che le proprie grida condannavano a morir di violenza.
La madre spesso aveva pietà, è vero, del frutto delle sue viscere, e contentavasi di far esporre il bambino avvolto nelle sue fasce o sulla spiaggia del Velabro (lacus Velabrensis), o sulla piazza delle erbe (in foro alitorio) appiè della colonna Lattaria (columna lactaria); ivi almeno questi sciagurati orfanelli venivano raccolti ed adottati a spese dello Stato che faceva loro da tutore, ma infliggendo loro l'infame appellativo di bastardi.
Tal fiata matrone sterili, suppostrices (infami megere che faceano il mestiere di cangiar i fanciulli), cittadini afflitti di non avere eredi, venivano a scegliere tra questi poveri derelitti quelli che meglio potevan prestarsi ai loro di segni buoni o malvagi. Spesso il Velabro risuonava di vagiti nelle tenebre, e si vedevano passare siccome spettri le sagae, le madri stesse che portavano il loro tributo a questo spaventoso minotauro che si chiamava esposizione (expositio) dei bambini sulla via pubblica.

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Elohistici o Jehovistici

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Qui i critici troveranno ancora un argomento perentorio per le loro opinioni.

La Genesi in specialmodo e il Pentateuco in genere risultano composti di documenti diversi: Elohistici e Jehovistici.
Il diluvio viene raccontato due volte; una sempre con il nome del Dio Jehovah e l'altra con il nome di Elohim.
Noi sottoponiamo qui le due storie:



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Gli Angeli nella Bibbia

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Quantunque nella Bibbia vi sia frequente menzione di angelofanie, i redattori tuttavia neppure sugli angeli e sugli spiriti avevano concetti distinti.

Gli angeli talora sono uomini santi, altre volte sono creature umane, che hanno corpo, mangiano, bevono, dormono, parlano, camminano, ma di una natura superiore agli uomini perché possono rendersi invisibili.

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Pagina di un dizionario antico romano (inizio 1800).

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