Frammenti - Luigi Albano - Sito Ufficiale - edizioni digitali opere di pubblico dominio che corrono il rischio di essere dimenticate.

Luigi Albano
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oro e argento prestato dagli egiziani

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte nona).

"Dicesi che per comando di Dio, gli Ebrei si facessero prestare dagli Egiziani vasi d'oro, d'argento e suppellettili ed altri oggetti preziosi, sotto il pretesto che ne avevano bisogno per i loro riti e che li avrebbero restituiti al ritorno. Dio dunque avrebbe comandato la truffa a titolo di compensazione occulta delle proprie fatiche.
Questa morale è condannata da tutti i buoni teologi, ma è approvata dai Gesuiti.""

Aurelio B.G., 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)

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il diluvio

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte  ottava).

""Nella storia del diluvio egli raccolse quanto la poesia tradizionale aveva conservato e abbellito con immaginose finzioni intorno ad una terribile inondazione che desolò alcune contrade e lasciò una profonda impressione che il tempo e la lontananza ornarono di favole.
Noè non sarebbe che un personaggio mitologico, o semi-storico; Sem, Cham e Jafet, non sarebbero tre individui rigorosamente storici, ma i tipi primitivi o i rappresentanti di tre grandi stirpi principali, che si suddivisero in numerose nazionalità.""

Aurelio B.G., 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)


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la poca fecondità dei primi padri

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte settima).

""Ma oltre tante altre invero somiglianze, la Genesi ce ne somministra alcune che sono invero sorprendenti.
La prima sarebbe la poca fecondità dei primi padri malgrado la loro vita multisecolare; perché omesso che di Adamo non si nominano che tre figliuoli, e soli quattro di Lamech discendente di Caino, sebbene altri ne siano accennati in globo: un fatto assai positivo è quello di Noè che o non cominciò a generare se non a 500 anni, ovvero la prole da lui generata negli anni, anzi nei secoli antecedenti perì di malattie o in altro modo, perché all'età di 600 anni, quando entrò nell'arca, non aveva che tre figli, di cui Sem in età di 98 anni, e li altri minori di lui, ma già adulti perché avevano moglie: e nei successivi 230 che campò ancora non generò altra prole.
Sem che campò 600 anni non ebbe che 5 figliuoli maschi, Cham 4 e Jafet 7: i loro figliuoli non furono più prolifici.
Tare padre di Abramo in 205 anni di vita ebbe appena 3 figliuoli; e lo stesso Abramo che visse 175 anni, dalla prima moglie non generò che un figlio, dalla concubina un altro figlio, poi da una seconda moglie sei figli; ed è curioso che seguendo i dati biblici la fecondità cresce a misura che diminuisce la longevità: di modo che non è vero ciò dicono gli espositori, che Dio aveva conceduto ai primi padri una vita di molti secoli onde promuovere più prontamente la moltiplicazione della specie umana.""

Aurelio B.G., 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)

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il diluvio

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte sesta).

""Invece una favola greca, ma di derivazione asiatica, narra che gli Dei essendo sdegnati contro la cresciuta malvagità degli uomini, deliberarono di sommergerli e che da quello sterminio universale si salvarono soltanto Deucalione e Pirra sopra una barca costrutta da Prometeo: e la favola di quest'ultimo ha un'intima relazione con quella dei Titani o giganti che mossero guerra ai Celesti e furono da Giove fulminati e sepolti nei cavi della terra, sotto le montagne. È incirca ciò che si legge nel libro di Enoch.
Un altro diluvio lo troviamo descritto nel Mahabhàrata antico poema indiano, il cui racconto somiglia molto a quello della Genesi.
Rutren il Dio del male vuole sommergere la terra; Visnù ne avvisa Satiavarti che si costruisce una nave, sopra cui s'imbarca colla moglie ed i figli e Visnù trasformato in un pesce gigantesco, serve da timone e guida la nave a traverso le procelle e salva Satiavarti colla sua famiglia che poi ripopola la terra.
Se la leggenda indiana sia originale e l'ebraica una copia, o quale delle due sia la più antica, o se entrambe derivino da una leggenda più antica di loro, è ciò che non saprei dire: ma ove non si voglia abdicare al buon senso, nessuno si persuaderà che il racconto della Genesi sia storico, né vorrà credere che Dio per punire l'umanità dalla corruzione in cui è caduta volesse ricorrere allo stolto espediente, più degno di un tiranno che di un essere giusto e intelligente, di distruggerla tutta quanta, per indi pentirsi di averla distrutta, come già si era pentito di averla creata; che si facesse a confabulare con Noè, che gli palesasse il suo pensiero, che gli suggerisse il disegno assai grossolano di fabbricarsi una cassa per ivi salvarsi colla moglie e i figlioli e con diverse coppie di tutti gli animali, che egli stesso chiudesse l'uscio della cassa, ed altre siffatte trivialità, che l'immaginazione poetica ed allegorica de' popoli primitivi ha potuto inventare, ma che a tempi nostri e col grado a cui sono ascese le cognizioni non è più lecito di spacciare sul serio.""

Aurelio B.G., 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)

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Caino uccide il fratello

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte quinta).

""quando Caino uccise il fratello, nessuno dei due aveva moglie, né vi erano altri uomini, tranne loro e i loro genitori....Ciò nulla diremo egli suppone che la contrada ove abitavano fosse già altrettanto popolata; perché Caino, come omicida, essendo, secondo gli usi antichi, dichiarato fuori della legge e messo al bando della società, pure perché nessuno lo ammazzasse e lo togliesse alla propagazione della specie, Jehovà gli appose un segno di garanzia...Caino esulò dal paese di Eden, e andò a fondare una città che dal nome di un suo figlio chiamò Enoch...Ma come poté esistere una città così presto se gli abitanti della terra si riducevano tuttora a poche famiglie viventi di caccia, di pastorizia, e di un po' d'agricoltura? ...Questi dati sullo svolgimento progressivo della società e sui primi inventori delle arti escludono la notizia di un diluvio che sommerse la razza umana...Perché se il relatore avesse conosciuto questo grande avvenimento che doveva far scomparire tutte le invenzioni scoperte fino allora, tornava affatto inutile il ricordarci chi fosse il primo a fondare una società, o che trovò l'arte di lavorare i metalli, o che inventò i padiglioni, o gli strumenti musicali, o il primo che regolò il culto, mentre queste importanti invenzioni od istituzioni dovevano rimanere distrutte per effetto di un cataclisma che sovvertì tutta la faccia della terra, e non lasciò a ripopolarla se non se quattro uomini e quattro donne, i quali dovevano ricominciare da capo il corso faticoso dell'umano incivilimento.""

Aurelio B.G., 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)

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la cacciata dall'Eden

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte quarta).

"""Nella Bibbia non si parla più di questo Eden né dei fiumi Pison e Ghihon, il che dimostra che non appartenevano alle cognizioni geografiche degli Ebrei, e che di straniera provenienza debba pur essere la leggenda...La frase biblica Eden mikedem, e più abbasso Kidmat-Eden, indica una regione orientale; e le successive leggende sul diluvio trasporterebbero la scena nel grande acrocoro dell'Armenia...La vita che traevano i primi padri era tale da annoiare in capo a pochi mesi qualunque coppia più innamorata di giovani sposi...Pare infatti che se ne annoiassero anche Adam ed Iscià...Perché nei primordi dovevano sentire il bisogno di essere indivisibili, e dove andava l'uno andare l'altro, e ciò che voleva l'uno volerlo anche l'altro; ma conviene credere che a poco a poco cominciassero ad essere meno vincolati, e a passeggiare separatamente: per lo che il serpente, il più astuto fra li animali, trovata un giorno la donna che era sola, si fece a ragionare con lei intorno ai frutti di cui era vietato il mangiarne, le rivelò il motivo di quella proibizione, la persuase a trasgredirla promettendole che ov'ella e il marito ne mangiassero, i loro occhi si sarebbero aperti ed e'si troverebbero eguali ad Elohim o agli Elohim...li cacciò dal giardino, e a custodire quell'albero pose un Cherubino (un mostro celeste) con una spada roteante fuoco, come a custodia dei giardini Esperidi stava un drago...

Aurelio B.G., 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)

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la creazione

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte terza).

"""Quanto a Jehovà, egli c'è rappresentato come un grande e potente signore a cui viene la voglia di formare una coppia di esseri innocenti e felici, egli li colloca in una sontuosa sua villeggiatura ove si diletta egli stesso di passeggiare: li istruisce come debbono vivere, e di ciò che devono astenersi; ma non prende troppo bene le sue precauzioni, anzi la soverchia loro semplicità li trae a violare i suoi precetti.
Non potendo egli riparare al male che n'era succeduto, cerca di renderlo minore con lo impedire a quelle creature di ricuperare una immortalità, che nella nuova condizione in cui erano entrate sarebbe loro divenuta di aggravio; trovandoli inesperti nel provvedere alla loro nudità, fa loro degli abiti, indi li allontana dal magico suo parco, li manda a popolare la terra senza perciò privarli della sua protezione, giacché egli continua ad assisterli ed a conversare personalmente con loro.
Anche i libri Zendici parlano di Mescià e Mesciane, prima umana coppia creata da Ormusd e da lui collocata in un soggiorno felice; i quali furono avvelenati e spenti dal serpente Asmagh od Ariman, che ebbe a dispetto la beata loro condizione.
Ancora più conforme al racconto della Genesi è il mito indiano, seguendo il quale Brama, il Dio della creazione, formò di terra l'uomo e la donna, e li collocò nel Chorcam, luogo delizioso, adorno di ogni qualità di frutti, tra' quali anche di quelli che mangiandoli conservano l'immortalità, ma a cui era proibito di toccare...Forse farà meraviglia come Adamo colla sua compagna essendo stati creati in perfetta costituzione virile, abbiano aspettato 130 anni innanzi a generare un figlio; ma si può credere che il genealogista non abbia tenuto conto dei primi nati e si sia fermato a Seth per fare la genealogia degli ascendenti di Noè, che sola conveniva al suo scopo...Gli espositori moderni impacciati a spiegare come potessero succedere quei matrimoni fra esseri di una natura divina ed esseri umani, si avvisarono di intendere per i figliuoli di Elohim i discendenti di Seth e per le figlie di Adam i discendenti di Caino: assurdità inconcepibile, perchè non si saprebbe addurre una ragione per cui la stirpe di Caino dovesse essere più avvenente di quella di suo fratello, molto più che sin dal principio la prole di entrambi doveva di necessità mescolarsi, non essendovene altra.
A ragione il dotto Origene diceva, nessun uomo di senno possa intendere alla lettera questo racconto, e persuadersi che Dio passeggiasse a respirare il fresco del vespro, o che egli cucisse abiti di pelli ai primi uomini.""

Aurelio B.G., 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)

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I testi sacri

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre...(parte seconda).

""La collezione di questi libri forma ciò che chiamasi la Bibbia, e la venerazione per loro fu altre volte portata a tal punto da credere che fossero divinamente ispirati in ogni parola e ogni sillaba, e che chi scrisse, non facesse che scrivere macchinalmente quanto un'intelligenza superiore gli dettava.
Ma tale pia credenza è dimostrata falsa dalla condizione stessa con cui ci pervennero quei libri, che offrono gran numero di varianti, talvolta anche di grave momento, oltre ai guasti che hanno subito qua e colà, agli errori lasciati trascorrere dai copisti, e a varie cose o contraddittorie o inammissibili che vi s'incontrano per entro, di maniera che il soccorso della critica è tanto necessario per la Bibbia quanto per qualunque altro antico documento.
La lingua in cui essa è scritta è morta da oltre venti secoli, e malgrado gli studi pazienti e profondi a cui si assoggettarono gli eruditi, tutta volta non si può asserire che ella ci sia perfettamente intelligibile.
Molti vocaboli sono oscuri, altri mancano della loro radice e sono perciò di un significato equivoco.
Oltre di che gli scrittori usarono lo stile e gli ornamenti che conferivano al gusto dei loro tempi e dei paesi in cui vivevano e quali comportava la civiltà contemporanea.
I primi undici capi contengono diversi racconti sulla creazione, sullo stato primitivo del mondo, sulle catastrofi che subì il nostro globo, e sull'origine primitiva della società.
Non sono tutti di una stessa mano né di un medesimo stile ma leggende o residui di antichi poemi sul gusto di quelli di Orfeo o di Esiodo o dei poemi indiani, che un raccoglitore dispose nel miglior modo che ha saputo."""

Aurelio B.G., 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)

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I sacerdoti a Gerusalemme

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L'autore di questo testo si potrebbe definire il Mauro Biglino del 1800, di seguito una sua piccola considerazione, seguiranno delle altre... (parte prima).

""A Gerusalemme i sacerdoti cedevano senza contrasto alla regia autorità e secondo il gusto dei principi introducevano nel tempio religioni e riti nuovi...
Era un affare di forma, non di coscienza, Jehovà era il Dio nazionale degli Ebrei, come Baal-Dagon dei Filistei, Baal-Berit dei Sichemiti, Baal-Fogor dei Moabiti, Chamos o Moloch degli Ammoniti, Bel o l'Altissimo dei Babilonesi ed anche dei Cananei, e così di altri.
Ma dopo che l'orgoglio nazionale degli Ebrei fu innalzato dallo splendore dei regni di Davide e di Salomone, partendo dall'opinione che la vittoria viene da Dio e che il Dio più forte vince il più debole, Jehovà divenne il Jehovà Elohim (Signore degli Dei), il supremo e potentissimo sopra tutte le divinità, il Dio geloso di essere adorato dagli Ebrei ad esclusione di ogni altro.""

Aurelio B.G. 1851 (testo in trascrizione). (Immagine Vikipedia)

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La misericordia del Vicario di Cristo in terra.

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Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta (Senigallia, 6 marzo 1779 – Roma, 18 giugno 1869), è noto anche in romanesco come "er boja de Roma", fu un celebre esecutore di sentenze capitali dello Stato Pontificio.

Più che un semplice boia era considerato un macellaio, ecco come si comportò nel corso di una esecuzione di un sacerdote, tale Ludovico:

""Ludovico montò la scala del palco. Il carnefice lo fece inginocchiare, ponendogli la mano sulla spalla ed obbligandolo a piegare le ginocchia.
Ludovico obbedì, senza piangere, invocando con voce soffocata i propri figli e la propria moglie, e senza pregare.
Il prete, sempre borbottando il latino ad un uomo che sapeva appena il dialetto romano, s'allontanò alquanto, mentre il carnefice, detto Mastro Titta, rimase in piedi di fianco al conannato.
La moltitudine tratteneva quasi il respiro; gli uomini avrebbero potuto contare le pulsazioni del cuore delle donne loro vicine.
Mastro Titta trae dal disotto della sua casacca rossa un grosso bastone piombato ed accuratamente lo esamina, poi lo fa girare siccome un capo tamburo farebbe colla sua lunga canna dal pomo d'argento, o come un giocoliere farebbe colle sue bacchette magiche.
Da ultimo lo afferra ben saldo, lo fa girare due volte intorno alla sua testa, e colpisce il condannato sulla tempia sinistra.
Un grido d'orrore sorge dalla folla.
La vittima cade siccome un bue, ed il suo corpo comincia a dibattersi nell'agonia.
Ma la giustizia del Vicario di Cristo non è ancora soddisfatta, non ancora completo il supplizio.
Mastro Titta getta lungi da sè il suo bastone, in mezzo alla gente affollata; afferra di nuovo la sua vittima, trae dal suo fianco un coltellaccio da beccaio, e la sgozza.
Poi col coltello medesimo le fa un cerchio profondo intorno al collo, come per tracciare la linea, e taglia poscia la testa, che mostra al popolo.
Il sangue di quel teschio arrossa il carnefice, mentre due fontanelle di sangue sprizzano dal collo staccato, e vanno ad inondare la tunica del prete.
Credereste che il sacrificio fosse finito ? No. – Mastro Titta taglia le due braccia alla clavicola, le due gambe al ginocchio del cadavere, e raccogliendo, co' piedi e colle mani, braccia, gambe, testa, e tronco, li getta insieme in una cassa appiè del palco, mentre cavasi di tasca un fazzoletto e si forbisce il naso.
Non è a dirsi l'orrore del popolo alla vista di questa spaventosa scena.
Un grido unanime di maledizione irresistibilmente proruppe da tutta quell'onda di gente un'ora prima si allegra: e ciò malgrado la truppa, i gendarmi, la polizia.
Il prete sul palco annasava tranquillamente a prese il suo tabacco.
Leone XII non si scosse per nulla, credendo aver adempito il suo dovere.""

Questa era la misericordia del Vicario di Cristo in terra anche nei confronti di un suo sacerdote.
(tratto da Roma Contemporanea, 1861 - pag. 103 e 104)

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La falsa resurrezione di Gesù di Nazareth

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Pubblicato da in cristianesimo ·
Abbiamo più volte detto quanto la setta Cristiana avesse a cuore che tutti gli avvenimenti si verificassero in conformità delle profezie e delle scritture. Ora rimaneva a compiersi la più grave delle profezie: quella cioè che Gesù sarebbe risorto al terzo giorno.

Ed ecco il mattino seguente al Sabato elevarsi fra i discepoli un grido: Gesù è risorto. Che cosa era avvenuto? Nessuno ha saputo mai nulla.

Un fatto solo è certo, costante, inconcusso, che cioè il corpo di Gesù non fu più rinvenuto nella tomba. Tranne questo, niente altro si ha di positivo.

Scrittori non Cristiani e scrittori Cristiani sono di accordo nel ritenere che il corpo di Gesù più non fu trovato nella sepoltura; ma si domandava che cosa fosse avvenuto di quello.

I primi sostenevano che i discepoli di Gesù avessero rubato il corpo dalla tomba, distruggendolo con calce o deponendolo altrove, per poter poi spacciare che Gesù fosse risuscitato e salito al Cielo, siccome avea predetto. Essi quindi inviarono (secondo scrive Giustino martire) (1) nello intero mondo uomini incaricati di annunziare che una setta atea e reproba era stata da un tale seduttore Gesù di Galilea fondata; che questi dopo essere stato crocifisso, era dai discepoli suoi di notte tempo rubato dal monumento, ec...

Il Sepher Toldos (2) dice invece che il corpo venne sottratto da Giuda di Kerioth, per timore che l'empia caterva della setta avesse potuto involarlo e distruggerlo onde annunziarne la risurrezione, e che esso Giuda lo avesse deposto nel suo orto sotto un ruscello di cui avea sviato il corso, per poterlo mostrare poi in ogni tempo, come in effetti lo mostrò alla regina Elena (3) alla presenza di molti suoi seguaci, facendolo disseppellire dal luogo indicato, ove fu rinvenuto ligato con una coda di cavallo.

Gli scrittori Cristiani, all'incontro, negano che il corpo di Gesù fosse stato sottratto sia da essi sia dagli Ebrei loro avversari; ma sostengono che fosse risorto e salito al Cielo. Per ciò comprovare affermano essere stata cosa impossibile per essi e pe' nemici loro di rubare il corpo, poichè i Principi de' Sacerdoti ed i Farisei, sospettando che i discepoli di Gesù potessero involarlo per annunziare alla plebe di essersi verificata la risurrezione a norma della profezia, si fossero recati da Pilato, ed avessero ottenuto di far custodire il sepolcro da' soldati (4).

In proposito però è a riflettersi che anche quando si fossero messi soldati in custodia della tomba, questi non vi sarebbero stati mandati se non dopo avvenuta la sottrazione. Primieramente il solo S. Matteo asserisce questo fatto, mentre nè S. Marco, nè S. Luca, nè lo stesso S. Giovanni che si recò di persona al sepolcro, parlano di soldati. Ma poi il testo dice: «altera die, quae est post Parascevem».

Vi ha chi perciò ha preteso che i soldati, stando all'assertiva di S. Matteo, fossero stati inviati alla custodia del sepolcro il giorno del Sabato. Nulla di più inesatto. Era il Sabato solenne, il giorno di Pasqua, e gli Ebrei si sarebbero guardati bene di contaminarlo con atti profani. Ogni faccenda non religiosa dovea tacere in quel dì, e sarebbe stata la più abbominevole profanazione il contravvenire a tal precetto... segue ...
Note:
  1. Giustino, Dial. cum Tryph.;
  2. Sepher Toldos Jeschuae. Altdorf, 1681;
  3. Elena, regina degli Adiabeni e madre del re Izate, presa da vaghezza di vedere il famoso tempio di Salomone, si recò in Gerusalemme, e col consentimento del figlio abbracciò il Giudaismo e fissò colà la sua dimora. Colmò i Giudei di molti benefizi, specialmente in occasione di una gran carestia, e fu sepolta in Gerusalemme – (Vedi Giuseppe Ebreo, Antichità giudaiche, lib. XX, cap. 2 e 5;
  4. S. Matteo, XXVII, 62 e seg.;

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Il volto e la figura di Gesù

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Chiunque abbia raffigurato il volto di Gesù di Nazaret ha sempre cercato di enfatizzare la sua bellezza, donando risalto alla possibilità che egli avesse un volto di grande espressività ed esteticamente attraente, buono, coinvolgente, beato e innocente.

Ma come viene descritto il volto e la sua figura dagli scrittori di allora?
 
""Non si conosce alcun'altra particolarità della vita di Gesù sino al suo anno 29. Una sola cosa è certa, ed è ch'ei fosse tozzo nella persona e deforme nel viso. In ciò son d'accordo, scrittori Cristiani e non Cristiani. Celso dice che a' suoi dì quelli che avevano visto Gesù in vita affermavano esser egli di statura esigua e di volto deforme ed abbietto (1). Origene in risposta dice essere vero che Gesù fosse di aspetto deforme, ma non abbietto (2). Oltre che negli Evangeli in generale si parla della niuna avvenenza di lui, Taddeo, uno dei 70 discepoli, favella della esiguità, abbiezione e viltà delle sue forme (3). Clemente Alessandrino dice che Gesù nacque con faccia deforme (4). Tertulliano parla del suo aspetto ignobile (5). Lo stesso dicono Cipriano, Teodoreto, Cirillo Alessandrino ed altri molti. L'anonimo annotatore di Origene traccia un curioso e strano ritratto di Gesù, che vogliamo qui riprodurre. Era, dice egli, maestoso nella figura, dignitoso nella fronte, avea i sopraccigli congiunti, gli occhi vispi, capelli crespi, naso aquilino, bocca ben formata, barba divisa in due, collo flessibile, diti lunghi, piedi graziosi e colore del grano (6). """

Leggi anche:

---------------------------------------------------
(1) ORIGENE contra Celsum, lib. VI, n. 75.
(2) IDEM, ibidem.
(5) EUSEBIO, Storia Eccl., lib. I, cap. 13.
(4) Paedagog., lib. III, cap. 1.
(5) De carne Christi.
(6) ORIGENE contra Celsum, lib. VI, n. 75, nota (b).


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La Pescivendola

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PESCIVENDOLA
(Quadro dì Giulio Carlini, 1850).

La pescivendola che il pittore veneziano
Giulio Carlini ha dipinto in un quadro, del
quale ci piace inserire un accurato disegno, è una di quelle altiere figlie del popolo che s'incontrano sulle fondamente e per le calle di Venezia, in vesti cenciose, ma con sembianti belli, con lineamenti da regine.
Essa è figlia di qualche pescatore dell isole della laguna di Venezia, forse d'un vecchio infermiccio che non può girare col suo pesce e che si fa perciò sostituire dalla figlia amorevole.
Ella porta nel suo canestro del pesce grosso, per qualche ricco, si vede, per qualche gentilomo che conserva ancora di bei quattrini e che a tavola ama trattarsi bene.
Le mani aristocraticamente modellate ti dicono che la venditrice è di razza fina; i suoi copiosi capelli le scendono inanellati sul collo bruno con ondulazioni eleganti.

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Le ballerine Greche

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LE BALLERINE GRECHE

Noi ci meravigliamo perchè vediamo sui nostri palcoscenici una ballerina che cammina parecchi metri sulla punta dei piedi; ma siamo tanti ingenui.
In Grecia, nei tempi antichi, le ballerine facevano ben altro: vedasi le nostre incisioni che togliamo dall'opera erudita di De Falke e che è copia esattissima della pittura di un vaso antico.
Le ballerine elleniche, le quali, fra parentesi, dovevano essere tutte bellissime ragazze e non già quei poveri manichi di scopa che vediamo anche alla Scala, — univano la danza all'acrobatismo.
Esse eseguivano giochi pericolosissimi, come quello di passare con un salto saprà tante punte di ferro: guai se sbagliavano! Altre sollevavano con i piedi delle anfore, il che si vede fare anche oggi dai circensi; ma è lecito supporre che i Greci, elegantissimi in tutto, non tollerassero che le ballerine, le quali compivano questi giochi con la massima leggiadria.

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I Guanti

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 I GUANTI

Gli antichi portavano, a quanto pare, guanti fatti con il cuoio.
Si dice che i contadini cominciarono a farne uso per non essere offesi dalle spine di diversi vegetali (il che ci lascia molto increduli) e che in seguito si portarono guanti tutto l'inverno per ripararsi dal freddo, come adesso e questo si può credere.
Si dice pure che l'uso dei guanti s'introducesse nella chiesa e nelle cerimonie ecclesiastiche del medioevo; i sacerdoti in qualche luogo non celebravano la messa senza esser muniti di guanti.
Un uso affatto contrario era stabilito nei tribunali di giustizia, in Francia, ai giudici non era permesso di sedere a giudicare coi guanti, il che può credersi un uso particolare della Francia, non vedendosene altrettanto in Italia e né altrove.
Forse si voleva che fossero esposte alla vista del popolo le mani nette dei giudici, simboli della loro imparzialità e rettitudine?
Vi era ancora nei bassi tempi una specie di guanto assai forte e guernito di ferro, che
faceva parte dell'antica armatura molto in uso ai Francesi che gli diedero il nome di gantelet, dagli Italiani fu chiamato manopola.
Nel fiorire delle idee cavalleresche, il guanto di una dama portato come un favore nell'elmo di un cavaliere, si teneva per una specie di talismano che doveva procurargli la vittoria contro tutti i suoi nemici, come si apprende dalla risposta che da Enrico di Montmouth a suo padre nel Riccardo II di Shakespeare.
Questo uso viene pure confermato da Hall nella sua Cronaca al tempo di Enrico IV.
Sembra che, anticamente in Italia corresse l'uso di far dono di guanti sopra un piccolo bacino d'argento, detto a questo fine Guantiera.
Gli antichi proverbi toscani: «L'amor passa il guanto; — Dar nel guanto, » dimostrano
che l'uso dei guanti era popolare in Italia al tempo che nacquero questi proverbi.
Gli storici di Elisabetta ricordano spesso l'amore di questa regina per i guanti profumati e specialmente come conservasse con cura quelli che le portò dall'Italia Edoardo Vere, conte di Oxford; si denota pure che a quel tempo i guanti Italiani erano i più pregiati d'Europa.
Nella storia inglese si trova spesso rammentato il costume che avevano quei re di donare guanti in segno della loro benevolenza ai loro affezionati.
Un paio di guanti, donato da Enrico VIII a sir Antonio Denny e conservati come prezioso dono nella famiglia di questo gentiluomo, fu venduto nel 1759 all'incanto per novecentocinquanta lire.
Chi poi non conosce i bei versi del Petrarca sul guanto di Laura!
Si fanno guanti di lino, di cotone, di seta, di lana e persino d'amianto o di qualunque
altra sostanza che si possa filare.
Ma questi lavori di maglie non appartengono all'arte del guantaio, il quale ne fa di pelle di capretto, di agnello, di camoscio, di daino, di cervo, di cane, ecc.
In quell'epoca le più ragguardevoli fabbriche erano in Francia, Austria, Italia, Inghilterra, Germania, Napoli era famosa per i suoi guanti.
Una volta i guanti si portavano lunghissimi, poi diminuirono finchè la lunghezza massima era quella di due bottoni e ora sono tornati ad allungarsi tanto che oltre passano il gomito.

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Prospetto Genealogico Comparativo

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Salvar Capra e Cavoli

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Chi si loda si imbroda

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La fine di Sisara

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Sisara fuggì a piedi e stanco e trafelato dalla fatica giunse alla tenda di Jaele moglie di Haber, discendente da Hobab cognato di Mosè e capo di una piccola tribù di Cinei che si era stanziata presso Cades al Libano, cioè presso a Dan ove i Mosaidi avevano un tempio di cui erano pontefici.

Il marito, quantunque in apparenza alleato o vassallo di Jabin, era andato al campo coi ribelli.

Jaele fece buona accoglienza a Sisara; il quale dopo essersi rinfrescato con del latte, si avvolse in un mantello e si gettò a dormire.

Allora la donna, tratto un chiodo dalla tenda e conficcatoglielo nella fronte, lo inchiodò al suolo.

Convien credere che Sisara avesse inferita qualche grave offesa a Jaele, o che lei avesse alcun altro grave motivo per violare in un modo così flagrante il diritto sacro dell'ospitalità.
(Tratto: La Storia Biblica dalla creazione all'esodo degli Ebrei in Babilonia - prossimamente in uscita)

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Frammento iscrizione fatta a Duillio

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Il Libro di Enoch

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"Vai da Noè e nel mio nome digli ‘nasconditi!’, dopo di che rivelagli che la fine è prossima: tutta la terra sarà devastata, il diluvio sta per arrivare e spazzerà via tutto ciò che si trova sulla terra. E poi spiegagli che lui però può salvarsi, che la sua stirpe sarà preservata per tutte le generazioni del mondo”.

Sembrerebbe un passo della Genesi ma in verità si tratta del paragrafo X del Primo libro di Enoch, un manoscritto di origine giudaica, redatto quasi sicuramente intorno al I secolo a.C.

Il Libro di Enoch viene attribuito al patriarca antidiluviano Enoch che, come possiamo leggere nella Genesi, era il bisnonno di Noè.

Il manoscritto è giunto fino a noi in forma integrale nella sua versione in lingua ge’ez, un’antica lingua delle regioni etiopi, tanto che il testo è conosciuto anche con il nome di “Enoch Etiope”.

Da un punto di vista puramente religioso il Libro di Enoch, vista la sua attribuzione ad un uomo vissuto prima del Diluvio Universale, sarebbe il testo più antico mai scritto da un essere umano.

Proprio per questo motivo si tratta di un testo che ha avuto un’enorme importanza nella storia del pensiero religioso di matrice giudaico cristiana, ma anche nella storia dei culti pagani, delle religioni e delle filosofie esoteriche e delle sette sataniche propriamente dette.

È importante fare subito chiarezza: quando si parla del “Libro di Enoch” ci si riferisce a tre testi diversi, tutti e tre comunque considerati apocrifi sia per la religione ebraica che per quella quella cristiana e precisamente

il Libro di Enoch venne definito aprocrifo: dagli ebrei durante il concilio di Jamnia cioè intorno alla fine del I secolo d.C., all’inizio del IV secolo d.C. dal canone cristiano mentre (Il primo Libro di Enoch ) è invece considerato un testo canonico dai fedeli della Chiesa Copta.
Bibliografia: Vangeli Apocrifi di Esther Neumann.

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Il significato biblico di "Cherem"?

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Quando una città era dichiarata Cherem, uomini ed animali e cose inanimate, tutto in somma era devoto alla divinità, tutto doveva essere distrutto, e consumandolo col fuoco se ne faceva un grande olocausto.

Il sottrarre alcuna cosa era sacrilegio.

Dall'universale macello erano esenti le vergini; ma dei maschi persino i lattanti si scannavano e non si perdonava né il sesso, né l'età.

I metalli non consunti dal fuoco si aggiudicavano ai templi.

Ma il Cherem non era sempre generale: alcuna fiata comprendeva i soli uomini, e non le femmine, i fanciulli e glì animali; altra fiata si consacrava alla divinità una parte della preda, restando l'altra da dividersi fra i vincitori, e vi erano altre modificazioni; perché l'anatema assoluto non tornava sempre gradito ai combattenti a cui il bottino serviva di stipendio, né si metteva in uso fuorché nei casi di estrema necessità, quando importava d'infiammare gli uni, di atterrire gli altri, o di distruggere un nemico per contenere il quale, ancorché vinto, mancavano le forze.

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Iscrizione scolpita nelle colonne di erode attico

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Pillola del Giorno

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Il Carmelo del mare

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La sacra Scrittura (LETTURE: 1 Re 18, 42-45; Sal 15; Gal4, 4-7; Gv 19, 25-27) esalta la bellezza del monte Carmelo, là dove il profeta Elia difendeva la purezza della fede d’Israele nel Dio vivente.

In quei luoghi, all’inizio del XIII secolo ebbe giuridicamente origine l’Ordine carmelitano, sotto il titolo di Santa Maria del Monte Carmelo.

Il Carmelo del mare, come vien detto nella Scrittura, monte della Fenicia a 120 stadj da Tolemaide, apparteneva alla Tribù di Aser, distinto dall'altro Carmelo nelle terre della tribù di Giuda, celebre per l'avvenimento di Nabal, d'Abigaille e di David, e per l'arco trionfale di Saul superbo della vittoria contro gli Amaleciti, come si raccoglie dal lib. di Giosuè cap. 2o v. 55; e dal primo dei re cap. 15 v. 22 e cap. 25. v. 3.

Il Carmelo del mare era veramente vicino al mediterraneo, e non era già un monte solo, ma una catena di monti continuati da tramontana a mezzogiorno, ed entranti e stendentisi per lungo tratto nelle terre della tribù d'Issacar e di Zabulon.

Questi monti non erano immediatamente sul mare, ma lo toccavano coll'estremo dei loro fianchi.

Plinio però ricorda il promontorio del Carmelo, e Tacito riferisce che nella cima di questo monte ai tempi di Vespasiano, era un altare a Dio dedicato che dicevasi del Carmelo, dove nè tempio, nè simulacro si vedeva, ma nudo altare e riverenza di religione.

Vi esistevano le rovine di un antico altare consacrato al vero Dio, e sopra questo monte faceva Elia ordinariamente dimora.

Era inoltre così fertile che talvolta prendevasi il suo nome per l'emblema della fertilità.

(tratto da Perle dell'Antico Testamento  - pubblicazione del 1824)

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Il nome di Mosè nella Bibbia

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Modo dei Romani di dichiarare la guerra (incisione)

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L'Esposizione dei neonati a Roma

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Considerevole, come è ben noto, era il numero delle nascite a Roma di neonati figli di prostitute, ed ogni mattina si raccoglievano nelle vie, sulla soglia delle case, sotto i portici e nei forni dei pistori cadaveri di neonati esposti così ad una morte certa, usciti appena dal ventre, ignudi sopra le pietre.
La saga era l'operatrice svergognata d'infanticidi, la quale soffocava tra le pieghe del suo vestito le vittime innocenti che le proprie grida condannavano a morir di violenza.
La madre spesso aveva pietà, è vero, del frutto delle sue viscere, e contentavasi di far esporre il bambino avvolto nelle sue fasce o sulla spiaggia del Velabro (lacus Velabrensis), o sulla piazza delle erbe (in foro alitorio) appiè della colonna Lattaria (columna lactaria); ivi almeno questi sciagurati orfanelli venivano raccolti ed adottati a spese dello Stato che faceva loro da tutore, ma infliggendo loro l'infame appellativo di bastardi.
Tal fiata matrone sterili, suppostrices (infami megere che faceano il mestiere di cangiar i fanciulli), cittadini afflitti di non avere eredi, venivano a scegliere tra questi poveri derelitti quelli che meglio potevan prestarsi ai loro di segni buoni o malvagi. Spesso il Velabro risuonava di vagiti nelle tenebre, e si vedevano passare siccome spettri le sagae, le madri stesse che portavano il loro tributo a questo spaventoso minotauro che si chiamava esposizione (expositio) dei bambini sulla via pubblica.

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La storia biblica

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Jehovà era il Dio nazionale degli Ebrei, come Baal - Dagon dei Filistei, Baal - Berit dei Sichemiti, Baal - Fogor dei Moabiti, Chamos o Moloch degli Ammoniti, Bel o l'Altissimo dei Babilonesi ed anche dei Cananei, e così di altri.

Ma dopo che l'orgoglio nazionale degli Ebrei fu innalzato dallo splendore dei regni di Davide e di Salomone, partendo dall'opinione che la vittoria viene da Dio, e che il Dio più forte vince il più debole, Jehovà divenne il Jehovà Elohim (Signore degli Dei), il supremo e potentissimo sopra tutte le divinità, il Dio geloso di essere adorato dagli Ebrei ad esclusione di ogni altro.

E quando la potenza israelitica decadde, non fu perché Jehovà si lasciasse vincere dalle divinità straniere, ma perché era incollerito contro i suoi propri adoratori e voleva punirne le prevaricazioni.
All'incontro i profeti promettevano sempre, che un giorno Jehovà avrebbe instaurato il suo popolo e fatto il più grande di lutti i popoli: e questo sentimento, divenuto anche più vigoroso durante l'esilio, fu la fonte da cui scaturì l'idea del Messia.
Nella Bibbia non vi è indizio che gli Ebrei avessero cognizione di sostanze spirituali, nel senso della teologia moderna.
Tutto per loro era corporeo, e corporeo facevano anche Dio benché non si potesse assegnarne la figura o là forma: anzi ella era così inviolabile ed inaccessibile all'occhio umano che ritenevasi, nessuno potere veder Dio, senza essere colpito da morte istantanea.

Il tabernacolo prima, e il Santissimo dopo la fondazione del tempio era il luogo ove scendeva Jehovà e da dove emanava i suoi oracoli; nel quale misterioso recinto il solo gran sacerdote aveva il diritto di entrare una volta all'anno, nel dì delle espiazioni.
(dalla Storia Biblica, riedizione opera del 1851, prossimamente in uscita)

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Elohistici o Jehovistici

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Qui i critici troveranno ancora un argomento perentorio per le loro opinioni.

La Genesi in specialmodo e il Pentateuco in genere risultano composti di documenti diversi: Elohistici e Jehovistici.
Il diluvio viene raccontato due volte; una sempre con il nome del Dio Jehovah e l'altra con il nome di Elohim.
Noi sottoponiamo qui le due storie:



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Gli Angeli nella Bibbia

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Quantunque nella Bibbia vi sia frequente menzione di angelofanie, i redattori tuttavia neppure sugli angeli e sugli spiriti avevano concetti distinti.

Gli angeli talora sono uomini santi, altre volte sono creature umane, che hanno corpo, mangiano, bevono, dormono, parlano, camminano, ma di una natura superiore agli uomini perché possono rendersi invisibili.

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Pagina di un dizionario antico romano (inizio 1800).

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La Gazzella

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Una gazzella essendo andata ad una fonte per dissetarsi, scorse la sua imagine sulla superficie dell'acqua ma non potè astenersi dal gemere per la magrezza delle sue gambe, ma s'insuperbì della magnificenza delle sue corna.

Tutto a un tratto una truppa di cacciatori si pone ad inseguirla e la gazzella si slancia nella pianura da loro allontanandosi ma appena essa entrò all'interno della montagna le sue corna si avviluppano agli alberi, ed i cacciatori la presero.

"Infelice, disse la gazzella mentre spirava, ho disprezzato ciò che mi poteva salvare e invece ciò che mi inorgogliva è stata la mia rovina".

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I Lupi

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Alcuni lupi avendo avvistato delle pelli di bue che galleggiavano in un bacino d'acqua corrente, venne loro voglia di mangiarle e decisero pertanto di bere tutta l'acqua al fine poterle prendere quando il bacino fosse secco, ma essi scoppiarono senza aver potuto avvicinarsine.

Senso morale: Questa favola raffigura uno sciocco che intraprende una cosa impossibile.

Un leone sorprese un lupo intento a rubare un porcello e mentre fuggiva con la sua preda gliela tolse.

"Ammiro, disse fra se stesso il lupo, il modo con il quale sono stato privato di quello che mi sono impossessato con la violenza".

Senso morale: Cio che si acquista per mezzi ingiusti non rimane in possesso di colui che se ne rese padrone i e se vi rimane  non ne gode.

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Il Cappello sulle Ventiquattro

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Dopo la riforma dell'ora unica per l'Europa centrale, con la divisione dell'orario quotidiano in ventiquattro ore, può essere ricordata l'espressione caratteristica fiorentina: portare il cappello sulle ventiquatro, che è una singolare civetteria dei bellimbusti, specialmente popolani.

Il cappello sulle ventiquatro è il cappello messo sul capo di traverso, che accenna a cadere, ma non cade, ed è questa la bravura di chi lo porta, per farsi specialmente ammirare dalle ragazze.

Le ore ventiquatro rispondono al sole che sta per tramontare, che sembra quasi cadere ma non è ancora caduto.

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