Roc-Moal e Mompantero - Luigi Albano

Luigi Albano
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Roc-Moal e Mompantero

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ROC-MOAL E MOMPANTERO
(sue leggende e suoi abitanti)

Quel monte imponente, che dalla pianura Piemontese Lombarda è posto a mezzanotte della valle detta volgarmente Comba di Susa, con una cresta che raggiunge i 3538 metri attualmente si chiama Rocciamelone.

Sulla sua vetta domina una grande statua bronzea della Madonna, che risale al 1899 (e pare sia stata realizzata con le offerte di 130 mila bambini che risposero all’annuncio di donare una moneta di due soldi per la sua costruzione) nonché una piccola cappella di Santa Maria (completata nel 1920) che è anche rifugio per molte persone.

Il Rocciamelone forma la testa sporgente delle Alpi Graie o Greche a tramonto, indica inoltre il termine delle Alpi Cozie le quali, prolungandosi dal Monviso al Nord hanno per confine il Moncenisio.

Con la sua base, occupa quasi il punto centrale ove si riuniscono le tre Valli e strade che dal Piemonte, dal Moncenisio e dal Monginevro giungono alla Città di Susa.

Per un certo tempo il Rocciamelone era stato effettivamente ritenuto la vetta più alta delle Alpi nonché luogo temuto e venerato.

Gli abitanti delle nazioni antiche hanno sempre manifestato il costume di rendere culto e adorazione alle Divinità sulle più alte vette dei monti raggiungibili. È nella natura dell'uomo, innalzare lo spirito alla contemplazione delle opere del Dio Creatore sulle vette, come quando JEHOVAH, il Dio degli Ebrei e d'Israele veniva venerato sulle cime di parecchi monti della Palestina sui quali egli aveva operato molti miracoli a favore del suo popolo.

Come Noè che uscito dall'Arca (in ebreo Tebe), sul monte Ararat sacrificava nella vigna che Satana aveva insegnato a coltivare, quattro animali: un agnello, un leone, un maiale e una scimmia obbligandolo a bagnare il terreno con il loro sangue; come Abramo che sul Moriah sacrificava Isacco; come Iddio che consegnava le tavole della sua legge a Mosè sul Sinai e come al Profeta Elia che pellegrinava sul medesimo monte; come ai vari templi che la Nazione ebrea aveva eretto sul monte Sion e sul Carmelo.

Non meno fecero i Greci, popolo più civilizzato e dotto, basta nominare i famosi monti: come l'Olimpo, sede di Giove e degli Dei; il Parnaso residenza ordinaria di Apollo e delle Muse, il Pindo stanza misteriosa degli Oracoli di Dodona e delle Sibille; il Monte Ida culla di Giove in Creta e tanti altri per esserne pienamente convinti.

Anche i Celti, popolo antichissimo venuto dall'Oriente a stabilirsi nell'Occidente e nel Settentrione dell'Europa, smaniosi di trovare sedi più comode e campagne più floride, dopo aver valicato la lunga catena di monti portarono con loro l’usanza di stabilire la loro religione su quegli stessi promontori ai quali, impo-sero il nome generico di Alpi dal vocabolo Celtico “Alp” che significa bianco per le nevi di cui sono ricoperti e perché tali appaiono a chi li osserva da lontano.

Non paghi di ciò distinsero le cime più alte con il nome speciale di YOUX (Dio) consacrandole alla Divinità; ad alcune di queste però diedero il nome particolare e proprio di Pen (vetta) e perciò You–Pen, Dio delle vette, Dio altissimo; Divinità, la quale primeggiando sopra tutte le altre sotto tale nome, era adorata e chiamata dagli abitatori di quelle contrade Dio Pennino.

Su molte di queste cime accessibili innalzarono templi, colonne ed altri monumenti, come lo attestano le iscrizioni e le antichità rinvenute sul grande e sul piccolo San Bernardo, monti nominati anticamente Alpi Pennine, perché sacrati a quella Divinità.

I Celti avvicinandosi all'Italia incontrarono sul primo limitare di essa il Roccamelone, monte altissimo, tuttavia accessibile, al quale imposero il nome Celtico di “Maol”, che significa sommità, nome che venne poi trasmesso sino ai primi secoli di mezzo con religiosa memoria dagli stessi Romani.

I Celti con il dare il nome di Pen (vetta) ai due monti del grande e del piccolo San Bernardo li avevano consacrati ambedue al You–Pen, Dio delle vette, cosi con il chiamare il Roccamelone Maol (sommità) vollero pure essi dedicare que-sto monte al Fou-Maol, Dio delle sommità e quindi essere tutti consacrati alle Divinità protettrici dei Monti.

Ed è sul Roccamelone che probabilmente si sviluppò l'antichissima religione dei Celti; il culto del famoso Ercole allorché l’Eroe condottiero greco passando per queste regioni Alpine pose ai loro monti il nome di Alpi Graie o Greche.

Ora costui essendo stato riconosciuto dai popoli quale figlio del Sommo Giove venne pure onorato come una Divinità in quelle contrade e in special modo nella valle di Usseglio (il nome celtico era probabilmente Uxeilos "posto in alto", e quello latino Hoc Cælum), ove per testimonianza di Petronio pare che anche sul Roccamelone, si trovasse un'Ara consacrata al medesimo Dio.

I Romani finalmente, sotto la condotta di Terenzio Varrone, valicarono le Alpi Pennine, cambiarono il nome a parecchi di quei monti, chiamando il Sommo Pennino (Gran S. Bernardo) Monte di Giove Sommo; e l'Alpe Pennina o Graia (Piccolo S. Bernardo) Monte di Giove Pennino, Giogo di Giove, perché vedendo raccogliersi intorno a quelle cime i fulmini e le tempeste portate da neri nuvoloni ed attribuendo il potere di quei flagelli a quella Divinità, al fine di placarla con la religione e con il culto, consacrarono alla medesima divinità (Giove), quale padrone della vetta, ivi edificando templi, colonne nonché iscrizioni, come prima avevano praticato i Celti.

Secondo la testimonianza dello storico Durandi, il Roccamelone era stato nominato da Ammiano Marcellino anche Giogo altissimo, e quindi non solo con il nome Celtico di Roc-Maol, e venne dedicato a Giove Tonante come i monti del S. Bernardo ed il Moncenisio, lasciando però unito il culto del Dio Ercole in quei tempi praticato sui monti della valle di Usseglio.

La conferma del culto reso dai Romani ad Ercole ed a Giove Tonante sul Roccamelone, pare potersi altresì addurre per semi prova, in relazione alla posizione dell'arco antico di Susa eretto da Marco Giulio Cozio - prefetto dell'Impero Romano, il quale denota certamente una relazione combinata fra questo monumento ed il monte Roc-Maol, che gli sta di rimpetto a mezzanotte.

Un dotto ingegnere Francese fu il primo ad osservare “che a colui, il quale sta a mezzogiorno dell'Arco suddetto e rivolto pure all'apertura ossia luce del medesimo paransi tosto davanti ed in lontananza il monte e la vetta altissi-ma del Roccamelone, sicchè il piano verticale dell'apertura dell'arco passando esattamente nel mezzo dell'asse e del volto e dividendoli entrambi in due parti eguali, corrisponde perfettamente colla visuale, che divide pure la sommità del monte facendo sì che l'arco stesso serve mirabilmente di cornice al quadro della prospettiva del Rocciamelone in lontananza. (Derrien-notice historique et descriptive sur la route du Mont-Cènis – Augers, 1816).”

Il prefetto romano Marco Giulio Cozio uniformò al culto delle Divinità Romane, che allora si veneravano in Susa a quelle di Giove Tonante e di Ercole stabilito sul Roccamelone, e sui monti vicini di Moncenisio e di Usseglio.
A queste Divinità ed a Marte i Romani offrivano in Sacrificio, detto “Suovetaurilia”, un maiale, un toro ed una pecora; il che probabilmente si faceva ai piedi dell'Arco stesso.

La stretta relazione dunque, che esiste tra l'Arco di Susa ed il Roccamelone, forma un quadro solo, ed è una prova molto probabile - e non senza fondamento - di un culto prestato nel tempo dai Romani alla Divinità di quel monte altissimo.

Il suddetto culto religioso durò fino al Regno dell’Imperatore Nerone, allorché all’arrivo del Cristianesimo nelle valli di Susa e di Novalesa cessava ogni culto Pagano per dar luogo alla nuova religione o legge Cristiana.

Tale trasformazione religiosa si operò successivamente sia:

  • sulle Alpi Pennine e sulle Graie per opera segnatamente di S. Bernardo di Montone, il quale distrusse i residui del Paganesimo e costruì due Ricoveri a sussidio dei Viaggiatori;
  • sugli altri monti della lunga catena delle Alpi, ove le Divinità vennero sostituite da altrettanti Santi: Bernardo, Bernardino, Nicolao, Gothardo ecc...

Tutte le tradizioni soprammenzionate vengono chiaramente confermate dalla testimonianza dell'anonimo autore della Novalesa, il quale afferma, che dalla più remota antichità si credeva, che la vetta del Roccamelone fosse un luogo misterioso e che “ivi la Religione esercitasse qualche impero e qualche potenza incognita”.

Lo stesso autore riferisce anche un'altra storia - legenda di quei tempi e narra che “questo Monte si chiamava Romuleo, da un Re, il quale aveva tale nome e che nella stagione estiva si ritirava su quel monte a godervi le pure aure della frescura e dell'amenità del luogo, cui poscia aveva imposto e lasciato il suo nome, che perdurò sino a poco prima del mille. Racconta inoltre, che il suddetto Re Romuleo avesse adunato un enorme tesoro sul Rocciamelone, al quale quando taluno tentava di avvicinarsi, si levasse per l'aria una orribile bufera con tuoni e lampi spaventevoli e con fitta grandine di pietre, che incutevano terrore ai più gagliardi e che Arduino il Glabro (930-976), il quale fu conte e marchese di Torino verso la metà del secolo X. credendo che quei pericoli procedessero da virtù d'incanto, volle salire su quella temuta vetta, mandando innanzi il Clero colla Croce e coll'acqua benedetta, cantando il Vexilla regis e le Litanie; ma che s'incontrarono presso la cima le stesse difficoltà”, le quali non erano peraltro che fenomeni ordinari della Montagna, cioè cadute di pietre, nebbie e nuvole tempestose.

Da questi racconti, in parte favolosi, si possono dedurre tre conseguenze:

  1. che sul Roccamelone dalla più remota antichità ebbe stanza un culto alle Divinità Pagane;
  2. che nei primi e seguenti secoli di mezzo si nutrirono costanti le credenze religiose cristiane, le quali succedendo alle pagane, già prima radicate su quel Monte, prepararono progressivamente la sede al culto posteriore della Madonna tutt’oggi venerata;
  3. che il già menzionato monte ebbe in quattro epoche quattro nomi distinti: nell'antichissima età, come pure in quella dei Romani portò il nome di Maol o Roc-Maol; nei secoli di mezzo sino al mille quello di Romuleo; dal mille in poi di Roccamelone; e infine ai tempi nostri di Rocciamelone, nomi che paiono derivare da una stessa radice e che hanno fra loro molta analogia e somiglianza.

Con sapienza l'autrice Matilde Dell'Oro Hermil (1843-1927), in questo testo espone quanto conosce o, per meglio dire, quanto presume di conoscere intorno alla bassa e alta valle di Susa; dalle origini dei suoi più antichi abitanti, ai miti, alle leggende che vi si preservano nonché al carattere dei suoi montanari chiamando all'appello imperatori, maghi, streghe, frati dell'Abbazia di Novalesa, ciarlatani e apparizioni sinistre.

Gradita lettura a coloro che, mediante le intuizioni dell’egregia scrittrice, vo-gliano approfondire le origini e le vicende dei popoli primitivi che abitarono le falde del Roc-Maol.

Buona lettura

Cav. Luigi Albano

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Bibliografia (premessa):

  • Rochex - La gloire l'Abbaye de la Novalèse. Chambery, 1670;
  • il Terranco Adelaide illustrata, P. 1. Cap. 2., Dissertazione di Abbone fon-datore del monastero della Novalesa - Torino 1759;
  • Durandi J. Saggio sulla storia degli antichi popoli d'Italia – Torino, 1769;
  • J. Piem. Cisp. Antico -Torino, 1774;
  • De-Saussure. Voyages dans les Alpes – Genève, 1786;
  • Gioja M. Filosofia della statistica - Milano, 1826;
  • Elementi di Geografia del sacerdote Nicola Corsari – Napoli, 1838;
  • Le Alpi, che cingono l'Italia -Torino, 1845;
  • Eandi - Statistica della provincia di Saluzzo – Saluzzo, 1853;
  • Brevi notizie sul Roccamelone – Susa, 1867;
  • Rivista bibliografica italiana, anno e volume III Firenze, 1898.

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