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Luigi Albano
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Le edizioni ebraiche dell'antico Testamento possono dividersi in tre classi: gli incunaboli; le prime edizioni; e le loro numerose ristampe più o meno migliorate; finalmente le edizioni critiche.

Incunaboli, deve la sua origine all'attività degli ebrei dell'Italia e del Portogallo, nell'ultimo periodo del XV, o nel principio del XVI secolo.

Il primo libro della bibbia ebraica che sia stato stampato, è quello dei Salmi; comparve nel 1477, probabilmente a Bologna, come osserva De Rossi (Hebr. typograph. orig. ecc.), in foglio piccolo, senza vocali ed accenti; ad eccezione dei quattro primi fogli, col commentario di Kimchi, non molto corretto, con molte abbreviature ed omissioni.

Cinque anni dopo si pubblicò a Bologna il Pentateuco, vocalizzato ed accentato, col Targum di Onkelos ed il commentario di Jarchi; molto più bello e più corretto della edizione dei Salmi, menzionata di sopra.

Quattro anni dopo, nel 1486, si pubblicò a Soncino i primi profeti: Giosuè, i Giudici, Samuele ed i Re, senza vocali ed accenti, col commentario di Kimchi a piedi del testo; e ben presto, come continuazione, i profeti posteriori: Isaia, Geremia, Ezechiele, ed i dodici minori profeti, alla stessa maniera dei primi: edizione meno bella e meno corretta del Pentateuco di Bologna.

Finalmente si stampò, nel 1487, a Napoli, gli agiografi, in tre volumi in 4, vocalizzati, non accentati e con diversi commentarii rabbinici.

Ben presto, dopo questi saggi di stampa delle parti isolate della Bibbia, comparve la Prima Bibbia ebraica completa a Soncino, nel 1488, con vocali ed accenti, ma senza targum nè commentarii; il testo non era molto corretto.

Un'edizione molto più bella e più esatta, fu la bibbia ebraica, pubblicata nella stessa città, verosimilmente tre anni dopo, vocalizzata, accentata come la precedente ed ornata di xilografie.

La ter za edizione ebraica completa, più importante delle precedenti, fu quella di Brescia, del 1494.

Il testo è sempre vocalizzato ed accentato, come osserva De Rossi (loc. cit.); ha molte lezioni particolari, che non si trovano nè nelle edizioni precedenti, nè nelle successive; ma i caratteri sono piccoli, poco nitidi, la correzione negletta, l'edizione, in generale, molto mancante; questo è l'originale della traduzione luterana, come si legge in De Rossi (Introd. ad ant. Test., e nei suoi Anna les haebreo-typographici, ecc. sec. XV).

Ma poichè tutte queste edizioni non sono che copie di antichi manoscritti, che non sono conservati, e dei quali, per conseguenza, fanno le veci; così esse, malgrado i loro difetti, hanno un grande valore per la antichità del testo e della bibbia ebraica.

Sino al principio del XVI secolo gli ebrei soli si preoccupavano di stampare il testo della bibbia ebraica.

Ma, dal principio del secolo XVI, i cristiani percorsero le loro tracce; e ben presto comparvero due edizioni, delle quali il testo è, per così dire, divenuto normale in seguito deitempi, cioè:

La Poliglotta, del cardinale Ximenes;
l'Edizione rabbinica, di Daniele Bamberg.
Nel 1502 Ximenes occupò molti dotti nella pubblicazione di una Bibbia, conosciuta sotto il nome di Bibbia di Alcalà o Poliglotta Complutenses.

Il testo ebraico fu sorvegliato da dotti ebrei, convertiti al cristianesimo, avendo a loro disposizione vecchi manoscritti , che aveano costato grandissime somme, e le migliori edizioni pubblicate.

Il testo che stabilirono, mediante questi soccorsi, vocalizzato, ma non accentato, fu compiuto nel 1517; ma non fu pubblicato che nel 1522.

Offriva molte particolarità, e si allontanava dal testo delle altre Bibbie allora stampate, specialmente di quella di Daniele Bamberg, di Anversa, che aveva eretto a Venezia una stamperia speciale per la letteratura ebraica e rabbinica, ed aveva pubblicato nel 1518 due edizioni ebraiche, l'una in 4, pei cristiani, l'altra in foglio per gli ebrei.

Questa ultima fu riveduta da un ebreo convertito, Felice Pratense, e abbellita del targumin e di commentari ebraici.

Tuttavia non piacque agli ebrei; e Bamberg vide la necessità di fare una seconda edizione, che affidò al dotto più celebre fra gli ebrei dell'epoca, R. Jacob Ben Chajim.

Superiore a Felice Pratense nella cognizione della Massora, strinse maggiore accordo fra la Massora ed il testo ebraico, che arricchì di commentarii stimabilissimi.

Questa edizione può essere considerata come la prima edizione della Bibbia, a dire propriamente massoretica; ed ottenne l'intero favore degli ebrei e dei dotti cristiani: eppure non è esente di gravi difetti.

Il più gran fallo di Ben-Chajim, è che si riporta troppo alla massora, malgrado il disordine che vi regna, e poco si attiene a buoni manoscritti antichi.

Il manoscritto principale, di cui fece quasi unico uso, andò poi fra le mani di de Rossi, che constatò ch'era alquanto difettoso, e che non era stato riveduto, e che Chajim non aveva neppure cercato di correggere le inesattezze più manifeste, ch'erano numerose, ed erano state tutte identicamente stampate tali quali erano.

Tuttavia questa edizione è, con la Poliglotta di Compluto, ma al più alto grado, la base di tutte le edizioni ebraiche susseguenti.

Il testo di Compluto non fu ristampato che nella Bibbia poliglotta di Vatablo, ovvero Poliglotta di Bertram (Heidelberga, 1886, 1599, 616).

Per contrario il testo di Chajim fu spesso ristampato; si trova nelle edizioni rabbiniche di Giovanni da Gara (Venezia, 1568); di Bragadino (Venezia, 1617); in quelle di Cornelio Barrug (Venezia, 1528), e Rab. Stefano (Parigi, 1544-46); un poco modificato nella Bibbia di Giustiniani (Venezia, 1551, 1552, 1563, 1573); nella Bibbia di Genova (1618); nelle traduzioni di Giovanni da Gara (Venezia, 1566, 1568, 1582); nella prima edizione di Plantino (Anversa, 1556); ed in quella di Hartmann (Francfort sull'Oder, 1595, 1598; Vittemberg, 1586).

Finalmente Giovanni Bustorfio, dopo di avere pubblicato un'edizione portatile, nel 1612, fece ristampare, con maggiore cura, tutta la Bibbia rabbinica di Chajim, in 4 vol. in fol. a Basilea, nel 1618 e 1619.

Evitò molte inesattezze della edizione di Chajim, ma ne lasciò sussistere altre, specialmente nei commentarii rabbinici, e ne aggiunse di nuove.

E fu un fallo anche per parte di Bustorfio di avere regolato le vocali del targum, secondo quelle delle parti biblo-caldaiche, od almeno fu una inconseguenza di avere modificato la massora secondo il testo ebraico; mentre che Chajim, di cui accettava il testo, aveva precisamente fatto il contrario.

Mentre che nelle edizioni citate sino al presente i due principali testi, quello di Compluto e quello di Bamberg, sono distinti, si vede comparire un miscuglio di due, ovvero almeno una rettificazione del l'uno per l'altro, dapprima nella Poliglotta di Anversa, nel 1569-72; il cui testo ebreo è riportato dalle edizioni di Plantino (Anversa, 1571, 1581; Bourges, 1581; Leida, 1673); l'edizione di Knoch (Francoforte sul Meno, 1616); la Bibbia di Genova, nel 1618, e di Vienna, nel 1748; poi nella Poliglotta di Parigi, nel 1629-1645; di Londra, nel 1657; e finalmente nella Poliglotta di Reinerio (Lipsia, 1750/ 51), e nella Bibbia di Hutter (Amburgo, 1587).

Frattanto la semplice riproduzione della Bibbia di Chajim, alle volte migliorata per mezzo di quella di Compluto, non poteva bastare, quantunque s'ignorassero ancora i difetti e la sorgente poco autentica di questo testo tanto stimato.

Il menomo confronto che si fosse fatto con un buon manoscritto antico, doveva, per la divergenza stessa dei due testi, far nascere il pensiero che con nuovi manoscritti si potrebbe giungere ad un testo più esatto di quello ch'era in uso.

ll primo tentativo significante per migliorare, con una serie critica, il testo della Bibbia esistente, paragonato a quello dei manoscritti, fu fatto da J. Leusder, nella edizione compiuta e stimata di Athios (Amsterdam, 1661 e 1667).

Egli prese per base il testo di Chajim e lo migliorò con l'aiuto di due manoscritti, ad uno dei quali attribuiva novecento anni di esistenza.

La grande esattezza e la cura estrema che pose in questa edizione, e la sua bella esecuzione, gli acquistarono il suffragio universale.

L'edizione, un poco posteriore, di Giorgio Nissel (Leida, 1662) può appena essere qui ricordata, poichè non fece che riprodurre le precedenti, e specialmente quella di Hutter, nel 1587, e quella di Athios, senza avere collazionato verun altro manoscritto.

Essa non è preziosa se non per essere rarissima.

Conviene dire altrettanto delle tre edizioni di Clodio (Francoforte sul Meno, 1677, 1712, 1716).

Egli prese per base la edizione di Athios, e cercò, coll'aiuto di edizioni più antiche, e senza avere ricorso ai manoscritti ed alla massora, di produrne una migliore; ma non riuscì, poi chè Jablonski pretende avervi trovato incomparabilmente maggiori difetti che in Athios.

Jablonski, per parte sua, nella edizione della sua Bibbia ebraica (Berlino, 1699, 1712), si attenne alla seconda di Athios del 1667, non servilmente, ma consultando altre buone edizioni, ed alcuni manoscritti, col mezzo dei quali migliorò il testo di Athios.

Si applicò specialmente alla vocalizzazione ed all'accentazione; e la sua edizione è generalmente riputata una delle più corrette e delle più esatte: il che però non si può dire che della prima, del 1699.

Alcuni anni dopo, VanderIlooght diede una bibbia ebraica (Amsterdam ed Utrecht, 1705), che, dopo qualche tempo, fu diffusissima.

Prese egualmente per punto di partenza l'edizione di Athios, che migliorò coll'aiuto della massora e delle edizioni anteriori, sempre senza consultare verun manoscritto.

La cura minuziosa portata al menomo dettaglio del testo ebraico, e la nitidezza, chiarezza, correzione della stampa, che distinguono questa edizione da tutte le precedenti, furono causa del successo universale che ottenne, e che non potè ecclissare l'eccellente edizione di Opitz (Kiel, 1709).

Opitz, del resto, partì dall'edizione di Athios; e non solo consultò diecisette delle migliori edizioni anteriori, ma anche parecchi manoscritti, col mezzo dei quali migliorò quello di Athios.

Sorvegliò egli stesso il lavoro con uno zelo straordinario; e giunse così a dare una pubblicazione, che sorpassò tutte le precedenti quanto alla correzione del testo, come pure si distinse per la grandezza e la pulitezza del carattere.

Dieci anni dopo, finalmente, comparve la prima edizione della bibbia ebraica, con varianti, di Michaelis (Halla, 1720).

Egli prese per base il testo di Jablon ski; confrontò ventiquattro edizioni stampate, cinque manoscritti di Erfurt: e mise a piedi del testo le principali varianti che incontrò.

Un esame esatto provò tuttavia che non consultò che superficialmente i manoscritti.

Fra le varianti importantissime, per esempio, del salmo 16, 10 ebreo, egli ammette hasidic, e non osserva che tutt'i manoscritti di Erfurt, hanno chasidéc; egualmente non dice che in un testo di Zaccaria (12, 10) il manoscritto di Erfurt ha ahlir, invece di ahli.

I manoscritti essendo stati tanto leggermente collazionati, è probabile che le edizioni stampate lo sieno state egualmente.

Tuttavolta questa edizione rimane preziosa, come primo saggio di una edizione critica, e come prima raccolta, per quanto difettosa si voglia, di varianti, alcune delle quali meritano ancora essere prese in considerazione, specialmente al presente, che vi sono raccolte di varianti tanto ricche e complete.

Non abbiamo che a menzionare le edizioni portatili, che comparvero immediatamente dopo: come quelle di Reineccius (Lipsia, 1723, 1739, 1756), e di Simonis (Halla, 1752, 1767).

Le prime contengono, come molte altre di cui abbiamo parlato, un testo composto da quello della Poliglotta di Compluto e da quello di Chajim e quantunque il titolo parli anche del manoscritto, non si trova tuttavia traccia visibile di un confronto con un codice qualunque; le ultime hanno semplicemente di mira una ristampa corretta ed a buon mercato della Bibbia di Hooght.

Alcuni anni dopo Michaelis, il p. Houbigant dell'Oratorio fece il saggio di un'edizione critica del testo ebraico, Parigi, 1753.

Egli volle, coll'aiuto delle antiche versioni e dei manoscritti che aveva fra mani, e con un diligente confronto, dare un testo ebraico totalmente nuovo, sorpassando di molto per la sua esattezza il testo ricevuto.

Non si può disconoscere ch'egli vide meglio dei suoi predecessori la vera via che doveva condurre al fine desiderato.

Aveva però il difetto di decidere troppo presto, e di fabbricare sopra conghietture troppo arrischiate, il che non impedì a giudici molto competenti di riconoscere, come meritava, il valore del suo lavoro.

Egli prese per base il testo di Hooght, e ne aggiunse in note critiche le sue opinioni, le sue vedute ed i suoi miglioramenti, i quali furono parimenti stampati a parte, Francfort, 1777.

E già cent'anni prima di Michaelis e di Houbigant, un dotto ebreo d'Italia, chiamato Salomon Norzi, di Mantova, era venuto a capo di una edizione antica della Bibbia, nella quale, secondo il suo punto di vista e pel suo fine, aveva fatto incomparabilmente più e meglio che quei due dotti editori.

E già cent'anni prima di Michaelis e di Houbigant, un dotto ebreo d'Italia, chiamato Salomon Norzi, di Mantova, era venuto a capo di una edizione antica della Bibbia, nella quale, secondo il suo punto di vista e pel suo fine, aveva fatto incomparabilmente più e meglio che quei due dotti editori.

Anzi confrontò le migliori edizioni stampate dal principio del secolo decimosettimo con gran numero di buoni manoscritti antichi del testo ebreo, la massora, le numerose citazioni contenute nel Talmud, nei midraschim, ed altri antichi scritti rabbinici, le osservazioni critiche dei migliori commentatori ebrei; e riassunse il risultato delle sue lunghe e penose comparazioni in un commentario massoretico arabico, che doveva accompagnare il testo ebraico, corretto con molta esattezza e riserva.

Ma non gli fu dato di fare stampare il suo eccellente lavoro, che chiamò Aedificator sepium (Isaia, 58, 12), e che rimase per quasi un secolo inosservato; finchè finalmente un medico ebreo, Raffaele Chajim-Italia, lo fece stampare a sue spese, sotto il titolo, Offerta dei doni, lasciando da parte il titolo che gli era stato dato (Mantova, 1742-44).

Quantunque pubblicata, pure questa opera rimase a lungo ignota, almeno ai cristiani; Bruns e Dresda furono, ci sembra, i primi a chiamare l'attenzione sopra di essa (conf. (Rosemmuller, Manual. litter. crit. et exeg., bibl.).

Il testo, che ne costituisce la base, è quello di Bamberga, sul quale è stampato in piccoli caratteri rabbinici il commentario, che fu anche stampato a parte (Vienna, 1812).

Ma per quanto stimabile sia certamente questo lavoro, ha però gravi difetti.

Norzi stesso non sapeva alle volte come trarsi d'impaccio, e deplorava, all'occasione, la sua indecisione, come quando dice, per esempio, parlando del testo (4 Reg., 18, 29): «Chi può correggere ciò che i copisti corruppero, e ciò che gli stampatori guastarono continua mente?»

E parlando d'Isaia (cap.54, 1)  Resto sconcertato quando osservo le grandi differenze che si trovano negli esemplari della Bibbia; differenze che crescono ogni giorno, senza che gli editori abbiano veruna luce che liguidi nelle loro tenebre, e senza che nessuno pensi ad accorrere in loro aiuto.

Ovvero, per quanto spetta ai Proverbi (cap.7, 25): «Noi erriamo tutti come pecore: ognuna cammina la sua strada, e nessuno indica la vera.»

Egli sentiva specialmente la necessità di accorrere in aiuto al testo ricevuto della Bibbia ebraica; ma le sue prevenzioni a favore della massora, non gli permisero sempre di seguire imparzialmente la via retta.

I suoi pretesi miglioramenti sono spesso alterazioni del testo; e, ciò ch'è sorprendente, non dà molta importanza alla testimonianza unanime dei buoni manoscritti.

Si può consultare in proposito de Rossi (Var. lect., p. 1).

Verso la metà dell'ultimo secolo si sentì maggiormente il valore di una simile testimonianza, e la necessità di una comparazione generale ed esatta dei mano scritti.

Beniamin Kennikott, professore di Oxford, risolse ad intraprendere il lavoro.

Fino dal 1759 confrontò, o di per sè o coll'aiuto di altri dotti, più di quattrocento manoscritti ebrei ed esemplari stampati in Inghilterra ed altrove; e fu specialmente secondato da J. B. Bruns, che fu poi professore ad Helmstadt, che imprese il confronto dei manoscritti nei Paesi Bassi, nella Germania e nell'Italia.

I preparativi durarono sino al 1773; allora incominciò la stampa di un'opera, che eccitava immenso interesse: il primo volume comparve ad Oxford nel 1776, il secondo nel 1780. Il testo ebreo è quello di Van der Hooght, secondo l'edizione di Simonis.

A piedi del testo sono le varianti, coll'indicazione dei manoscritti e delle edizioni, dalle quali sono tratte.

In una dissertazione, che precede il secondo volume, l'editore narra la storia dell'impresa, e cerca giustificarlo, poichè il primo volume aveva così poco corrisposto all'aspettazione generale, che, prima della pubblicazione del secondo volume, già molte voci si erano sentite contro dell'opera.

Specialmente gli si rimproverava che non aveva usato di una critica tanto severa e tanto diligente nella scelta dei manoscritti raffrontati, delle varianti adottate, e che non aveva avuto riguardo alla vocalizzazione, alla differenza del Kevi, del Kethib, ed in generale alla massora.

Fatta astrazione dal risultato, che non rispondeva alla speranza concepita, la maniera di operare di Kennikott, aveva eccitato sospetti contro il suo lavoro.

Un dotto italiano, Bernardo de Rossi, professore a Parma, che riconobbe meglio i falli ed i difetti di Kennikott, risolse di compiere realmente ciò che quegli non
aveva fatto che cominciare.

Aveva a sua disposizione cinquecento manoscritti, tanto della Bibbia ebraica intera, quanto di alcuni libri o di certe parti di libri della Bibbia; ed era nella posizione di poter confrontare, o far confrontare, anche codici manoscritti stranieri, ai quali non si aveva prestato attenzione nel lavoro di Kennikott; inoltre possedeva le migliori edizioni esistenti, e poteva facilmente far confrontare fra loro, nelle biblioteche estere, quelle che non erano in sue mani.

Fra il numero infinito delle varianti, nelle quali diede il confronto di questi numerosi e preziosi documenti, fece una scelta convenevole; e le accompagnò di un breve giudizio sulla loro sorgente e sul loro valore, avuto riguardo per quanto si conveniva alle vocali ed alla massora.

Il testo, dal quale partì, era quello di Vander Cooght, che non fece ristampare, nè che suppose conosciuto abbastanza, ed al quale aggiunse le varianti.

La sua opera comparve in Parma nel 1784-85, in 4 vol. in 4, e ne comparve un supplemento nel 1799.

Non si udì fra i contemporanei di Rossi, specialmente nella Germania protestante, che una voce sull'ammirabile pazienza e prodigioso risultato ottenuto da un solo uomo ed in così poco tempo.

Tuttavolta Rossi, meglio dei suoi giudici, che non seppero sempre guardarsi dall'invidia e da grettezza di cuore, seppe far conoscere nel suo quarto volume, in una dissertazione prelimimare, il merito della sua opera.

Solo pel lavoro di Rossi, e non per quello di Kennikott, si vede chiaramente come il testo ebraico ricevuto poteva guadagnare in confronto degli antichi manoscritti e delle vecchie edizioni; e ogni giudice imparziale dovette riconoscere come il lavoro sì rapido di Rossi lasciò assai da lontano dietro di sè quello di Kennikott, tanto vantato da prima, e tanto annunziato posteriormente.

Si poteva dunque sperare di giungere ad un testo della Bibbia ebraica più esente da difetti del testo ricevuto, appoggiandosi su ciò ch'era stato fatto sino allora, servendosi molto dei lavori di Rossi, consultando coscienziosamente le antiche versioni, non prendendo, come Chajim, la massora come una regola assoluta, nè disconoscendola come Kennikott.

L'edizioni più recenti di Doderlein Meisner (Lipsia, 1793) e di Zecha (Vienna, 1807), non hanno perciò altro inerito che di aver rese più comuni le varianti di Kennikott e di Rossi, fra le quali fecero una grande scelta.

Tratto dall'opera " Enciclopedia Ecclesiastica compilata da una società di ecclesiastici prima edizione italiana, vol. III, pubblicato a Venezia il 1862".
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