Quanto si viveva altre volte? - Luigi Albano

Luigi Albano
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QUANTO SI VIVEVA ALTRE VOLTE?

Un giorno — il 31 luglio 1554 — il Cardinale d'Armagnac andando a diporto per la città vide appoggiato alla porta d'una casa, un vecchio che piangeva dirottamente.
Il porporato, commosso davanti lo spettacolo di quel venerando uomo dal crin bianco in siffatta guisa dolorosamente afflitto, s'arresta e con fare gentile per consolarlo, gli domanda per quale cruccio si strugge cosi in lagrime.
— Piango, risponde il vecchio, perchè Papà mi ha battuto.
— Papà vi ha battuto? fa il Cardinale, un po' sorpreso.
— Sissignore.
— E perchè mai?
— Perchè, venendo fuori, son passato dinnanti al nonno senza togliermi il cappello.
Credo che sua Eminenza lo guardi ancora!
Questo rispettabile vecchio aveva 81 anni, il padre 103 ed il nonno 123.
E questo non è un fatto isolato; avrò il piacere di farvi sfilare dinanti allo spirito una lunga lista di vegliardi, tipi meravigliosi di vite fenomenali, in cui l'eredità inocula certamente un principio di durata secolare.
In presenza di questi fatti nacque spontaneo in me il desiderio di sapere se oggi si vive più o meno di quanto si viveva
altre volte. Ecco, dunque, il tema che forma oggetto di questo breve studio.
Quanto si viveva altre volte.
Per potere adeguatamente delineare questo argomento ci occorre studiare quale fosse la durata della vita in genere presso gli antichi, quale è presso noi e quale la durata media e ordinaria.
Così soltanto, confrontandone i risultati, potremo vedere se si vive oggi pia o meno di quanto si viveva altre volte.

Durata della vita.

La cognizione delle probabilità della durata della vita è, dice Buffon, una delle cose più interessanti nella storia naturale dell'uomo e merita uno studio speciale per gli oroscopi a tirare.
I filosofi naturalisti han voluto vedere in quali circostanze la vita in genere oscilla per trovare un punto di confronto proporzionale ed han creduto di intravedere una probabilità di misura; misura, molto problematica e spesso smentita dai fatti.
Ad ogni modo si è creduto misurare la durata totale della vita da quella del tempo impiegato per lo sviluppo organico, cioè, un organismo vive in media tanto quanto il numero d'anni che impiega pel suo completo sviluppo moltiplicato per tre.
Così, per esempio, un cane che impiega 3 o 4 anni al suo sviluppo, vive da 10 a 12 anni; un uomo che cresce in altezza fino ai 26 anni e non acquista uno sviluppo completo di tutti i suoi organi in grossezza prima del 30° anno, può vivere dai 90 ai 100 anni.
Io non posso qui entrare in maggiori particolari nel campo della anatomìa filosofica, perchè uscirei dalla meta prefissami, dirò solo che, quando un'organismo ha raggiunto il suo massimo sviluppo, comincia dapprima un arresto e poscia una progressiva e costante regressione nell'intimità dei tessuti e quindi nelle funzioni, fino a che la vita non può più continuare e l'organismo invecchiato passa dalla vita alla morte senza scosse e senza dolore.
Se vogliamo da queste nozioni generali trarre una conclusione, possiamo dire che un'organismo tanto è più disposto a vivere lungamente, quanto più lungo tempo impiega al suo completo sviluppo.
Difficile, con questo criterio, è a spiegare il fatto che la donna, la quale raggiunge più presto dell'uomo il suo massimo sviluppo, possa vivere egualmente e qualche volta più lungamente.
E qui mi pare opportuno accennare alla mortalità nei varii periodi della vita.
Il terzo del genere umano perisce prima di compiere i due anni di vita;  la metà del rimanente lascia questa valle di lagrime prima di raggiungere gli anni otto; altri due terzi sono mietuti dalla falce ferale verso il 38° anno di vita; tre quarti infine periscono a 50 anni.
Di 9 fanciulli che nascono nello stesso giorno un solo arriva a 70 anni, ed ad 80 uno su 33; di 291 un solo si trascina fino a 90 e finalmente occorrono 1199  bambini perchè ne giunga uno fino a 100 anni compiuti!
Anche oggi, se consideriamo la questione per la sola Italia, abbiamo quasi la stessa proporzione; e, per non dilungarmi
troppo, dirò che sopra un milione di nati ogni anno quasi la metà non arrivano ai 20 anni!
Dunque se è vero ohe l'uomo può vivere fino ai 100 anni, pure difficilmente arriva, e ciò oggi, come 2000, 4000 anni fa. Nessuna differenza sotto questo riguardo; ma quanto si viveva in media altre volte e quanto adesso?

Durata media della vita.

Tra i molti scienziati che si son dati dal 1840 al 50 allo studio delle scienze biologiche, alcuni rari voluto sotto il controllo delle idee moderne, rivedere l'eterno problema della durata media della vita ed emergono tra i più competenti, Lejoncourt e Lucas i quali han voluto sapere se la durata media della vita sia oggi aumentata o diminuita.
Stando alle cifre risulta che essa è all'epoca nostra realmente aumentata. Consultando difatti i calcoli di Ulpen fatti fare dall'Imperatore Alessandro Severo ed in seguito al censimento dell'impero romano da Servio Tullio fino a 1000 anni dopo, risulta che la durata media della vita a quell'epoca era fissata a 30 anni.
Questo termine potrà essere naturalmente non esatto giacché i mezzi di studio non erano come lo sono oggi.
Nel medio evo — età guerresca per eccellenza — la durata media della vita era a Ginevra di 18 anni e mezzo e molto più tardi nel 1826 — si è elevata tino a 38.
Per Lejoncourt, che poggia le sue ricerche su basi più larghe, la durata inedia generale della vita è andata sempre crescendo e, dai 22 anni che era prima è andata ai 29 e dai 29 ai 36 e qualcuno vorrebbe — dice — specie in Francia, fissarla a 40.
Ai giorni nostri essa, presa in tesi generale, è aumentata sorpassando forse i 50 anni; bisogna avvertire però che se si può arrivare a (mesta cifra in Inghilterra, ed altrove, non è cosi in Italia, ove è appena secondo il prof. Raseri di 35 anni e 3 mesi.
Possiamo affermare, quantunque i termini sieno molto dubbii, che la durata media della vita moderna sia cresciuta in confronto alla media degli antichi.

Durata ordinaria della vita.

I risultati ottenuti dalle statistiche succennate sono egualmente favorevoli per ciò che riguarda la durata ordinaria della
vita, la quale ha dalla più lontana antichità ad oggi oscillato sempre tra i 70 e gli 80 anni; e questo estremo limite si mantiene costantemente tale, qualunque siano i metodi ed i calcoli adottati.
Così, il sistema di divisione adottato da Solone che divideva l'esistenza umana in dieci periodi settennali, la portava a 70 anni.
Il sistema di divisione che trovasi notato nei libri sacri degli Etruschi era diverso; invece di dieci periodi settennali se ne
ammettevano dodici, di tal che la durata della vita ordinaria totale raggiungeva la cifra di 84 anni.
Più tardi il nostro Dante col suo: «Nel mezzo del cammin di nostra vita» esprimendo evidentemente le idee predominanti nel campo fisiologico, fissa lui come ultimo termine della vita l'età dei 70 anni.
I moderni, benché adottino altri metodi, non arrivano che quasi allo stesso limite.
II Burdach dopo avere esposto i metodi di Schubert, di Lostner e di Butte, i quali assegnano all'esistenza la durata ordinaria, il primo di 70 anni, il secondo di 72 ed il terzo di 81, ha dal canto suo fatto un calcolo il più esatto possibile dando alla matematica della vita un carattere veramente organico, cioè prendendo per punto di partenza la durata della vita embrionale e partendo dall'idea che essa contiene in germe la misura dell'età, che l'infanzia rappresenta dieci volte la vita embrionale e che il resto dell'esistenza dieci volte la durata della infanzia.
Burdach ammette la durata della vita a 4000 settimane, cioè, in cifra rotonda, a 76 anni.
Secondo il Lejoncourt, dunque, che riassume tutte le ricerche fatte, la durata ordinaria della vita è stata sempre la stessa ed è tale per tutte le professioni; egli non ne eccetua, malgrado l'opinione contraria di Haller, che una.
Haller aveva creduto osservare che fra i Sovrani d'Europa vi fossero più vegliardi nei tempi moderni che nel medioevo.
Badiamo bene che Haller, sommo tisiologo, scrisse verso la metà del 1700.
Ma Lejoncourt, poggiandosi sopra una statistica di 2500 imperatori, re, capi di popolo, papi, ecc., trova che da 600 anni a questa parte nessun sovrano ha raggiunto il secolo e conclude che la longevità sembra scemare solo nelle teste coronate, ciò che è, fino a certo punto, consolante per noi plebei.
La durata ordinaria della vita dunque è stata, prima ed ora, sempre la stessa, con casi di estremi limiti perù molto più numerosi ai giorni nostri.
Ora se dal problema della durata ordinaria e dalla durata media dell'esistenza umana, passiamo a quella della sua persistenza estrema, o di quei limiti stupefacienti di prolungamento della vita, di cui ci occuperemo tra poco, abbiamo che non solodev' essere maggiore giacche cresciuta la durata media, ma avremo anco la prova irrifiutabile, dice Lucas, che tanto le durate fenomenali della vita quanto quell'ordinaria e media, sono nella nostra specie oggi come erano altre volte; cioè a dire centenari vi erano nei tempi antichi, centenari vi sono nei tempi moderni; però in maggior numero.
Nel secolo scorso si sono aperte vive polemiche su questo punto e due opinioni una opposta all'altra erano egualmente sostenute.
Una, poggiandosi sugli attestati della Bibbia, ammetteva come un fatto vero la permanenza dell'esistenza umana e n'erano esempio i casi di longevità dei patriarchi; la seconda negava a tali attestati ogni valore storico.
Le spiegazioni non han mancato a questo proposito e mi piace ricordare solo qella di Buffon come una delle più curiose.
Buffon, che scrisse nella sua famosa Storia naturale un importante articolo sulla formazione della terra, credè trovare nella giovinezza del globo e nella squisitezza dei primi frutti ai tempi dei patriarchi, la spiegazione delle differenze enormi esistenti tra la durata della vita patriarcale d'allora — esempio celebre, il patriarca ebreo, Matusalem, che visse nientemeno che 969 anni — e la durata, della vita degli uomini dei tempi nostri.
È un'ipotesi ingegnosa, buona forse per quei tempi, ma oggi non è più cosi.
Lasciamo le ipotesi — dice giustamente Lucas — bastandoci i fatti per risolvere questo problema storico — fisiologico, e mano alle cifre.
Se noi prendiamo, infatti, come elemento approssimativo di confronto il numero dei centenari, arriviamo a questo primo risultato che, secondo i documenti di confronto che esistono, la cifra degli uomini centenari è più grande oggi in un solo grande Stato d'Europa che non in tutta l'Italia 74 anni dopo Gesù Cristo.
Il Phlegon riferisce a tal proposito che la lista dei centenari nel censimento fatto a quell'epoca, d'ordine di Vespasiano e di Tito, non conteneva che 65 persone centenarie, 55 uomini e 10 donne, di cui lo stesso Phlegon e Plinio hanno voluto registrare i nomi. Or, secondo un quadro del Lejoncourt fatto sopra lo stato di ogni provincia dei centenari morti nel corso di 14 anni — dal 1824 al 1837 — si ha, per la sola Francia, una media di mortalità annua di 150 centenari.
Secondo un'altro calcolo fatto dallo stesso autore nel 1840, si ha che la Francia possiede 170 centenari per ogni 10.000.000 di uomini distribuiti per età.
Da calcoli fatti in Inghilterra, come si legge in un giornale di Edimburgo si conta un centenaro sopra ogni 3100 individui.
In Russia, le cifre ufficiali, secondo Lejoncourt, portano numeri enormi di centenari:
  • 1° per l'anno 1814 si hanno sopra 891,052 morti, 3031 centenari di 100 a 132 anni — cioè 1 centenaro sopra 245 morti;
  • 2° per l'anno 1827, si ha, comprendendo i soli uomini, un totale di 943 centenari dai 100 al di sopra dei 100 anni!
  • 3° per l'anno 1838 un totale 1238 centenari dai 100 ai 165 anni!
Se consultiamo le statistiche del nostro Ministero d'Agricoltura, Industra e Commercio, per l'anno 1886, troviamo che in Italia, in un periodo di 13 anni dal 1872 al 1884, sopra un totale di 10,562,410 morti ve ne erano 1175 — 454 maschi e 721 femmine — che avevano compiti i 100 anni.
E se confrontiamo questo periodo di 13 anni dal 1872 al 1884 per l'Italia, con quello di 14 anni per la Francia dal 1824 al 1837, riferito dal Lejoncourt, troviamo che mentre in Francia con più popolazione e con un anno di più, sono morti 150 centenari, in Italia ne morirono 1175.
La statistica dello stesso Ministero sul movimento dello stato civili pubblicata nel 1891, porta che sopra un totale di 820.431 morti nel 1888, si contavano 83 centenari — 31 maschi — 52 femmine; e sopra 768.068 morti nel 1881, si ebbero 84 centenari — 33 maschi, 51 femmine.
Dopo tutto risulta chiaramente che la durata media della vita è più grande ai nostri giorni che non nell'antichità e che è uguale quella ordinaria con maggior numero però di centenari.
Ora se noi prendiamo come elemento di confronto diretto non la cifra del numero, ma la cifra dell'età abbiamo la prova positiva che la longevità più eccezionale non è punto diminuita all'epoca nostra, e oggi come quattro, sei mila anni or sono, essa ò la stessa se non superiore.
Eliminando, difatti, qualche caso di longevità non solamente errata ma favolosa e che sarebbe impossibile sulla terra, la nostra epoca può lottare in fatto di longevità con tutte le altre, ed agli esempi della Bibbia opporne altri egualmente sorprendenti.

Le cause delle longevità.

Non credo che il dubbio possa ancora penetrare nell'animo nostro sulla realtà di centenari straordinari. Ma ciò di cui ci dobbiamo tuttavia occupare su quali sono le circostanze generali o particolari in cui la vita umana può così eccessivamente a lungo svolgersi e conservare tutta la sua energia. In altri termini quali sono le cause?
E sarebbe certamente uno studio senza alcuna utile applicazione il nostro, se non volessimo indagare in quali circostanze la longevità umana possa ottenersi.
Tutta una serie di scienziati antichi e moderni si sono occupati dello studio etiologico della longevità e tra essi mi piace accennarne alcuni avendo lasciato opere autorevoli, (piali il Bacone, l'Haller, il De Longeville d'Arcourt, il Wipacher e Lamotte, il Heumair die Sichersten, l'Hufeland, il Lejoncourt, il Lucas, ecc.
Si è pensato che il clima, la razza, il ritto, il mestiere, ecc., possono avere influenza sulla durata della vita, vale bene la
pena di esaminarli.

  • 1° Nessuna di tutte queste cause hanno, se si eccettua il clima, influenza. Molto contrastato dal Buffon, dal Burdach, dal Prichard, dal Moreau de Jones, l'azione del clima pare ammessa d'una maniera indiscutibile dal Lejoncourt, il quale dice che la patria dei centenari in Europa si trova nel Nord, come l'Inghilterra, la Germania e la Russia. Difatti, da 28 anni a questa parte, dice, il 1835 è l'anno in cui vi furono in Russia il meno di centenari — 410; ebbene che si compari questa cifra di centenari che esisteano in Russia in quell'anno col numero dei centenari penosamente raccolti in 23 secoli in Spagna, in Grecia ed in Italia. Questo lamento del Lejoncourt dev'essere esagerato. Vero è che in Russia vi sono più centenari, ma non per questo dovrebbe essere autorizzato a mettere come termini di confronto un anno con tre secoli! Abbiamo visto per la sola Italia che nel corso di 13 anni sono morti 1175 centenari, 90 per ogni anno e per morirne tanti dovevano esservone molto di più. Nel 1888 ne sono morti 83 e nel 1881 84. Ora, se teniamo calcolo della sola cifra dei morti — 83 — bastano 5 anni per avere una cifra di 415. Dunque, si potrebbe dire che, stando alla mortalità, in Italia vi è in confronto alla Russia il 5" dei centenari. Comunque, all'influenza del clima bisogna accordare una certa importanza sul numero dei centenari, però — dice Lucas — non come causa, poiché di centenari se ne trovano nei climi caldi, freddi, temperati, da per tutto.

  • 2° La stessa incertezza, per lo meno, regna per l'influenza della razza. Burdach vi crede, Buffon no; poiché per lui l'Europeo, il Negro, il Chinese, l'Americano, l'uomo civile, l'uomo selvaggio, tutti si rassomigliano sotto questo rapporto, perchè tutti hanno la stessa misura, lo stesso spazio di tempo a percorrere dalla nascita alla morto; e la durata ordinaria è sempre e da per tutto la stessa. Prichard, al contrario, dice, se è vero che la natura abbia, relativamente alla durata della vita, sottomesso tutte le nazioni alla stessa legge, pure in certe contrade la vita è abbreviata o per cause esteriori che producono catastrofi accidentali e premature o per cause che nocciono alla salute. Contro questa opinione s'elevano numerosi fatti di longevità della razza negra in cui, come in quella bianca, si contano individui che han vissuto 100, 120, 130, 140, 150, 160, 180 anni di vita. Anche in questo caso la razza non e la causa della longività.

  • 3° L'alimentazione nemmanco ha da fare colla longevità. Difatti, se e vero che parecchi centenari, registrati dal Lejoncourt e dal Lucas, come Czarton, Aubourg, Nouillac, Jacques, Perchez ed altri che vivevano d'acqua e legumi; e come Maria Preai, di formaggio e latte, Jean Paliot di conchigliacei, Jean d'Aubrego di cavoli cotti, Jean Mauluy di pane secco o zuppa di fave — il Prof. Chevreuil che non bevve vino che una volta sola nella festa fatta al suo centesimo anno, altri han fatto uso di carne, di catte, di liquori, di vino ed han ben vissuto fino a tarda età. Così si racconta del Medico G. A. Bandini morto a 117 anni, di Camoux, detto Annibale, di Caterina Raimond i quali bevevano molto vino e mangiavano a crepapelle, essendo dotati di straordinario appetito. Jacques Donold, per esempio, divorava ad ogni pasto parecchie libbre d'alimenti solidi e beveva in proporzione; D' Herbelot — come diceva lui stesso — aveva aperta la sua cantina da 50 anni e stava benone. Coloinbiewski il veterano popolare della grande armata, beveva ogni giornopiù di mezzo litro di absinthe. Così che, conchiude Lucas, non solo l'alimentazione, ma benanco la sobrietà, stessa non ha che un'influenza moltissimo limitata. Ed invero, accanto a Maria e Nausenne che credeva d'aver trovato la ricetta del viver lungo unendo insieme molta sobrietà, nessuna inquietudine, calma dei sensi e dello spirito, vediamo sorgere splendide figure d'ubriaconi che illustrano col loro vizio l'età in cui vivono. Mi permetto passarne in rivista qualcheduno degno d'essere menzionato a causa della sua ributtante virtù. Eccovi il bottaio Jean Pierre Gardien che beveva ogni giorno un bicchiere d'acquavite, aumentandone negli ultimi tempi la dose, tanto da berne negli ultimi due anni di sua vita, 450 litri. Ecco, l'Agricoltore Gabriele Chevalier dedito in modo strano alla gozzoviglia, i chirurgi Espagno e Politiman che consideravano come medicina atta a prolungar la vita l'ubbriachezza profonda; essi da 25 anni si ubbriacavano ogni sera! Sono stati centenari bevitori celebri; il macellaio Filippo Larroque morto a 102 anni, il cacciatore Jonh Kirton morto a 125 ed il celeberrimo irlandese Rrown, la cui esistenza fu l'ubbriachezza di un intiero secolo. Ecco con quali facete parole è ricordata sulla sua tomba la celebrità acquistata. «Qui giare Brown che seppe per virtù della birra forte, vivere 120 inverni. Era sempre ubriaco e cos'i pericoloso in tale stato che la morte stessa lo temeva. Un giorno in cui era malgrado la sua volontà freddo stecchito, la morte, fatta più ardila, l'assale e trionfa di questo ubriaco senza uguale».

  • 4° La professione, come le altre circostanze dianzi cennate, non ha nulla da vedere in modo diretto colla longevità, poiché si hanno centenari in tutte le professioni ed in tutti i mestieri: dotti, ignoranti, letterati, medici, artisti, pastori, agricoltori, gioiellieri, artigiani, minatori, ecc., tutte queste posizioni sociali sian fornito centenari. Esisteva ancora nel 1788 in Scozia, un minatore di 133 anni che lavorava da 80 nelle miniere di carbon fossile; il Monitore Ufficiale inglese del 1841 riferisce che Maria Seullie di 100, era da lunghissimo tempo in una casa di pena di Limerick. Che cosa dobbiamo dunque pensare di tutte le circostanze e le condizioni sociali e telluriche in cui l'uomo si trova per la continuazione della vita al di là del secolo ? Semplicemente questo, che nessuna di queste condizioni ha influenza diretta e che tutto ho avuto l'onore di dirvi finora a questo proposito, dimostra d'una maniera incontestabile che la longevità deve necessariamente dipendere da una potenza di vitalità propria che questi esseri privilegiati portano dalla nascita. Vitalità speciale dotato di una energia così profonda da caratterizzare questi centenari a causa dell'integrità delle loro funzioni organiche. Nature privilegiate, una parte di questi centenari pare che godano d'una specie d'immunità contro le malattie; un gran numero di essi, anzi, non le conoscono nemmanco. Così, per esempio, non sono stati mai malati Pietro Beranger, morto a 104 anni; Pietro Gabliere sua moglie a 106; Pietro Macquard, a 102: Francesco Le Beaufln, a 107; Maria Jouhan, a 111; Marino Chesnard, a 112; Dando, a 120; Tommaso Paar a 15:5, e tanti altri come Potitiman, Espagno, ecc., ecc. Altri centenari poi, malgrado che fossero malati di febbre intermittente, d'ulcerazione ai polmoni, gobbi, ecc., han vissuto senza tante inquietudini molto a lnngo. Lejoncourt registra fra i suoi più splendidi centenari una lunga lista di gobbi.

In questi uomini meravigliosi che sfidano i secoli, dice Lucas, non è solamente la vita semplice — quella specie di vegetazione di cui sono dotati i vecchi organismi — ma la vita, vera, intiera con tutte le sue facoltà e funzioni, come le mentali, motrici, sensoriali, affettive, sessuali; tutto, in una parola, si compie in questi organismi con una energia, regolarità e persistenza giovanili e nello stesso tempo incomprensibili.
Cito una lista di uomini e di donne, che, dicesi avere generato a tardissima età; Abramo e Sara della Bibbia che abbia procreato, lui al di là dei 100 anni e lei a 90. Tommaso Paar che visse nel 17° secolo, il quale fa a 101 anno pubblica penitenza alla porta della Chiesa per aver avuto un bambino con una giovane donna. Leboupin ebbe a 103 anni due bambini. Un centenario di Pan sente ancor la voglia a 107 anni di ammogliarsi e nasce da tale unione un figlio. Nel 18° secolo, in Francia, Massard si sposa a 101 e Dufournel a quasi 110 anni procrea ancora. Finalmente, Surringhton, di Norvegia, presenta il fenomeno inaudito di generare a 151 anni. Non solo nel sesso mascolino esiste questa splendida prova di resistenza organica, ma ben anco, come dicevo, nel sesso feminino. Un vecchio di 94 anni sposa una donna di 83, diviene incinta e mette al mondo un bel marmocchio a termine; Margherita Krobscowna, russa, si sgrava a 96 anni; un'altra russa, di Mosca, rimase incinta nel 1840 all'età di 123 anni. Moriva ultimamente in Avana una negra di 125 anni, Maria Dolores Villanueva, che conservò il latte fino a 124 anni, dopo avere allevato al suo padrone 14 bimbi. Notizie queste tutte da mettersi, senza dubbio nelle leggende.

Questo non è tutto; alcuni di questi esseri fenomenali, sfuggono perfino all'aria di vecchiaia che i molti anni imprimono
pur troppo alla grandissima maggioranza dei mortali, non offrendo alcun segno ne alcun acciacco proprio della decrepitezza È rimarchevole a questo proposito, la risposta del retore greco Giorgios de Leanti, di 107 anni, precettore del celebre Isocrate che visse 4 secoli avanti Cristo, a coloro che gli domandavano perchè teneva tanto ancora di rimanere sulla terra: « È perchè — diceva, — non ho alcun motivo di lamentarmi della vecchiaia ».
Altrettanto potrebbero dire altri. Questi felici vecchi non avvertono la stanchezza degli anni; sembra anzi che non siano vecchi, parrebbe die si siano fermati nel cammino della vita verso l'età di 100 anni e che al di là di questa età l'esistenza persiste in queste fortunate nature ma non tramonta. Ecco certi esempi che fanno stupire. Giorgio Domberger morto nel 1838 a 130 anni, era quanto all'esteriore, rimasto perfettamente lo stesso di come era a 105 anni, Enrico Francesco di 134 anni, che viveva ancora nel 1820 negli Stati Uniti d'America, appariva come un uomo di 50 anni. Clemente Barbe, a 110, Elisabetta Durieux e de Quersonniòres, a 114, presentavano l'identico fenomeno. Altro fenomeno curioso è la conservazione dei denti in parecchi centenari. Dottor Alessio Mendez morto a 102 anni; Nicola Marc, a 110; Nicola Schroen, a 108; Anna Pesnel, a 110; Iacques Blovet, a 112; Antonio Nouilhac, a 115, ed infine Gaspardo Dragonetti, morto nel 1820, a 120 anni, conservarono i più invidiabili denti. Ho conosciuto uno di 103 anni che aveva ben solida dentatura capace di schiacciare ancora le nocciuole e rosicchiare pan biscotto.

Altri, conservano i capelli folti e neri come a 20 anni; e, fenomeno curioso e degno di considerazione da parte nostra, a qualche centenaro cadono i capelli per rinascere neri. Ci è molto da sperare dunque. Lo stesso fatto avviene pei denti che cadono per rivenire più solidi e più belli, ma allora la vita è vicina a spegnersi. Appartengono alla categoria di riavere i capelli neri Angelico Domangieux, morto a 103 anni, la contessa d'Esmonde, a 104; Jean Boot, a 108; Y. Sicardi Bongo, a 114; Jean deBoldecq, canonico e decano del Capitolo della Chiesa di Kilcheberg, morto a 180 anni.
Si fa menzione anche d'un vecchio di 80 anni di Belfort che aveva la chioma d'un bianco puro, in poco tempo i capelli ridivennero nerissimi e tali rimasero fino alla morte che avvenne a 100 anni.
Qui la leggenda pare che rivesta di tinte poetiche i fatti.
Un grandissimo numero di questi felici mortali realizzano il sogno della morte ideale, quello di lasciare, cioè, questa valle di lagrime senza dolore, senza scosse, senza che un'indizio qualsiasi li avverta di una prossima fine. Pietro Bertrand, all'età di 102 anni finisce di cenare e va a letto, chiede un bicchiere di vino, lo beve, poggia la testa sul cuscino e muore; Archambault di 105, si alza da letto e mentre si veste si piega sulle ginocchia e spira; Jean Lofltte, di 136 anni emette l'ultimo respiro mentre si corica in mezzo ad una tranquilla conversazione coi suoi.
Due pastori, uno di 121 anni e l'altro — Jean Bayler di 130, muoiono appoggiati ad un muro mentre assistono ancora al pascolo dei loro armenti.
I lavoratori Luigi Jouhan, di 108 anni; Antonio Senisse, di 111; Jean Majoudon, di 114; Francesco Morsio di 120, muoiono mentre reggono validamente e conducono l'aratro.
I giardinieri Margherita Ghampenois di 105 anni; Taroux, di 107; Jean Estienne, di 118; Jean Obst, di 155, esalano l'ultimo anelito mentre sono là ad inafflare e coltivare gli odorosi fiori.
I cacciatori Michele de Lìourgues, a 105 anni; il barone di Lavaux, a 104; Pierre Duburre, a 114; Nazara de Vige, a 118, Pietro Mundez, a 130 ed altri, cacciano ancora e cadono estinti mentre inseguono e puntano la selvaggina!
Anche chirurgi hanno avuto il sommo bene di spirare senz'ambascia. Notasi a questo riguardo il Dottor Jacques Pomy padre, morto a Parigi nel 1824, a 102 anni; il Dottor Espagne di 112 anni che operò fino all'ultimo momento; il Dottor Politiman che qualche ora prima di morire aveva operato con destrezza una donna asportandole un cancro. Anche medici centenari mancano ai vivi mentre sono consultati al letto dell'ammalato: tali Dionisio Antonio Bandini, morto a 117 anni; Dutbrnel a 120, ecc.
Anche preti sono colpiti dalla morte nell'esercizio del sacro ministero; così Aloin de Croches, a 113 anni; Paihlè curato di Bonnemaison, a 105; il curato di Robion, a 108, mancano mentre celebrano la messa.
L'operaio muore mentre lavora ancora: Charles Bohut, armaiuolo, a 104 anni; Salettrè, falegname, a 107; Margherita Chaumont, donna di campagna, a 104; Maria Blanchard, operaia a 104; Jean Cathala, calzolaio, a 108; Grandez, gioielliere a 126 ed il mio povero centenaro, sediaro, 103, mentre si portava da una casa all'altra per accomodare la paglia d'una sedia, cantando la sua lieta canzone, una folata di vento lo sbatte contro un muro e l'ammazza, appartengono a questa classe d'essere felici.
I mendicanti Pierre Fumery, di 105 anni; Nicola Schraen; Duburg Krick, di 108; Roberto Montgamerx, di 126 e Florio Pari, di 139, muoiono mentre battono alla porta dei ricchi o tendono la mano chiedendo l'elemosina.
Quale concetto dobbiamo formarci di questi meravigliosi organismi! Come spiegare il fenomeno d'una certa floridezza nelle funzioni che essi conservano fino a tardissima età?
Non abbiamo che una sola spiegazione, la quale, del resto, è in armonia col concetto generale della vita.
Se la vita consiste in una lotta fra le condizioni esteriori e le condizioni interne organiche, gli organismi debbono adattarsi a tali condizioni esterne; e l'adattamento implica un equilibrio per mezzo del quale essi possono continuare a vivere e a dare discendenza.
L'adattamento quindi suppone una certa resistenza, da un lato, alle influenze esterne che agendo in eccesso possono diventare distruttive; e dall'altro una disposizione dell'organismo a piegare, modificandosi, davanti alla forza superiore delle influenze esterne.
Questi principi ben riconosciuti dal Darwin servono a spiegare la continuazione dell'esistenza animata e la selezione naturale. Se noi ne facciamo un'applicazione ai nostri longevi, ci sembra facile di trovare la causa della durata della loro lunga esistenza anche con qualche floridezza.
Essi rappresentano organismi di grande resistenza e bene adatti fin dalle prime epoche di loro vita e perciò bene equilibrati nell'ambiente fisico in cui vivono, la loro morte dev'essere un effetto di condizioni naturali dei tessuti e delle funzioni corrispondenti.
Siffatti organismi possono dare una discendenza cogli stessi caratteri e per molte generazioni; l'eredità di tali caratteri non ha nulla di eccezionale, quando sappiamo che se ne ha di altri meno intimi di questi.
Non posso esimermi perciò dal dire qualche parola all'eredità della durata della vita, ricordando qualche fatto.

Eredità della durata della vita.

In un mio lavoro intorno all'influenza del padre nello sviluppo del feto, dimostrai, tenendomi alla sola trasmissione dei caratteri morfologici, come tutti i caratteri fisici, tanto allo stato sano quanto malato possono essere trasmessi dai genitori ai figli; ora anco la durata della vita, come moltissimi caratteri morali ed intellettuali, è trasmessa dai genitori alla prole.
E come abbiamo esempi assai frequenti ed indiscutibili di famiglie in cui la vita si spegne presto in tutti i membri, così abbiamo milioni di casi in cui la longevità passa durante parecchie generazioni dai genitori ai figli.

Il Bush dice che non ha mai conusciuto ottuagenario nella cui famiglia non vi fossero stati esempi frequenti di longevità. Cito a questo proposito alcuni esempi ed i più caratteristici dei molti che trovansi nei diversi libri sull'argomento.

Nel villaggio di Conches, parrocchia di S. Frezol (Gévennes), mori a 117 anni nel mese di agosto 1758, Flavet Rouz; suo marito Jacques Guin mori l'anno dopo di 114 anni, contavano 79 anni di matrimonio ed ebbero 18 figli — 12 maschi e 6 femine — di cui solo 14 erano vivi. Il figlio maggiore Jacques Guin, aveva alla morte dei genitori 79 anni; il secondo, Pierre, 78 e gli altri in proporzione.
Nel mese di ottobre dello stesso anno, mori nella parrochia di S. Martino, a Metz, Pierre Bertrand di 102 anni, lasciò una sorella di 88 anni, un figlio di 70, una figlia di 85, ed un altro di 80.
Nel 1773 moriva nella città di Siara Andrea Visol de Neigreiros, di 124 anni dotato ancora di tutta la sua memoria e nella pienezza delle sue facoltà sensuali. Era padre di 30 maschi e 5 lfemine che avevano procreato 32 figli, 52 nipoti, 42 figli di nipoti, padri essi stessi di 26 discendenti. Componevano cosi una famiglia di 198 persone di cui 149 pieni di vita che abitavano una sola casa col loro primo e venerabile autore.

Il 25 dicembre 1844 moriva presso Pravia (Asturie) un ricco lavoratore Gaspara Gifuentos all'età di 119 anni, lasciando un figlio, vivente ancora nel 1847, di 85 anni.
Una donna di 150 anni volava al bacio del Signore a Tolosa, il 6 febbraio 1846; lasciava una figlia di 82 anni.
In Vaux-en-Velin, sui bordi del Rodano, esistevano ancora nel 1845, 5 fratelli e sorelle figli dello stesso padre e madre,
che contavano l'età seguente: Joffroy 92 anni, Glaudine 89, Antoine 80, Marie 83, Pierre 80, totale 430 anni.
Ad Aspelaer (Alart) esisteva ancora nel 1847 una famiglia di 4 membri d'una età rispettabile: Pierre Barbier, il maggiore aveva 93 anni, Constant 90, Jean-Baptiste 80, Marianne 88, totale 357.
Madame Montgolller — la madre del ben conosciuto inventore del pallone, viveva ancora nel 1847 piena di brio con 110 anni, i suoi figli tutti viventi avevano oltrepassato l'ottantina.
E questo non è nulla, quasi direi, giacché la potenza del principio di eredità sulla durata della vita raggiunge limiti fenomenali, presentandosi attivo fino nei periodi quasi problematici della esistenza umana.
Ricordiamoci anzitutto qui del vegliardo del cardinale di Annagnac.
Conservasi nella biblioteca reale di Bruxelles il ritratto e la storia d'un uomo d'una età patriarcale. È il coltivatore Pierre Gzortan, morto il 5 gennaio 1724 in Ungheria all'età di 185 anni. Il minore dei figli alla morte del vecchio genitore aveva 97 anni ed il maggiore 155.
Nello stesso paese e verso la stessa epoca moriva il celebre Jean Rowir, che visse la bellezza di 172 anni; il più piccolo dei suoi figli aveva quasi un secolo ed il più grande 115.
In Turchia moriva il 6 marzo 1779 Jean Argus all'età di 123 anni lasciando 9 figli di cui 6 maschi e 3 femmine che hanno portato insieme la loro discendenza fino alla 5° generazione con 160 persone abitanti tutti lo stesso villaggio. Il padre di Jean Argus aveva vissuto 120 anni.
Venottto anni più tardi moriva nei dintorni di Bergen (Norvegia) un coltivatore, Jean Surringhton, di 150 anni; il più grande dei suoi tigli aveva 103 anni, ed il più piccolo 97.
In Varsavia moriva un contadino di 157 anni; s'era ammogliato per la prima volta a '50 anni e visse colla moglie 58 anni; rimasto vedovo si riammogliò e visse colla seconda moglie altri 55 anni. Suo padre aveva 150 anni.
L'Inghilterra presenta parecchi di questi portenti; ne cito tre soli, i più celebri.
Jean Purs di 152 anni; suo tìglio Jean Neuwel ne visse 127 e morì nel 1751 in Michaelstow.
Thomas Paar che già conosciamo, morì d'indigestione nel 1635 all'età di 158 anni; suo figlio ne visse 127.
Nello stesso paese, nella Contea di Cumberland, moriva nel gennaio 1878, una donna, Jeanne Forester, di 138 anni, lasciando una figlia di 103.

Sotto il bel cielo d'Italia hanno vissuto anche di questi patriarchi.
Nel 1825 moriva a Roma il celebre cantante Galvini arrivato a 138 anni e suo figlio a 113.
Anche la Francia dà il suo contingente, gli esempi sarebbero parecchi, ma alcuni meritano essere ricordati. Nel 1711 moriva Henri le Baucher, di Coen, a 115 anni; suo padre ne aveva vissuto 108 e suo figlio ne contava 73.
Jean Fileus moriva nel 1715 a 108; suo padre era morto a 104; suo nonno a 113 e lasciava un figlio di 80 anni.
Alla fine del lungo Regno di Luigi XIV, cessava di vivere al 1° aprile 1715, in Parigi, Filippo Herbelot all'età di 115 anni.
Ammesso nel 1714 a presentare per l'ultima volta un mazzo di fiori al Re in occasione della sua festa, Luigi XIV gli domandò come aveva fatto per raggiungere una così bella età. « Maestà, rispose il vegliardo, con un pò di malizia, — fin dall'età di 50 anni ho chiuso il cuore ed aperto la cantina » .
Il padre di Herbelot aveva vissuto 113 anni ed il nonno 112, Esisteva ancora a Dieppe nel 1772, Anna Cauchic sana e forte di 150 anni; il padre ne aveva vissuto 124, e lo zio 113.
Nato il 28 febbraio 1728 viveva ancora nel 1842 in Parigi all'età di 114 anni, Noel des Quersonnières, sano, forte e colla più chiara intelligenza, che soleva dire a chi l'interrogava: «Vedete, la mia famiglia discende dai Matusalem; bisogna ammazzarci perchè noi cessiamo di vivere. Mio nonno materno è morto accidentalmente all'età di 125 anni, ed io v'invito ai miei funerali...nel prossimo secolo... (Lucas). »

Ed infine, vi ripresento, o Signori, sotto un altro aspetto, il celebre Colombiewski, di cui ci siamo occupati; egli è un monumento; nato costui in Ostrowic (Polonia) nel 1744, era nel 1846 nell'età di 102. La vita di costui scritta da Kubolski merita essere accennata. Antico soldato della Guardia del Re di Polonia Stanislao Leszczynski, entrò nel 1766 nel reggimento di fanteria francese detto Bourbonnais, e da quest'epoca in poi contava 80 di servizio attivo passato sotto le armi. Fece 35 campagne, fra cui meritano essere ricordate le campagne d'America sotto Luigi XVI; la campagna d'Egitto sotto il Direttorio; la campagna d'Italia, di Spagna, di Germania, di Russia, sotto Napoleone. Nel 1814 passò nei veterani, e stava benone; era dritto e vegeto nonostante fosse stato 5 volte ferito gravemente.

CONCLUSIONE

Quanto ho avuto l'onore di esporre ha certamente del favoloso o dell'esagerato, massime su ciò che si riferisce agli estremi limiti della vita ed alla loro funzionalità. Ciò nondimeno, e pur facendo le debite riserve su molti di questi punti, i documenti sono tanti e le sorgenti sì varie che non si può fare a meno, guardando le cose con serenità, di concludere con queste proposizioni:
  1. La durata della vita pare che sia oggi come era alcuni milioni fa.
  2. Malgrado l'incertezza dei dati statistici e le difficoltà di averli nei secoli passati, pure si può ritenere che la media della vita moderna sia cresciuta in confronto a quella antica.
  3. Il numero dei centenari d'oggi è più grande e l'estremo limite superiore della vita dei nostri longevi può rivaleggiare con quello della, vita dei longevi di altre età.
  4. In quanto alle cause, se si eccettui il clima — non come causa però, ma come ambiente — né la razza, ne il mestiere, né il vitto esercitano influenze speciali sulla longevità.
  5. La longevità è razionalmente spiegabile colle idee moderne sull'adattamento.
  6. La forza di resistenza che nella lotta per l'esistenza l'organismo acquista, adattandosi alle condizioni esterne, e che costituisce la forza vitale, può essere trasmissibile colla eredità.
  7. Grazie adunque alle nostre condizioni più civili, al progresso, alla migliorata educazione ed un poco anche al perfezionamento dell'arte medica, oggi si vive più di quanto si viveva altre volte.

È dunque apparente e non reale il fatto invocato da alcuni della maggior durata della vita presso i nostri antichi, e ridicolo diviene quindi il rimpianto continuo dei beati tempi passati, giacché, vivendo oggi di più, si deve riconoscere un miglioramento e nelle condizioni esterne d'ogni specie che ci circondano, e nella resistenza del nostro organismo, tanto ingiuriato in questi tempi.
E più forti potremmo divenire e potremmo più a lungo vivere, se più resistente all'insulto delle condizioni esterne potessimo rendere il nostro organismo, se con più miti e meno numerosi nemici avessimo a combattere. Lo si può.
Ed è all'igiene, al suo studio indefesso ed alla sua razionale applicazione che spetta questa sublime finalità. Scopo della scienza nuova dev'esser dunque quello di mantenere l'organismo bene equilibrato, proporzionare la resistenza all'attacco, onde poter trasmettere ciascun di noi ai figli nostri il sublime ideale d'una Mens sana in corpore sano.
Con ciò solo si potrà realizzare l'idea di Hufeland che l'organizzazione e la forza vitale dell'uomo possono, l'ima durare e l'altra agire durante due secoli.

(Studio pubblicato nel 1893 dal Prof. FELICE LA TORRE, pareggiato in Ostreticia presso la Regia Università di Roma.)
Copyright Luigi Albano
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