Papato e Schiavitù - Luigi Albano

LUIGI
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Il Cristianesimo e la schiavitù
In tutto il Vangelo non si trova una parola, non dico di condanna della schiavitù, ma sulla eguaglianza civile umana.
La dottrina degli apostoli intorno alla schiavitù è quella di considerare questa vergogna umana come un fatto che essi ammettono.
S. Paolo nell'epistola agli Efesi raccomanda agli schiavi «di obbedire ai padroni con timore e tremore», nella prima epistola a Timoteo vuole che gli schiavi considerino i loro padroni come degni di ogni onore; nell'epistola a Tito raccomanda ancora agli schiavi di piacere in ogni cosa ai loro padroni per onorare Gesù; nell'epistola ai Colossi insiste nuovamente perché gli schiavi obbediscano ai padroni
Non fu forse San Paolo che rimandò il famoso schiavo Onesimo, fuggitivo, a Filemone suo padrone?
S. Pietro nella sua prima epistola raccomanda egualmente agli schiavi di essere sottomessi con timore ai loro padroni.
Quando si pensa che la schiavitù ripugna a tutti gli esseri (Droz) che è una istituzione delittuosa (Cousin), che con essa la religione falsa la morale, (Constant), che nessuna legge civile potrebbe impedire ad uno schiavo di fuggire (Montesquieu), come non ammettere che gli Apostoli, volendo l’alienazione perpetua di un uomo in mano di un altro, sono rei di lesa umanità?
Del resto per ammettere soltanto che il movimento cristiano tendesse alla abolizione della schiavitù occorrerebbe ritenere, come afferma il Ciccotti, che si accompagnasse ad esso una visione, se non chiara, almeno embrionale di una diversa forma di produzione, di una diversa maniera di sopperire ai bisogni della vita ed uno sforzo per trasformare in quel senso l’ordinamento sociale.
Ma dunque, mi chiederanno i buoni cattolici, ma dunque non è Io schiavo cristiano fratello del suo padrone, non appartiene al medesimo corpo della Chiesa, non è fratello del figlio di Dio, non è fratello di Dio stesso fatto uomo?
Oh, si risponde per me S. Girolamo, ma nel mondo di là, molto al dì là; sulla terra Gesù “non venit conditiones mutare”.
Cosa importava alla Chiesa della disuguaglianza sociale!
Essa, è vero, avrebbe potuto condannare la schiavitù, come condannò l’idolatria, la fornicazione; ma non solo, per un principio di opportunismo politico, ciò non fece, ma ebbe anzi schiavi propri.
Che cosa importa questa vita, essa predicava? Il mio -regno non è di questo mondo, lasciò detto Gesù.
Cosa è mai la libertà umana? L'unica cosa meritevole di considerazione è la salute dell’anima.
Cristo è venuto a liberarci dalla schiavitù del peccato. Alla salute dell'anima lo schiavo può provvedere come il padrone.
Perché allora cambiare? E perché i cristiani dovevano preoccuparsene? Non doveva finire il mondo? Non era dunque inutile una riforma sociale che l’ultimo giorno avrebbe interrotta prima che fosse stata finita? Il cristiano deve dunque accettare senza mormorare la condizione che Dio gli ha assegnata sulla terra
Ecco la teorica della rassegnazione.
Altro che diritti dell'uomo e regno dell’umana ragione! Domandatelo, amici lettori, a S. Paolo che le scaglia contro l’anatema!
Sino dal primo secolo ci fu qualche ingenuo ammiratore del Nazareno, che volle interpretare la di lui dottrina come basata sulla eguaglianza civile. Non l’avesse mai fatto.
S. Pietro e S. Paolo - dice la Civiltà Cattolica dal 7 febbraio 1865 - ripararono tosto all’errore, condannandolo espressamente e dichiarandolo uno scandalo, con grave rischio per la fede, una vergogna recata alla religione cristiana.
E dire che oggi poco meno i clericali vogliono fare di Gesù un precursore di Toussaint-Louverture!
Si è detto che il Cristianesimo non avrebbe potuto abolire la schiavitù senza turbare l'ordine sociale, quell'ordine che riconosceva rigolato da Cesare.
L'obbiezione è gesuitica.
Una dottrina che si diceva divina non poteva rispettare umane istituzioni, tanto più quando queste ripugnavano palesemente alla morale e al diritto naturale. E non poteva rispettarle se non facendosene complice.
Non è dunque abbassare Dio in nome del quale si dice di agire?
Il vero si è che per quel principio opportunistico, al quale ho già accennato, la Chiesa non si mostrò punto intransigente collo Stato pagano e fu sollecita a sacrificare il rigorismo eccessivo al proprio utile.
Ed è per questo che la schiavitù, anche fra cristiani, durò ancora secoli e secoli con tutti i suoi inevitabili malanni, e sino cogli spettacoli orrendi del circo.
Ma se il Cristianesimo non condannò per principio la schiavitù, l’abolì almeno di fatto?
La storia ci dice invece che la schiavitù ha continuato ad esistere presso le nazioni moderne, anche quando il Cristianesimo vi è stato solidamente stabilito ed esclusivamente dominante.
Ed è stata non solo tollerata, ma continuata e protetta dai principi cristiani e dai concili.

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