Il libero pensiero - Panteismo - Luigi Albano

Luigi Albano
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Il libero pensiero - Panteismo

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Napoleone Roussel (1805-1878)
 PANTEISMO

Se l’Universo è infinito, non può esistere null’altro all’infuori di esso e da qui deriva il Panteismo del frate di Nola: tutto è Dio che si manifesta sotto due aspetti: Materia (Natura naturata) ed Anima del mondo (Natura naturans).
L’una non può esistere senza l’altra.





L’ateo dice: Non v‘è Dio.
Il panteista: Tutto è Dio.
Qual differenza passa tra quelle due opinioni?
Nissuna! -, Difatti l’ateo, anche il più deciso, non saprebbe come negare l’esistenza del mondo.
Non nega neppure che l’occhio sia fatto in tal guisa ch’esso veda, nè l'orecchio in tal maniera formato ch’esso oda. Non ricusa di riconoscere ordine nell‘universo; confessa che il sole rischiara, che gira il nostro pianeta, che ci ammaestrano i nostri sensi e la nostra mente. Ma quello che non vuole riconoscere si è che tutto sia stato voluto, preparato. Secondo lui, le cose non sono state create, ma, quali sono, sempre furono. In una parola, l’ateo nega Iddio, ma non nega nè il mondo nè le sue leggi, anzi, per lui il mondo è tutto.
Or, quella precisamente è l'opinione del panteista; sì fattamente che queste parole dell’ateo: non v’ é Dio, e queste del panteista: tutto è Dio, tornano ugualmente a dire: Il mondo è tutto.
Ateo e panteista riescono dunque alla medesima conclusione; non esiste diversità se non nelle vie che hanno seguito per giungervi.
Ma in somma qual’è quella diversità?
Dessa è che l’ateo non dà spiegazione al suo sistema.
Egli dice: le cose stanno così, e sempre così sono state.
L’ ateo non prova nulla ed anche nulla pretende provare.
Si contenta di respingere ogni argomento. Si mantiene logico con sè stesso, imperocchè il suo ragionamento viene a significare: io non so niente, dunque non accerto niente. Vedo il mondo e ci credo; mostratemi Dio e ci crederò.
Vero è che gli si potrebbe obbiettare la coscienza e le esigenze morali del nostro essere, ma al postutto sarà sempre fondato dicendo: Le vostre ragioni non mi bastano. Non nego nulla, non accerto nulla. Non v’ ha dunque in me nè errore, nè contraddizione.
Ma non è così del panteista. Egli non si ammantà nel silenzio; pretende, bensì, togliere la difficoltà.
Egli non dice: non v’è Dio; ma: tutto è Dio, o, se meglio vi aggrada: Dio non è che una stessa cosa col mondo. Il mondo porta in sè la propria causa ed i propri effetti: il creatore e la creazione; o piuttosto si sviluppa secondo leggi le quali sono Dio esse stesse.
Or bene, io qui trovo che quel panteista ha un torto che l’ateo non ha.
Da una spiegazione che non ispiega nulla; asserisce una opposizione ch’egli non saprebbe costatare.
Di queste due cose l’una; oppure Dio ed il mondo sono identici ed allora non ci è da distinguere nulla tra i due; bisogna dire coll’ateo: solo il mondo esiste; oppure Dio ed il mondo non sono identici; soltanto, il primo racchiude l’altro e questo agisce sul primo; allora sono due esistenze diverse; sono un creatore ed una creazione.
Ma se mi dice quel panteista: quel Dio è causa, quel mondo è effetto senza che si possano separare l’un dall’altro, e Dio produce il mondo come il sole produce il calore; gli rispondo: la vostra distinzione non vale; causa ed effetto, sole e calore non sono che anelli d’una medesima catena; quella catena è la materia eterna e non v’e Dio.
La parola panteismo è priva di schiettezza; si ricopre del nome di Dio per farsi accettare.
E qui toccò al motore segreto di tutta la dottrina. Che volete sapere perchè il panteismo è in voga appo coloro che respingerebbero il nome di ateo? perchè il nome di ateo soffre discredito; ateo, nella società, suona quasi uomo senza principii, senza morale, scostumato. Nissuno si cura di rivestire un simile carattere.
Il professarsi panteista non offre il medesimo pericolo: il nome è di nuovo conio, non manca di un tal quale colore scientifico. Chi lo assume sembra di essersi dato alla riflessione, allo studio; il che sempre reca contentezza.
D’altronde, la voce di panteista non su di negazione, come quella di ateo; essa non leva sgarbatamente Dio giù dal suo trono. Sembra invece che abbondi nel senso deista; non solo asserisce che Dio è, ma eziandio ch’egli è tutto! che più vorreste? La negazione si nasconde fino a che l’ingenuo neofita abbia accettato la dottrina; e non è che allorquando si.è, più o meno, dichiarato panteista, ch’egli s’accorge che anziché sublimare la materia all’altezza di Dio, egli ha precipitato Dio al livello della materia.
D'altronde, preso dal suo buon verso, il panteismo ha in sè un qualche cosa di lusinghevole assai per i suoi adetti: se tutto è Dio, io sono una parte della divinità; piccola certamente, ma pure per quella mia parte io sono Dio! E come su questa terra io non ravviso nissun essere superiore, nemmeno uguale, all'uomo, posso con soddisfazione prendere posto in primo grado. Non sono neppure l’ultimo della mia specie la quale è pur la più nobile. Acquistando istruzione, di mano in mano mi vado deificando.
Non importa dire tutto ciò ad altri per goderne sè stesso. Qual voluttà di contemplarsi così nèlle proprie meditazioni! Sì, il panteista mettendo giù dal trono Dio, per deificare sè stesso, ecco, senza dubbio, uno dei maggiori allettamenti della moderna dottrina.
Tuttavia, non è quello ancora il più potente allettamento. Egli stà in questo: se non vi è Dio, nissuno ha il diritto di comandarmi, me, uomo, il maggiore degli esseri; o se volete, subito che tutto è Dio, essendo io di quel tutto la più nobile parte, io sono il mio proprio padrone, a me stesso debbo ubbidienza, avrò quelle regole di condotta che meglio mi piaceranno.
Ora, qual cosa più gradevole dell’essere legislatore a se stesso, di scuotere il giogo del pregiudizio che, sotto veste di religione o di coscienza, ad ogni piè sospinto, viene ad inciampare il nostro cammino verso il piacere? Cosa di più commodo del farsi una morale adattata al proprio gusto, e di mutarla poi a seconda delle circostanze? Simili conseguenze non sono vani supposti; già furono desunte.
L’ indipendenza della carne, il godimento trasmutato in dovere, la felicità ad libitum presa qual\supremo scopo della vita; ecco il catechismo panteista da molti pubblicato.
Ora, se quelli sono i principii confessati, quale non dovrà essere la pratica? Giacchè qui, all’opposto di quanto avviene nel cristianesimo, i bigotti vanno innanzi, nella lor condotta, ai precetti della teorica!
Dar libero Sviluppo alla superbia e rovinare i costumi, ecco dunque le necessarie conseguenze del panteismo. Dai frutti riconoscetc l’albero: i triboli non portano fichi, l’errore non produce santità. Errore e vizio stanno legati in sieme come verità e virtù. Se adunque vi si potesse mostrare in questo mondo una dottrina, o un fatto, che generasse la giustizia, la moralità, il sacrificio di sé, voi potreste con ogni fiducia dire: Ecco la verità. Or bene, lettore, conosci tu nel mondo una dottrina pura, morale al pari di quella del Vangelo? Conosci tu un fatto che porti meglio al sacrificio di sè che la croce di Gesù Cristo? Nissuna teoria, nissuna storia sono desse state produttrici di uomini simili a. S. Paolo, Agostino, Fénélon, Wilberforce? Paganesimo antico o moderno, maomettismo nascente o moribondo hanno essi creato istituzioni che pur s’accostino a quelle della cristianità? Fratellanza umana, rialzamento della donna, abolizione della schiavitù, opere di beneficenza, attività missionaria non sono quelle tutte cose appartenenti esclusivamente al mondo cristiano? Ma, oimè! quantunque lampanti, non colpiranno quelle prove tutti gli sguardi.
Il nostro cuore si compiace nella vanagloria, l’egoismo ha stanza nella nostra natura, e quando il Vangelo spinge l’uomo a cambiar vita, costui si tura gli orecchi, precisamente perché li apriva alle adulazioni del panteismo! e il suo rifiuto a credere conferma maggiormente la verità fondamentale del cristianesimo: l’uomo è un esser escaduto e per riabilitarlo occorre un Salvatore.
Sì, Gesù Cristo, che viene a far manifesta agli uomini la loro spirituale miseria, mediante i suoi precetti ed il suo esempio; Gesù Cristo che offre poi sè stesso per procacciarci perdono del suo Padre; Gesù Cristo, insomma, che ci merita colla sua vita e colla sua, morte l'entrata gratuita al cielo ed il dono di una vita eterna; ecco la dottrina la più soave, la più bella, l’unica divina che mai sia stata recata alla terra.
Essa mi proclama peccatore, ma peccatore cui è conceduta la grazia. Mi da un Dio e quel Dio essa me lo fa Padre! E, quasi per levarmi ogni
pretesto d’incredulità, lo Spirito Santo tiene ad ispirarmi il pensiero di pregare!

Firenze -  anno 1867, autore: Napoleone Roussel (trascrizione in ortografia originale)

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