L'Inferno - Luigi Albano

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 L' I N F E R N O


L'inferno, quale il crearono le Menti perverse dei teologi, e le frenetiche visioni dei poveri di spirito, esaltate dai lunghi digiuni, e dalle insensate macerazioni; l'inferno, quale ce lo dipinsero le generazioni ancora turbate dalle fantastiche leggende e da idolatri terrori, non può, non deve sopravivere in questi tempi di pace, di perdono, di amore.

La povera mia mente non può resistere al pensiero di tante orride pene. Per creare il male, conviene essere malvagio: e può Dio essere cattivo? Quale tetra e inflessibile Divinità può condannarci ad atroci ed eterni patimenti, senza neppure una più fioca e lontana speranza di perdono per una parola improvidamente sfuggita, per un fallo imprudentemente commesso; insomma per un nonnulla?

Come si può ammettere l'idea della providenza, della bontà e della misericordia, quando si parli di un Dio, il quale tiene a sua disposizione un inferno dove sono cacciati a milliardi di millioni le sue creature; dove le anime stesse, confuse colla materia, alimentano un foco che mai non s' estingue; dove musica è l'urlo dei dannati; e ad ogni passo s'incontrano orrendi mostri che ci avvinghiano con stretta mortale; dove a ristoro di una sete rabiosa, altro liquido nou soccorro che la pece e lo zolfo incandescenti?

Queste fantastiche creazioni non potevano essere credute se non quand'erano circondate dalle tenebre ond'erano offuscate le menti dei nostri progenitori.

L'eternità dell'inferno si basa sull'infallibilità del pontefice. Or, come può ritenersi impeccabile, non solo il papa, ma la chiesa stessa, dopo che Galileo, a dispetto della Bibbia che la dice immota, provò che pur si move la terra su cui formicola la nostra razza.

E i famosi sei giorni della creazione, e i sei mila anni della tradizione mosaica, che diventano mai, dopo le palmari dimostrazioni della geologia? La storia ricorda quell'asino di papa, che scommunicò il vescovo Vigilio perchè aveva osato scoprire li antipodi, mentre a lui pareva doversi ritenere qual dogma che la terra è triangolare.

E quest'inferno, che alcuni teologi dicono situato entro le viscere incandescenti della nostra terra, ed altri pretendono si trovi in diverso pianeta, dove crederemo noi che esso sia? E quando gli astri saranno scomparsi, e la luce spenta, e il tutto ridutto al nulla, solo l'inferno continuerà dunque il suo rotear furibondo per l'aer fosco? E perchè non tornerà anch'esso nel nulla, come tutto il creato?

L'inferno, oramai, non fa più terrore alle genti, ma raccapriccio agli uomini di onesta e semplice natura. Colla tetra sua istoria di vituperio e di maledizione, esso si distrugge da sé medesimo. Al benefico lume della ragione che imperturbabilmente si fa a scandagliare ogni umana cosa, svaniscono le nebulose tradizioni del medio-evo.

Ecco perchè i preti vanno persino a rinnegare la ragione, senza pensare che essa è la sola dote per cui il creatore volle distinguere l'uomo dai bruti. Lasciamo che la ragione eserciti il suo sovrano magistero sulle umane cose. Per essa, la verità, anziché averne offesa, ne uscirà più fulgida e bella.

Se la religione è vera, reggerà certo anche alle più secrete indagini della ragione; e , se non regge, è segno che essa si appoggia soltanto sulle tarlate gruccie di una mendace tradizione; ed, in tal caso, meglio è che essa cada.

La caduta dell'errore è sempre un gran beneficio per il genere umano. Perchè temeremmo noi la ragione?

Perchè consentiremo che tutto continui a rimanere più oltre, sepolto nel buio e nell'assurdo della leggenda teologica?

Del resto, che importa se Giosuè abbia fermato il sole piuttosto che la terra? Facciamo per quanto è da noi, che regni nel mondo una legge di toleranza e d'amore. L'amore dev'essere un vincolo eterno fra li uomini: mentre la tradizione va inesorabilmente soggetta a modificarsi lungo il corso delle succedentesi generazioni.

Calet, si vede, ho un'anima ardente, generosa, alla cui mente, fino allora imbevuta dei pregiudizi teologici, balenò un giorno il lampo fatale del dubio.

Fu tosto compreso da una tristezza ineffabile, da infinita desolazione; ma le amarezze del dubio non si possono dir figlie dell'indifferenza, dello scetticismo.

Calet senti tosto l'angoscia e la responsabilità che naturalmente deve pesare, a tutta prima, sopra ogni anima onesta cui vien meno il mendace, ma pur comodissimo, ausilio della fedo; provò una specie di disgusto per la sua propria esistenza. La lotta fu terribile; ma fortunatamente fu breve.

Ben presto, alla perspicua e retta sua intelligenza apparve in tutto il suo orrore una religione che tenta esercitare un infame predominio sali' ottusa e spaventata coscienza delle moltitudini, colla tetra minaccia di pene satanicamente atroci ed inespiabili. Da quel punto, la nebbia dell'errore e della menzogna, si dissipò; e splendido ai suoi occhi apparve il benefico sole della verità.

E, da uomo onesto qual è, senti il dovere e il bisogno di adoperarsi a combattere l'errore ed a propugnare la verità, anche a beneficio delle illuse moltitudini. Ecco la ragione per cui si accinse a scrivere l'Inferno.

Per il che, ei dovette sobbarcarsi a lungo e penoso lavoro. Si rifece da capo a indagare le tradizioni dell'antica mitologia cristiana; studiò lo vite dei santi; e riandò per tutte le più dolorose vicissitudini dell'umanità.

La sua coscienza si rivoltò al cospetto di tante sceleraggini commosse e santificate a nome di un Dio inesorabile, che, per volger di secoli, non vuole e non sa perdonare: descrisse i tormenti dell'anima sua; cantò in note desolate i misteri di una religione disperante; ed imprecò centro l'impostura dei sacerdoti, che, macchiati da ogni colpa, non sanno che imprecare e maledire.

Anch'io, povera donna qual sono, grido con Calet: no, l'eternità delle pene non esiste, nò può esistere.

Fu un sogno di demente: fu invenzione diabolica. Essa distruggerebbe ogni idea di misericordia e di giustizia , che pur sono i primi ed i più preziosi fra li attributi di Dio.

Se fosse vero che a Dio mancano le doti della giustizia e della misericordia, ei non sarebbe perfetto: e senza perfezione Dio non può essere. Dunque l' Inferno distrugge Dio.

Oltrecchè, ammettendosi per ogni più lieve fallo l'eternità delle pene, a che avrebbe giovato la venuta del Cristo? A che il diluì sublime martirio? A qual prò si sarebbe sparso quel sangue, che fu pur sacrificato qual pegno divino di perdono e di redenzione? E quel Gesù che, nelle supreme ambascie dell' agonia, pregava il padre in favore de' suoi crocefissori, com'è possibile che non abbia saputo trovare una parola ad implorare venia e ristoro per tutti quei miseri, che da secoli sono travolti fra i più orribili tormenti?

Quale orrenda morte non sarebbe stata la sua, se dalla croce avesse dovuto contemplare le porte dell'inferno sempre chiuse per quei che già dentro vi precipitarono, e sempre aperte ad ingoiare insaziabilmente le future generazioni?

Perchè, o Signore, nell' impeto dell'ira cieca, non distruggeste il primo uomo che peccò? Perchè non isteriliste nella donna il germe della riproduzione ? . . .

Oh com'è straziante l'istoria che narra il Calet di quella povera vedova la quale ebbe a trangugiare l'amara delusione d'udirsi rispondere dal sacerdote, la fredda, inesorabile sentenza: È troppo tardi! E dire che da quella bocca essa attendeva, invece, qualche parola di speranza e di pace per l'anima di un caro perduto! Meglio sarebbe stato il rispondere : — della persona che tanto tu ami, più nulla esiste: anche l'anima sua si svaporò, e rientrò nel nulla, coll'ultimo anelito di vita. — Si, meglio il nulla, che una divinità implacabile ed ingiusta.

Ma, se il prete non sa confortare, a che si erige in giudice cotanto severo? Perchè si compiace egli a parlare di morte eterna, mentre si vanta ministro di un Dio che si dice per antonomasia la inesausta sorgente di ogni vita, e che raccommandò ai suoi apostoli di perdonare, non solo sette, ma settanta volte sette?

Guai all' uomo sulle cui labra non ispunta mai un sorriso di pietà! Guai al sacerdote, che solo porti dolore e disperazione ! . . . Ad essi, più che ad altri, calzano le minaccie dell'Evangelio: — "Lungi da me, o maledetti, imperocché ebbi fame, e non mi deste da mangiare; fui triste, e non mi consolaste; fui povera, ed insultaste, anziché soccorrere, alla mia miseria"...

Queste parole mi sgorgarono dal cuore come un grido di lamento, come un'aspirazione alla giustizia, ed un'invocazione alla verità ...
 

Testo trascritto in ortografia originale, autore Anonimo, pubblicato il 1866 a Milano, pag. 18 - il  Libero Pensiero, Giornale dei razionalisti.
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