IL PENDOLO NON E' IL CENTRO
LA VERITA' SULLA RADIESTESIA: L'UOMO NON LO STRUMENTO
Ci sono libri che nascono da un’intuizione improvvisa, da un entusiasmo del momento, da una scintilla che chiede subito di essere tradotta in parole. E poi ce ne sono altri che prendono forma lentamente, quasi in silenzio, come risultato di una lunga sedimentazione interiore. Libri che non sorgono da una fretta, ma da una maturazione. Da anni di letture, osservazioni, confronti, verifiche, dubbi, conferme e ripensamenti. Questo libro appartiene a questa seconda specie. Non nasce per aggiungere una voce qualunque al già vasto panorama radiestesico, ma per affermare con chiarezza una convinzione che, col passare del tempo, si è fatta sempre più netta dentro di me: in radiestesia il punto centrale non è lo strumento, ma l’operatore.Può sembrare un’affermazione semplice. Eppure non lo è affatto. Anzi, proprio attorno a questo punto si è accumulata, nel tempo, una delle più grandi confusioni della pratica radiestesica. Troppo spesso il pendolo è stato circondato da un’aura che non gli appartiene davvero. È stato caricato di aspettative, di simbolismi, di attribuzioni quasi autonome, come se il segreto della radiestesia fosse custodito nell’oggetto e non nella persona che lo impugna. Così il mezzo è diventato, poco alla volta, più importante del principio; il supporto ha finito per oscurare la sorgente; l’attrezzo ha preso il posto della coscienza.
È proprio contro questa distorsione che il presente libro prende posizione.
Non contro il pendolo, che resta uno strumento utile, pratico, prezioso nella sua funzione di supporto. E nemmeno contro la pluralità delle scuole, delle tradizioni e delle sensibilità che hanno attraversato la storia della rabdomanzia e della radiestesia. La mia intenzione non è demolire, ma rimettere ordine. Ricondurre ogni cosa al suo giusto posto. Restituire alla radiestesia una gerarchia più sana, più sobria e, a mio giudizio, più vera.
Nel lungo confronto con i testi, con gli autori e con le linee operative che hanno segnato questo campo, mi sono trovato più volte davanti a una costante sorprendente.
Pur con differenze notevoli di linguaggio, di impostazione, di epoca e di visione teorica, moltissime voci convergono, in modo diretto o indiretto, su un punto fondamentale: il pendolo non è il protagonista del fenomeno. Non è la fonte del responso. Non è l’intelligenza che decide. Non è il principio attivo della lettura. È, semmai, un tramite, un indicatore, un segnale, un amplificatore, un mezzo attraverso cui qualcosa di più profondo diventa visibile.
Quel qualcosa di più profondo è l’operatore.
La sua sensibilità. La sua preparazione. La sua centratura. La sua disciplina mentale. La sua capacità di porre domande corrette. La sua neutralità emotiva. Il suo rigore interiore. La sua qualità umana.
Ed è proprio questa convinzione che ha dato origine al titolo del libro. Mettere l’operatore prima del pendolo non significa sminuire lo strumento, ma liberarlo da un culto improprio. Significa riconoscergli dignità senza idolatria. Significa ammettere che esistono oggetti più comodi, più equilibrati o più gradevoli di altri, senza per questo trasformarli in feticci. Significa, soprattutto, riaffermare che nessuna forma, nessun materiale, nessuna costruzione, nessun prestigio esteriore potrà mai sostituire la presenza cosciente di chi opera.
Dietro queste pagine non c’è una riflessione improvvisata, ma il dialogo lungo e paziente con una pluralità di autori e di operatori che, in tempi e contesti diversi, hanno contribuito a delineare il volto della radiestesia. Sullo sfondo di questo lavoro si muovono figure storiche come Martine de Bertereau, Jean du Châtelet de Beausoleil, Jacques Aymar-Vernay, l’Abbé de Vallemont, Henri Mager, l’Abbé Alexis Mermet, Alexis Bouly, Henry de France, Henry Gross, Ludwig Straniak, Terry Ross, Sig Lonegren, Nigel Twinn e Raymon Grace. A queste si affiancano voci più vicine alla manualistica moderna, alla riflessione tecnica, alla dimensione psicologica o a quella terapeutica, come T. C. Lethbridge, J. Loreto Escobar Aguayo, Josep Viñals Geralt, Alain Bouchet, Edgar Holus, Rosendo Churión, Diane Boyer, Greg Nielsen, Joseph Polansky, Juan Pablo Garces R., Julien Lejamble, Edward Alexander, Tom Graves, Jean Jurion, Richard Webster, Melinda Iverson Inn, Eddie Van Feu e Maria Bril.
Sarebbe scorretto fingere che tutti questi nomi esprimano un pensiero identico. Non è così, e non è questo il punto. Alcuni si muovono in una linea più tecnica, altri in una prospettiva più intuitiva, altri ancora in una visione più mentale, terapeutica o simbolica. Alcuni parlano di subconscio, altri di risposta neuromuscolare, altri di centratura, altri di metodo, altri di etica operativa. Eppure, proprio dentro questa pluralità, emerge una lezione comune che merita attenzione: lo strumento, da solo, non basta. Lo strumento non pensa. Lo strumento non sa. Lo strumento non garantisce nulla. È l’essere umano che, con la sua qualità interiore, rende possibile la lettura, la orienta, la chiarisce o la deforma.
Qui si trova, a mio avviso, il cuore più serio della radiestesia. Non nell’oggetto, ma nell’uomo. Non nel possesso di uno strumento celebrato, ma nell’educazione di una presenza interiore capace di ascolto, di rigore e di discernimento. La vera questione, allora, non è tanto quale pendolo si stringa tra le dita, ma quale persona lo stia impugnando. Quanto è limpida? Quanto è centrata? Quanto è capace di non sovrapporre i propri desideri alla risposta? Quanto sa distinguere un segnale autentico da una proiezione? Quanto ha lavorato su di sé prima di pretendere che lo strumento parli?
Sono domande esigenti. Molto più esigenti che discutere sulla forma di un pendolo o sulla superiorità di un materiale rispetto a un altro. Ma sono anche le domande che contano davvero, se si desidera una radiestesia meno teatrale e più matura, meno dipendente dal fascino dello strumento e più fondata sulla responsabilità dell’operatore.
Perché il rischio, quando si attribuisce troppo potere al pendolo, è sempre lo stesso: si finisce per indebolire la persona. Si cerca fuori ciò che dovrebbe essere costruito dentro. Si immagina che la competenza possa essere acquistata, che la precisione sia incorporata nell’oggetto, che la qualità della lettura dipenda dalla forma dello strumento e non dalla qualità della coscienza che lo utilizza. In questo modo, quasi senza accorgersene, si sposta il baricentro della radiestesia dall’essere al possedere. E questa, per me, è una delle sue derive più pericolose.
Questo libro nasce proprio per contrastare tale deriva.
Non con aggressività sterile, né con il desiderio di svilire il lavoro altrui, ma con la ferma volontà di riportare il discorso alla sua verità essenziale. La radiestesia seria non comincia dall’oggetto. Comincia dall’operatore. Dalla sua disposizione interiore. Dalla sua disciplina. Dalla sua capacità di delimitare con precisione il campo di lavoro. Dalla sua onestà nel verificare. Dalla sua lucidità nel formulare la domanda. Dalla sua umiltà davanti al limite. Dalla sua disponibilità a riconoscere che uno strumento può facilitare il gesto, ma non sostituisce mai la coscienza di chi opera.
C’è infatti una differenza decisiva tra usare uno strumento e dipendere da esso. Nel primo caso, il pendolo resta ciò che deve essere: un mezzo utile, un supporto funzionale, un indicatore sobrio. Nel secondo caso, invece, diventa un idolo silenzioso, e ogni idolo finisce, prima o poi, per oscurare la verità che pretendeva di servire. Per questo sentivo necessario scrivere queste pagine. Perché in un tempo in cui troppo spesso il pendolo viene sopravvalutato, venduto, mitizzato o circondato da narrazioni eccessive, ritengo doveroso riaffermare una verità semplice ma decisiva: il vero lavoro radiestesico non comincia nello strumento. Comincia nell’uomo.
Tutto il resto viene dopo.
Viene dopo la sua sensibilità.
Viene dopo la sua presenza mentale.
Viene dopo la sua neutralità.
Viene dopo la sua esperienza.
Viene dopo la sua serietà.
Viene dopo la sua coscienza operativa.
Viene dopo la sua presenza mentale.
Viene dopo la sua neutralità.
Viene dopo la sua esperienza.
Viene dopo la sua serietà.
Viene dopo la sua coscienza operativa.
Il pendolo può aiutare, certo. Può rendere visibile. Può accompagnare. Può facilitare. Ma non sarà mai lui il principio.
Il principio, in radiestesia, resta sempre l’operatore.
Questo testo viene donato
perché la verità non si vende,
non si compra, non si piega al mercato.
perché la verità non si vende,
non si compra, non si piega al mercato.
La verità si offre.
Con rispetto.
Con fermezza.
Con coscienza.
Con rispetto.
Con fermezza.
Con coscienza.
Perché la verità non ha prezzo.
Cav. Luigi Albano
INDICE
SOMMARIO
DIRITTI DI AUTORE E TUTELA DELL’OPERA
PREMESSA
CAPITOLO 1 - RAYMON GRACE E LA RESTITUZIONE DEL PRIMATO ALL’OPERATORE
CAPITOLO 2- ABBÉ ALEXIS MERMET E LA DIGNITÀ DELL’OPERATORE DISCIPLINATO
CAPITOLO 3 T. C. LETHBRIDGE E IL PENDOLO COME TRADUTTORE
CAPITOLO 4 GREG NIELSEN E JOSEPH POLANSKY: IL PENDOLO COME PONTE
CAPITOLO 5 JUAN PABLO GARCES R. E IL PENDOLO COME AMPLIFICATORE
CAPITOLO 6 JULIEN LEJAMBLE E IL PENDOLO COME DIALOGO INTERIORE
CAPITOLO 7 EDWARD ALEXANDER E LA DEMOLIZIONE DEL PENDOLO COME OGGETTO MAGICO
CAPITOLO 8 TOM GRAVES E IL PENDOLO COME ESTENSIONE, NON COME AUTORITÀ
CAPITOLO 9 SIG LONEGREN E LA CENTRALITÀ DELLA COSCIENZA NELL’ATTO RADIESTESICO
CAPITOLO 11 RICHARD WEBSTER E LA SEMPLICITÀ DELLO STRUMENTO COME PROVA DELLA CENTRALITÀ DELL’OPERATORE
CAPITOLO 12 MELINDA IVERSON INN E LA RADIESTESIA CHE VIVE NELLA MANO DELL’OPERATORE
CAPITOLO 13 EDDIE VAN FEU E LA CONFERMA CHE LO STRUMENTO VALE PER FUNZIONE, NON PER PRESTIGIO
CAPITOLO 14 MARIA BRIL E LA VERITÀ SCOMODA: SENZA OPERATORE NON ESISTE RADIESTESIA
CAPITOLO 14 MARIA BRIL E LA VERITÀ SCOMODA: SENZA OPERATORE NON ESISTE RADIESTESIA
CAPITOLO 15 ROSENDO CHURIÓN E IL PRIMATO DELLA MENTE SULL’OGGETTO
CAPITOLO 16 DIANE BOYER E IL PENDOLO COME PROIEZIONE DELL’INTERIORITÀ
CAPITOLO 17 ALAIN BOUCHET E LA FINE DEL FETICISMO DELLO STRUMENTO
CAPITOLO 19 JOSEP VIÑALS GERALT E IL PENDOLO COME LETTURA DEL CORPO, NON CULTO DELL’OGGETTO
CAPITOLO 20 EDGAR HOLUS E LA RADIESTESIA COME ARTE UMANA, NON COME PRIVILEGIO DELLO STRUMENTO
CAPITOLO 21 NIGEL TWINN E LA SOBRIETÀ DELL’OPERATORE COME MISURA DELLA RADIESTESIA
CAPITOLO 22 HENRY DE FRANCE E LA RADIESTESIA COME METODO DELL’UOMO, NON DOMINIO DEL MEZZO
CAPITOLO 23 HENRY GROSS E LA CONFERMA CHE IL VALORE NON È NELL’OGGETTO, MA NELLA SENSIBILITÀ OPERATIVA
CAPITOLO 24 LUDWIG STRANIAK E LA PRECISIONE DELL’OPERATORE DAVANTI AL SEGNALE
CAPITOLO 25 TERRY ROSS E IL PENDOLO COME SUPPORTO PRATICO DI UNA FACOLTÀ GIÀ PRESENTE
CAPITOLO 26 MARTINE DE BERTEREAU E L’ANTICA PRECEDENZA DELL’ESSERE UMANO SULLO STRUMENTO
CAPITOLO 27 JEAN DU CHÂTELET DE BEAUSOLEIL E LA RICERCA COME ATTO UMANO PRIMA CHE STRUMENTALE
CAPITOLO 28 JACQUES AYMAR-VERNAY E LA PROVA STORICA CHE IL GESTO PRECEDE SEMPRE IL MEZZO
CAPITOLO 29 L’ABBÉ DE VALLEMONT E LA DISCIPLINA DELL’INTERPRETAZIONE
CAPITOLO 30 HENRI MAGER E LA SERIETÀ DELL’OPERATORE CONTRO L’ILLUSIONE DELLO STRUMENTO SUFFICIENTE
CAPITOLO 31 HENRY DE FRANCE, HENRY GROSS E LUDWIG STRANIAK: TRE SGUARDI, UNA SOLA VERITÀ
CONCLUSIONI
LA MIA MISSIONE