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Accordatura Cromatica del Pendolo - Luigi Albano

LUIGI
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ACCORDATURA CROMATICA DEL PENDOLO

Se c’è una cosa che vorrei restasse impressa, proprio come una frase che ti rimbalza in testa mentre chiudi il libro e ti dici “ok, adesso ho capito davvero”, è questa: comprare un pendolo “per il colore” è quasi sempre un malinteso. E non lo dico per fare il bastian contrario, lo dico perché è proprio lì che si vede la differenza tra una radiestesia da vetrina e una radiestesia che cammina con le sue gambe.

Capisco benissimo la tentazione, eh. Ti metti a cercare un pendolo e ti trovi davanti a un mondo in cui ogni oggetto sembra avere una carta d’identità: “questo è blu, quindi è per la comunicazione”, “questo è verde, quindi è per la guarigione”, “questo è viola, quindi è spirituale”, e via così. È rassicurante, perché ti dà l’illusione di una scorciatoia: scegli il colore, e il lavoro “si fa da solo”. Però qui devo essere netto: questa è una narrazione comoda, spesso commerciale, e quasi mai un principio tecnico serio. È come se ti vendessero una chitarra dicendoti: “questa suona solo la nota Sol”, e tu ci credessi. Non è la chitarra che suona una sola nota: è chi la impugna che non sa accordarla, o non sa dove mettere le dita.

Il punto, infatti, non è se il pendolo sia bello, prezioso, di ottone, di legno, di quarzo, a goccia, a cono, a sfera. Tutte queste cose contano, sì, ma contano per ragioni “meccaniche”: stabilità, inerzia, velocità di risposta, comodità in mano, capacità di restare centrato senza impazzire al primo soffio d’aria o al primo micro-tremore del polso. Alcuni pendoli sono più “nervosi”, altri più “profondi”, alcuni tagliano netto, altri ondeggiano morbidi. Ma queste sono qualità di comportamento, non etichette cromatiche incollate sopra. La faccenda del “pendolo verde” o “pendolo blu” come se fosse programmato in fabbrica per un’unica frequenza è, nella maggior parte dei casi, una semplificazione che impoverisce la pratica e sposta la responsabilità da dove deve stare: sull’operatore.

E questa è la parte scomoda, perché ci mette davanti allo specchio. Se io credo che il mio pendolo funzioni “perché è verde”, sto dando potere all’oggetto, non alla relazione che io costruisco con lo strumento. Sto dicendo, in pratica: “io faccio poco, lui fa tanto”. Ma la radiestesia, quella matura, fa l’opposto: ti riporta il potere tra le mani e ti dice “ok, adesso studia, sperimenta, prenditi la responsabilità di ciò che stai attivando”. Non è cattiveria, è crescita. È come passare da guidare con il cambio automatico a guidare con il manuale: all’inizio ti sembra più difficile, poi ti accorgi che hai più controllo, più precisione, più padronanza.

E qui entra in scena l’idea chiave: l’accordatura. Che detta semplice, senza teatrini, significa che la frequenza operativa su cui stai lavorando non è una proprietà fissa del pendolo, ma dipende da come lo stai usando. In particolare, da un fattore che tanti sottovalutano: la lunghezza attiva della corda, cioè il tratto che “lavora” tra le dita e la massa del pendolo. È una cosa banalissima da dire, eppure cambia tutto. Perché basta spostare il punto di presa, anche di pochi millimetri, e il sistema oscillante cambia comportamento. Non è magia: è dinamica di un sistema sospeso. Poi uno può chiamarla “fisica sottile”, “risonanza”, “coerenza vibrazionale”, ma la sostanza è concreta: se cambi la configurazione, cambi il modo in cui risponde.

Ora, facciamo un esempio terra-terra, così non resta teoria. Immagina due persone con lo stesso identico pendolo. La prima lo tiene sempre allo stesso punto, non ci pensa, non registra nulla, non accorda, e poi dice: “il mio pendolo è blu”. La seconda, invece, fa una cosa molto semplice: usa un riferimento (una tabella di accordatura, un biometro cromatico, un grafico di risonanza… chiamalo come vuoi), e cerca quale lunghezza attiva corrisponde a una risposta coerente su “blu”, quale su “verde”, quale su “rosso”. Se lo segna. Magari mette anche un piccolo nodo, una micro-perlina sulla catena, o usa una cordicella con tacche, per ricordarsi le posizioni. Risultato? Il primo “possiede” un pendolo blu, il secondo “usa” un pendolo che può lavorare su più frequenze, con metodo e replicabilità. E indovina chi dei due cresce davvero come operatore.

E qui arriva un punto che mi sta proprio a cuore: la radiestesia non è collezionismo. Non è la gara a chi ha più pendoli, più materiali, più forme “esoteriche”. Quella roba può anche essere bella, per carità, ma se non è accompagnata da competenza diventa solo scenografia. Il pendolo, da solo, non fa nulla. È un amplificatore. Amplifica micro-risposte neuromuscolari, amplifica l’intenzione, amplifica la risonanza che tu stai cercando di impostare. Ma se l’operatore è confuso, se la domanda è confusa, se il campo di lavoro è confuso, l’amplificazione diventa solo una radio che fruscia: senti qualcosa, ma non sai cosa, e ci proietti sopra la tua storia.

E allora sì, la maturità radiestesica inizia quando smetti di cercare l’oggetto miracoloso e inizi a costruire la relazione corretta: domanda chiara, perimetro chiaro, accordatura chiara, verifica chiara. È un cambio di mentalità. È passare da “cosa devo comprare?” a “cosa devo saper fare?”. E io te lo dico senza giri di parole: la seconda domanda vale cento volte la prima.

Ora, una precisazione importante, perché qui voglio essere onesto fino in fondo: dire che “ogni pendolo può accordarsi su tutto” è vero come principio generale, ma con una nota di realtà. Esistono pendoli la cui forma o costruzione è pensata apposta per favorire una certa qualità di lavoro: alcuni hanno geometrie, camere interne, bilanciamenti particolari, magneti, inserti, o proporzioni che li rendono più “orientati” verso un tipo di risposta. In questi casi può capitare che il pendolo abbia una tendenza, una firma più stabile, come se avesse una “nota preferita”. Ma anche qui, attenzione: tendenza non significa condanna. Significa solo che l’operatore intelligente lo sa, lo rispetta, e lo integra nel metodo. Non torna indietro alla favola del “pendolo monocromatico”, semplicemente riconosce che alcuni strumenti sono più comodi su certe frequenze, e meno su altre, proprio come alcune chitarre rendono meglio su certi timbri. Ma sempre chitarre restano: è la mano che suona.

E a questo punto, se guardi bene, il discorso sui colori cambia faccia. Perché non stiamo parlando di tinte “carine” o “brutte”, né di colori “buoni” e “cattivi”. Stiamo parlando di funzioni. E qui mi piace essere molto chiaro: non esiste una morale dei colori. Esiste una coerenza operativa. Il nero, per esempio, non è “oscuro” nel senso infantile del termine; spesso è contenimento, schermatura, protezione, capacità di dire “stop” a dispersioni e intrusioni. Il rosso non è “aggressivo” di per sé; è attivazione, spinta primaria, energia che mette in moto. Il rosso più profondo, quello che senti come più denso, non è solo una sfumatura: è radicamento, consolidamento, struttura che si rinforza. L’arancione è movimento relazionale, scambio, socialità, energia che fa incontrare e fa circolare. Il giallo è chiarezza mentale, ordine dei pensieri, capacità di mettere luce dove prima era confusione. Il giallo-verde, quel ponte strano tra testa e cuore, lavora proprio sull’integrazione: quando una persona pensa una cosa e ne sente un’altra, e resta spezzata in due, lì quella frequenza può essere un ponte.

Il verde, poi, che tanti romanticizzano come “natura e amore”, nella pratica è spesso armonizzazione vera: riportare equilibrio, ridurre attriti, aiutare i sistemi a rientrare in una forma di coerenza. Il blu non è una calma generica da poster motivazionale: è ordine comunicativo, pulizia dell’espressione, capacità di dire e di ascoltare senza distorsioni. Il verde-azzurro, che molti trovano “bello” e basta, in realtà può lavorare molto sul bilanciamento tra emozione e comprensione: quando senti tanto e capisci poco, o capisci tanto e senti poco, lì c’è uno squilibrio, e quella frequenza spesso parla proprio a quel confine. Il viola, infine, non è “spiritualismo” da etichetta; è trasformazione, passaggio di stato, cambio di forma, quando qualcosa deve morire in un modo per rinascere in un altro. Il bianco non è vuoto: è sintesi, riequilibrio globale, come quando fai reset e riporti tutto a una base neutra. E il bianco-nero, che sembra un contrasto grafico, in realtà è discernimento netto, riorganizzazione strutturale: tagliare l’inutile, mettere ordine, separare ciò che va tenuto da ciò che va lasciato andare. E sì, anche quel famoso “verde negativo” che tanti demonizzano: spesso non è “male”, è funzione di separazione e azzeramento, una sorta di stop-and-go energetico, un “basta così, si riparte da zero”, utile quando devi interrompere un legame tossico o una dinamica che non deve più essere alimentata.

Vedi come cambia il film? Non c’è il colore “migliore”. C’è il colore coerente con il momento e con l’obiettivo. E qui si misura la vera competenza: non nel dire “io uso sempre il blu perché mi piace”, ma nel saper dire “oggi no, oggi il blu mi farebbe scappare dalla realtà; oggi serve radicare”, oppure “oggi il rosso mi farebbe reagire e basta; oggi serve contenere”, oppure “oggi il verde armonizza troppo e mi fa restare in un limbo; oggi serve un taglio netto”. La competenza non è usare i colori: è saperli scegliere nel contesto giusto, e soprattutto sapere quando NON usarli.

E allora, alla fine, la conclusione non è solo tecnica, è anche una piccola lezione di responsabilità personale. Perché ogni volta che attribuisci potere all’oggetto, ti stai togliendo potere. Ogni volta che credi di dover comprare “il pendolo giusto”, stai dicendo che senza quell’oggetto tu sei incompleto. Ma un operatore serio non è incompleto: è in allenamento. E l’allenamento è fatto di attenzione, registrazione, disciplina gentile, verifica, umiltà. È fatto di un diario di lavoro dove scrivi: “per questo tipo di domanda, con questa persona, con questo stato emotivo, con questa intenzione, questa accordatura mi ha dato coerenza; quest’altra mi ha dato confusione”. Questo, credimi, vale più di dieci pendoli “specializzati”.

Se proprio devo lasciarti con un’immagine che chiude tutto, te la dico così: il pendolo non è una lampadina colorata che emette sempre lo stesso colore. Il pendolo è una radio. E tu sei la mano sulla manopola. Se giri a caso, senti rumore e ti illudi di sentire musica. Se impari a sintonizzare, la musica arriva chiara. E quando la musica è chiara, non hai più bisogno di comprare “una radio blu” o “una radio verde”. Ti basta saperla usare.

Quindi sì: il colore non si compra, si accorda. E quando lo capisci davvero, succede una cosa bellissima e liberatoria: smetti di rincorrere strumenti “miracolosi” e inizi a diventare tu lo strumento consapevole. Il pendolo resta il mezzo, prezioso e affascinante, ma il centro torna dove deve stare: nella coscienza di chi opera, nella qualità della domanda, nella precisione dell’accordatura, nel rispetto del contesto. E lì, proprio lì, la radiestesia fa il salto di qualità: da suggestione a metodo, da oggetto a principio, da possesso a competenza. E a quel punto, non stai più cercando “il pendolo giusto”. Stai imparando a suonare.

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INDICE
DIRITTI DI AUTORE E TUTELA DELL’OPERA
IL PROTOCOLLO DI ACCORDATURA DEL PENDOLO
IL PRINCIPIO OPERATIVO DELL’ACCORDATURA CROMATICA
TABELLA ACCORDATURA
IL COLORE COME FREQUENZA DI RISONANZA
NERO
ROSSO SCURO
ROSSO
ARANCIONE
GIALLO
GIALLO-VERDE
VERDE
VERDE-AZZURRO
BLU
VIOLA
BIANCO
BIANCO-NERO
VERDE NEGATIVO (V-NG)
COLLEGAMENTI STORICI E TECNICI NELLA LETTERATURA RADIESTESICA
LA CONTROVERSIA SUL VERDE NEGATIVO
IL NODO EPISTEMOLOGICO
APPENDICE OPERATIVA
CONCLUSIONE DELL’APPENDICE
CONCLUSIONI ACCORDATURA CROMATICA DEL PENDOLO
LA MIA MISSIONE.
 
© Luigi Albano
© Luigi Albano 2017
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