Il libero pensiero - Che sono io - Luigi Albano

Luigi Albano
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Il libero pensiero - Che sono io

percorsi
Napoleone Roussel (1805-1878)
CHE SONO IO?
Che sono io? non dico già: chi sono io ? ma, che sono io? Cosa o persona? materia oppure spirito? Me ne vado io al nulla eterno, oppure alla vita eterna? Merita la spesa il riflettervi sopra. Facciamo la prova di sciogliere la quistione. Se io sono una cosa qualunque, un poco di organizzata materia che vada a disgregarsi nella tomba per poi svanirsi per l'aria; se io sono un composto d’ossigeno, d’idrogeno, di carbonio e d'azoto, messo in moto da una corrente elettrica, resta chiaro che quel fiammifero che stà per spegnersi non ha verun obbligo morale da adempiere; non ha che a lasciar andare le cose, bruciare come l’olio ed il gas; meglio per lui se ci prende piacere! Ho sete.
Beviamo! Ho fame. Mangiamo!
Ma per bere con voluttà mi ci vogliono liquori gagliardi; per mangiare con delizie mi ci vogliono vivande saporite. Or, tutto ciò è costoso. - Il denaro è scarso, ed a guadagnarne ci va fatica. Il lavoro logora la debole mia macchina; mi ammazzerebbe prima di arrichirmi e partirei da questo mondo senza aver goduto la vita. No!.
No! Lasciamo da banda ogni fatica di corpo e di spirito; richiediano dalla destrezza, dalla furberia, dal furto che ci diano in poche ore ciò che un faticoso lavoro è troppo tardo a procacciare. Chi mi potrebbe trattenere? Sarebbe egli la coscienza? Che cos’è la coscienza? Un irritamento nervoso, uno sciocco pregiudizio! Chi mi potrebbe impedire? Sarebbe la paura del gendarme o del carcere?
Ma opererò di nascosto, userò precauzioni, eppoi sempre avrò a riparo la menzogna.
Se non basta la furberia, mi rimane la violenza! Non mancano lame affilate, potenti veleni... Perchè non liberarmi di quella materia altrui
che mi reca incomodo, a vantaggio di quella che m'è sì cara, sì preziosa, e che presto insieme con me svanirà?
Ma ad essere felice non bastano il mangiare ed il bere; vi sono godimenti più sentiti. Certo che per procacciarli occorre mettere a repentaglio la riputazione, la salute, la vita di una creatura; ma che importa! Senza rimorsi vado dietro al selvaggiume, senza rimorsi andrò pur dietro alla voluttà. Atomo, mi muovo a modo di vortice in mezzo ad altri atomi.
Leggi, onore, virtù sono tutte parole piena d'aria. Non cè obbligo per un granel di sabbia a rispettare un altro granel di sabbia. Egli è come di due bolle di sapone che s’urtan per l’aria; l’una regge e s’innalza esultante; l’altra scoppia e casca, gocciola d’acqua, nel fango, ove il sole verrà a riprenderla per deporla a sua volta, gocciola scintillante di rugiada, nel calice di un fiore. Ch'ho io da curarmi di quel ciclo eterno, nel quale, per un minuto secondo, io occupo un punto! No, perisca l’universo purchè io viva! Vada in isfacelo la società, purchè io goda, io, misera stella cadente, che luccica un qualche istante nello spazio per ispegnermi poi in sempiterno!
Così dunque, furto, omicidio, sozzura, ecco il compendio dei miei doveri, se io non sono altro che un atomo organizzato, un composto d’ossigeno, di carbonio e d’azoto !
Lettore, adotterete voi quella morale per uso vostro, non solo, ma eziandio per uso di coloro che vi stanno attorno, e che, al pari di voi, aggregati irresponsali, si approfitteranno a suo tempo di voi, come di loro vi approfittate voi.?
Vi va a genio una società, la quale si trovi logicamente trascinata a diventare una selva di bruti, divorantisi fra loro senza pietà, senza rimorsi? E se mi venite a dire: conserviamo per noi quelle verità; approfittiamoci del mondo e dei gonzi, vi rispondo: Ecco dunque il colmo della saviezza: l’ipocrisia! ad altri il dovere, a noi il piacere; la fede, museruola per il popolo, per noi libertà!
Ebbene, se disgraziatamente a tanto vi regge l’animo, andate sino a quel punto; siate logico. Vel concedo, l’uomo, materia organizzata, non deve avere a regola altro fuorché la sua volontà, a scopo nient’altro fuorchè il godimento, e, se occorre, il delitto qual mezzo.
In quanto a me, simili conclusioni mi mettono orrore, ed indietreggio, di faccia al principio che mi ci ha condotto.
Sì, il mio senso intimo mi dice che io non sono già qualche cosa ma qualcheduno; che io sono un essere dotato di vita, albergante in una casa di carne e che, dovesse pure la mia casa andare in rovina, non varrebbe meglio a schiacciarmi che non vale il diroccante muro a schiacciare il vento che passa, la voce che rimbomba, il pensiero che si sublima.
Sì, lettore, vi prendo a testimonio, l'essere che in voi pensa non è il vostro corpo, è più, è meglio: è uno spirito.
Non solo quell’essere vivo e sente, ma sente ad una maniera che gli è forzatamente imposta. Così, per voi come per me, il giusto e l'ingiusto, il puro e l’impura, il delitto e la virtù, l’omicidio ed il martirio non sono cose identiche; in una parola, è una coscienza morale che costituisce la base del nostro essere. Quella coscienza sarà più o meno vivace, ma in somma vive in tutti, anche in coloro che si provano a soffocarla, e voi medesimo salireste sulle furie se avessi l’ardire di dirvi: non siete coscienzioso.
Sono dunque un essere dotato di vita, una persona libera, una coscienza risponsale; ecco quanto proclamano e la riflessione ed il senso intimo. Ma quella coscienza morale che costituisce l’essenza dell’essere mio, l’ho io sempre rispettata?.. . le ho io dato ascolto nella mia vita segreta quanto nella mia vita pubblica. Sono puri il mio cuore ed i miei pensieri quanto lo sono la mia fronte e le mie parole? E, se un altro mi giudicare se, non emetterebbe egli contro di me una sentenza meno della mia indulgente? E cosa avverrebbe se quell'altro fosse un Dio, un Dio di cui gli occhi fossero troppo puri per vedere il male? Oh! se per un’ora potessi vestire la purità d’un angelo e contemplare in altrui la vita mia andata; certo che la vedrei più colpevole, e si cambierebbe in isgomento la mia sicurezza!
Ebbene, caro lettore, quella vista più chiara sulla nostra condotta morale, quella percezione novella della nostra reità, la quale per tanti uomini è motivo di disperazione, d’incredulità o di superstizione, può diventare un arca di salvezza.
Egli è quando, mirandosi quale si è, si dispera di se, che si principia a porre fiducia in Dio: non si mena più vanto delle proprie opere; non si fa più parola dei propri meriti; ma si stà vicino assai dell’ascoltare il Vangelo che annunzia perdono! Sì, il perdono di Dio, recato da Gesù Cristo, ecco la gran consolazione dell’anima che sente profondamente la propria miseria; il perdono completo, gratuito, eterno, ecco l’imperioso bisogno della coscienza fattasi umile e penitente, e quel perdono, lettore, Gesù è venuto ad offrircelo.
Ma sapete voi perchè quelle parole: Gesù, Vangelo, perdono, provocano in taluni delle ripugnanze? E perché quei nomi così belli passano spesso per bocche bugiarde, ipocrite, che, alle volte, ne vanno abusando. Nondimeno, stateci attenti! quelle ripugnanze ben potrebbero derivare da altra sorgente. Offerire perdono ad un uomo è quanto dirgli ch’egli è colpevole, e ferirlo nel suo orgoglio!
Se dunque vi ripugna l’accettare il perdono offerto da Gesù Cristo, esaminatevi a fondo e guardate se caso mai non fosse per orgoglio oltraggiato.
Notatelo bene, non è davanti agli uomini colpevoli come voi, è davanti a Dio che avete da gemere. Sareste voi troppo grande per piegare la fronte davanti al creatore dei cieli e della terra? E quando v'innalzereste in quest’ oggi sul piedistallo di una superba vanità, non converrebbe egli scenderne un dì davanti al Giudice che legge nel profondo dei cuori? Sì, credete a me, il nostro posto vero stà a piè della Croce. Umiliati, invochiamo mercè, e l’Iddio d’amore ci esaudirà.
« Venite a me, ci dice il Salvatore, venite a me che sono mansueto ed umil di cuore e troverete riposo alle anime vostre. Togliete sopra voi il mio giogo, egli è dolce; ed assumete su di voi il mio carico; egli è leggiero! »
Il giogo di Gesù, è l’amore; il suo carico, l’umiltà.
Lettore, pensate voi ch’io mi persuada di avervi condotto penitente ai piedi di Gesù Cristo? No.
Lo so, l’orgoglio ha nel nostro cuore radici troppo profonde, perché all’uomo basti il soffiarci sopra per atterrarlo. Epperò, io sono spinto a dirvi terminando: Per conoscersi ed umiliarsi ci vuole niente meno che la forza dello Spirito Santo; ed il mio consiglio ultimo sarà: Pregate, pregate,
Chi è quel padre tra voi, il quale, se il figliuolo gli chiede del pane, gli dia una pietra, dice Gesù; quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glie lo domanderanno?
Dunque, un altra volta ancora: Pregate, pregate!

Firenze -  anno 1867, autore: Napoleone Roussel (trascrizione in ortografia originale)

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