il matrimonio - Luigi Albano

Luigi Albano
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il matrimonio

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il matrimonio

Non si può fare alcun confronto tra i tempi antichi ed i moderni sul modo, con cui tra i giovani si cominciavano a manifestare i primi segni di simpatia.

Per ogni famiglia, e quindi per ogni giovinetta il primo pregio e la prima ricchezza erano l'onestà e il pudore.

Guai alla figliola che si avesse guadagnato il titolo di canuccedda (canuccella) e di sfacciata; ella perdeva la stima e la buona sorte, cioè la facilità e la probabilità di essere richiesta e di contrarre un buon partito, o conveniente matrimonio.

Non già che le giovinette di allora non fossero della stirpe e della scuola di Eva; ma si tenevano in grande riserbo, e mostravansi in ogni atto ed in ogni parola pudibonde, timide e scrupolose.

Non era quindi lecito di fare scherzi e moine da civettuola, ancorchè si serbasse pensiero onesto negli amorosi palpiti del cuore, imperocchè per un nulla una figliola si acquistava il grido di tenta alladdretta (testa dritta, alzata), cioè poco savia e punto modesta; ed ognuno sa che sui fiori più alti ed appariscenti il vento batte, e corrono spesso a posarsi più avidi i mosconi.

E più amara ingiuria per una giovinetta era il dirle che non avrebbe fatto d'uove int' a lu cistiedd (le uova nel cestello), assimilandola con tale frase pungente ironica e sdegnosa alla gallina che va di qua e di là deponendo le uova a capriccio, ribellandosi così alle diligenti cure della buona massaia.

Spesso i primi amori cominciavano in chiesa, luoghi allora unici per divoti e facili ritrovi; ovvero nelle pubbliche feste e nelle solenni processioni, quando le giovinette si ripulivano, mettendosi lu vestite bona (il vestito buono), si lisciavano meglio la testa, e rendevano più provocante il pelto con imbottitura di pezzuole, sul quale s'incrociavano le punte del muccaturo (faccioletto), lasciando sulla gola tanto di spazio da farvi pendere la stella, la susta o la crocetta di oro, ovvero un filare di vitrei coralli.

Per i contadini i lavori campestri della sarchiatura e della vendemmia, quando le giovanetto si recavano in campagna un pò più linde e prisciannuole (allegre, gaie e saltellanti), erano occasioni favorevoli ai primi lampi di simpatia ed ai primi palpiti di divertevole e seducente amore.

Infatti la vita allora era modesta, casalinga ed assai ristretta, nè si avea l'usanza di pubblici passeggi, laonde le giovinette non se ne stavano per lunghe ore alla finestra, perchè si sarebbe corso il rischio di prendere una infreddatura o un pò d' insolazione, senza potersi punto distrarre ed avere l'agio di vedere molte persone, essendo per
solito le strade ed i vicoli quasi deserti da potersi menare a proprio gusto, come dicevasi, la mazza o il bastone.

Nè si conosceva la moda di lisciarsi la faccia con polvere e con belletti, come il gatto si abbella con lo zampino, perchè ognuna soleva mostrarsi quale era in viso, e pregiarsi di sua bellezza naturale, sebbene qualche volta cercassero di arrossirsi un pò le guancie con la punta della tovaglia o del lenzuolo, e si lisciassero ben bene i capelli cu lu piecchiene d"auscio (pettine di bosso) e con un pò di olio, quasi puzzolente, tolto il più delle volte dalla duscernedda (lucernella) di creta, di stagno o di altro metallo.

Quando un giovine aveva posto l'occhio su di una figliola, anzichè strure (consumare, distruggere) la strada, o il raro selciato della cuntana (quintana), ne manifestava il pensiero ed il desiderio alla sua famiglia, la quale dopo di avere esaminato lo stato sociale ed economico della giovine, e sopra tutto le qualità, l'onestà e la virtù, di essa, si decideva per la proposta di matrimonio, e si stabiliva il giorno di fare Vambasciara (ambasciata).

Di solito erano gli stessi genitori che insieme a qualche più distinto ed intimo parente facevano tal richiesta, e quindi si stabilivano i patti e le condizioni del matrimonio, nè vi era bisogno della presenza del giovine e della giovine; anzi questa quasi sempre si rassegnava e faceva il volere dei parenti.

Se la proposta, o ambasciara, non veniva accettata, i parenti della giovine ringraziavano dell'onore ricevuto, e da ambe le parti non se ne parlava più, rimanendo, come dicevasi, amici più di prima; ma se il partito si credeva conveniente ed era accetto, si trattavano lì per lì i preliminari del matrimonio per ciò che riguardava panni e dote, e poi si stabiliva il giorno, in cui lo sposo sarebbe stato presentato alla fidanzata per farle senza alcuna svenevolezza il complimento di cerimonia, o il primo dono di dovere , cioè l' anello o qualche altro gingillo di oro.

Nel giorno della presentazione lo sposo insieme ai parenti, vestiti con una certa eleganza e festosi, recavansi in casa della sposa, e questa si faceva trovare discretamente parara e attorniara (parata o ben vestita e attorniata) dai suoi per riceverlo a bocca chiusa e con gli occhi bassi, la qual cosa avveniva quasi sempre nella cucina, luogo di rito per tali ricevimenti e per ogni altro ritrovo e faccenda domestica, essendo la cucina per i nostri nonni la vera galleria o il salotto.

Dato il buon giorno o la buona sera, lo sposo difilato si avanzava verso la fidanzata, e senza fare cerimonie, o profferire parole, le offriva il complimento (dono) o primo pegno di amore, che la giovine si prendeva col dire appena grazie a labbra strette, e ciò indicava che il matrimonio si accettava da lei, ed era difficile di guastarsi.

Di fatti era scrupolosa norma di famiglia, e dicevasi per usanza che entrato il giovine in casa non conveniva più scombinare (non fare) per una cosa o l'altra il matrimonio combinato (stabilito); laonde si stava dalle due famiglie fermi a questa giusta e lodevole fede di parola, di onore e di decoro.

Sia l'ambasciara che la presentazione, o prima visita dello sposo, facevasi di domenica o di giovedì, e meglio era se in questi giorni ricorresse solenne festa, perchè nei giorni con l'erre, e sopratutto nel venerdì, si aveva il pregiudizio di cattivo augurio, stimandoli nefasti ad ogni cerimonia e dolcezza di matrimonio, non ostante che la dea Venere fosse stata nei tempi classici la vera protettrice dell'amore.

Per consuetudine questi preliminari solevansi iniziare dopo la Pasqua, cogliendo l'occasione di una delle festi campestri della Buliemma, o Betlemme, del Sangue di Cristo e dell'Incoronata, perchè alla zita si portava allora anche il complimento delle antrite (fili di nocelle infornate) e della copeta (torrone); e quindi gli sposi avevano agio di prepararsi e compiere il matrimonio per le feste solenni e le processioni di S. Gerardo, protettore della Città, e del Corpus Domini, e meglio gustare dei fiori di maggio e delle tiepide notti di primavera.

Ovvero si aspettava il ridente ottobre e la lieta vendemmia, tornando anche piacevole e comodo di stare in due per le feste di Natale e la tarantella dell'allegro carnevale, schermendosi così contro la noia dei giorni piovosi e contro il gelo ed il nevischio delle rigide giornate d'inverno, allorchè si gode, con lo stare d'appresso al fiammeggiante focolare, oppure sotto le coltri, mentre di fuori sibila e geme il gelido vento di tramontana.

Combinato, come dicevasi, il matrimonio, cioè fattasi la promessa tra le due famiglie, i parenti dello sposo potevano fare quante visite avessero voluto a casa della sposa.

Anche al giovine era lecito di recarvisi qualche volta e passare un po' di tempo, e mangiare una fetta di rucculo (focaccia) pieno di frittele (ciccioli), di salsiccia o di ricotta, manipolato dalla sposa, e vuotare l'immancabile ciuliedd (orciuoletto) di vino agretto e saporito.

Però il poverino doveva contentarsi di guardare a distanza la sposa, che faceva sempre la cuntignosa (modesta), standosene tutta composta ad un cantuccio.

Aveva voglia di andarsene in sospiri.... perchè non si usavano  le strette di mano ed i passatempi di amorosa cortesia e dell'arte civettuola dei nostri giorni, nè i gustosi cicalecci in disparte, le svenevolezze ed i sorrisi tra le espressive agitazioni di ventaglio, ed i caldi contatti a suono di musica elettrizzante nei saltetti girevoli del ballo.

Poteva anche accadere che lo sposo, alquanto ardito e frettoloso, in un momento di inavvertenza, cogliesse il destro di dare un pizzicotto alla sposa, o si avventurasse all'azzardo di un bacio audace; ma allora poteva anche aspettarsi in risposta un grido di pudore disdegnoso, o una brusca ceffata sulla faccia.

Dopo la promessa, se la giovine avesse dovuto uscire per festa o funzione di chiesa, veniva anche accompagnata dalla madre, o da altra parente dello sposo.

Se qualche volta a costui era permesso di accompagnare la fidanzata, doveva tenersi dietro a rispettosa distanza, sembrando segugio che segua a fiuti circospetto il padrone, tenendo la testa alta, ma la coda fra le gambe, per così dire, perchè mai doveva darsi alla gente pretesto di sparlare di loro , e designarli col titolo di sfacciati.

Poi si cacciavano le carte per bannì (bandire) in chiesa, in tre domeniche successive, all'ora della messa cantata; ovvero fare le tre pubblicazioni in una sola volta, una per tre , la qual cosa avveniva di rado e per sola ragione di straordinaria fretta, perchè allora dopo la promessa, o data la parola, non restavano gli animi dubbiosi e incerti per leggerezza di propositi e di decoro.

Quando nel pubblico si spargeva la voce del matrimonio, e la giovine fosse stata di mirabile bellezza e di valida salute, si sentiva dire di qua e di là ogni più enfatica espressione sulla scelta, come queste: Si piglia na toppa!.... È na scherda.

Con l'una frase si indicava l'opulenza formosa; e con l'altra, molto più maliziosa ed espressiva, s'indicava la bellezza del corpo e la grazia e l'attrattiva della sposa, prendendo la simiglianza della scherda (pietra focaia del fucile, detta scherda da noi), la quale manda scintille ed accende quante volte si alza il grilletto e percuote.

Ed il popolo è sempre poetico e felice nelle sue schiette e sintetiche espressioni!

Nella prima pubblicazione si teneva pranzo in casa della fidanzata, invitandosi lo sposo ed i più stretti parenti, e questi per rito di tradizione e di costumanza vi mandavano o vi portavano la carne, cioè un agnello, quasi a volersi significare che fin da quel giorno spettava allo sposo di provvedere al cibo della nuova famiglia, come spettava alla giovine di attendere al dovere della cucina.

Da quel dì si soleva più di frequente visitare la casa della sposa, e la sera si faceva spesso qualche merendella, che si riduceva, come si è detto, ad un rucculu ripieno, ad un pò di soppressata o di salciccia, a qualche biscotto, o ad altra cosuccia; ma sempre coll'orciuolo di vino razzente; e questo morso di merendella, se d'inverno, si prendeva, stando allegri d'attorno al focolaio, senza bisogno di salvietta o di tovagliuolo.

Intanto la sposa e la famiglia si affrettavano a preparare ed ultimare li pann o il corredo, e quanto altro si era promesso con la dote.

I panni si davano a quattro, a sei, ad otto, a dieci, o a dodici, ed anche di più, secondo la maggiore o minore lontananza dei tempi da noi, e secondo lo stato e l'agiatezza della famiglia, donde l'espressione « ha li pann a durici » per magnificare la ricchezza di un corredo.

Ai tempi però dei nostri avi si usavano panni e tela di casa, supplendosi alle difficoltà ed alla ristrettezza del commercio, come si dirà altrove, con la modesta e lenta industria domestica, tenendo quasi ogni famiglia il suo telaio.

Non tutti i panni si numeravano nello stesso modo, variando la proporzione dei diversi oggetti per la metà, per l'intero, o pel doppio sulla cifra assegnata del corredo; in guisa che, prendendo ad esempio il corredo ad otto, più normale fra tutti, si davano quattro sottanielli, quattro busti, quattro coperte, e poi otto paia di lenzuola, otto fascettelle, sedici camicie, e via dicendo, per non fare una lista noiosa di ogni specie di biancheria e di gingilli.

Vero è che di calzette, di moccaturi, o faccioletti, e di altri oggetti di minor conto si eccedeva il più delle volte nella qualità e nel numero, non riducendosi a miseria una famiglia nel darne più della promessa e della norma stabilita, anche perchè la sposa, per l'indole di ogni figliola, o per consiglio, soleva trafugare quanto poteva di meglio, e spedirlo innanzi tempo in casa dello sposo, e sovente portava con se anche il gruzzoletto di danaro, che si riduceva a qualche piastra ed a parecchi pezzi di cinque grana.

Lo sposo poi doveva fare il vestito di nozze alla sposa, e provvedere ai mobili ed agli indispensabili asciamenti (agiamenti) della casa.

La dote era in relazione dei panni, o per essere più esatto, i panni si assegnavano secondo le dote, la quale poteva essere di cento ducati, o di più centinaia di ducati, e di rado raggiungeva il migliaio in guisa che in quei tempi una dote di cinquecento ducati, o più, stimavasi quasi una cifra favolosa, e degna soltanto di poche famiglie, che si potevano contare sulle dita.

Quindi spesso nei discorsi, nei pettegolezzi e nei contrasti femminili si sentiva dire dalla mamma della sposa, mettendosi le mani all'anca, inarcando la persona e dondolando il capo: Ohi no..., cai' agg datt trecent ducatoni di dot' a mi figlia! accrescendo secondo la cifra, il tono della vanterìa, per accrescere con quel climax fonicosillabico il valore della dote e la ragione del suo discorso.

E ripeteva più di una volta Sì, sì, gn' agg datt trecent ducatoni!... Mi so spusserù (sposseduta) pe dargn na alantaria (galanteria) di currèro!

Appena bannuro (bandito), o fattesi le pubblicazioni alla chiesa, si stabiliva il giorno per la carta di li capitili innanzi al notaio, la quale cerimonia avveniva in casa della sposa; ma spesso nei matrimonii più modesti si faceva a meno di capitoli e di notaio, tanta era la buona fede e l'onestà di quei tempi.

Le famiglie degli sposi, ognuna per conto suo, invitava i proprii parenti, i compari e gli amici ad assistervi, ed ogni invitato si dava pensiero di riconoscere in quella sera la sposa con doni d'oro, di monete o di altri oggetti, per averne in ricambio complimenti di mustaccioli ed acquavite, ai quali più tardi si sostituirono dolci e rosolii, e poi si passò ai gelati, mettendo la vanità e la moda in maggiore crucio le finanze delle famiglie.

Gl'invitati che nella sera dei capitoli avevano riconosciuto con doni la sposa, dovevano essere poi invitati alla festa ed alla nozza (pranzo nuziale ) nel giorno dello sponsalizio.

Dopo si sposava innanzi al Sindaco.

Forse un tempo neppure facevasi questa cerimonia dello stato civile, perchè lo stato delle anime ed i registri di nascita, di matrimonio e di morte erano affidati all'ufficio parrocchiale.

In ogni modo lo sponsalizio innanzi al Sindaco, potestà civile, non costituiva vincolo d'indossolubilità, come lo sanzionava la cerimonia religiosa; e perciò non si dava a tale funzione carattere di scrupolosa importanza.

Anzi talvolta avveniva che, nonostante tale atto, il matrimonio si scombinava, cioè non più si effettuiva, e da ciò l'espressione: Hai vist la gent turnà d'annant'a lu sinnico! per significare che si poteva spattare anche un qualsiasi affare o contratto.

Qualche giorno prima dello sposare in chiesa, la famiglia della sposa allestiva tutto il corredo, ed accomodatolo pomposamente in grandi ceste e canestre, col mettere in mostra e gala le cose più belle, come busti e fascettelle, cuscini nastrati e lenzuola ricamate, sottanielli e coperte, si faceva portare da donne vestite pulitamente, e con tutta la possibile solennità, dalla casa dello sposo a quella della sposa, attraversando spesso in tutta la sua lunghezza la Strada Pretoria.

Si consegnava alla famiglia dello sposo, la quale se lo numerava e lo conservava nei cassoni; e quindi si alzava il nuovo letto con tutta attenzione e maestria di rito, considerandosi il letto maritale come sacra ara di amore, di fede, di virtù domestiche e di fortuna.

Da questa cerimonia dei panni trasse sua origine il vanto femminile, quando si litigava: Sì.... tu pure hai mannà li pann int' a li ccesti e a li canestre, come l' agg mannà io pi mi figlia! facendo nel tempo stesso, segno di diniego col gettare forte la mano verso la spalla e percuoterla, per dire che l'altra donna non aveva dato dote, nè ricchi panni di corredo a sua figlia.

Nè allora si sentiva bisogno di specchiera o pepiniera, nè si badava alle lustre di mobili e di gingilli; ma primo pensiero era di mettere a testa del letto nuziale il crocifìsso, quadri e figure di santi e di madonne; e tra i materassi qualche scapolare, pezzuola o ritaglio di stola sacerdotale, una fobbrice, qualche frusto di sabina o di altra pianta, ed alcuni acini di sale, che si stimavano valevoli e potenti contro il mal'occhio e le fatture!

Frattanto gli sposi si preparavano con la mente ed il cuore al solenne atto col confessarsi e comunicarsi, perchè non si stimava felice e benedetto il coniugio senza ricorrere agli auspicii ed alla protezione del cielo, e farne senza sarebbe stato uno scandalo, e volersi attirare addosso la maledizione e la sventura.

Però questa usanza di religioso dovere, almeno pel giovine, fin dal principio del nostro secolo si andò a poco a poco affievolendo per novità di tempi e di pensieri.

Venuto il giorno dello sponsalizio, tutto era festa e moto in casa della sposa e nel vicinato.

La sposa veniva vestita dell'abito di sponsalizio dalla calza sino all'attaccaglia (ligaccia, nastro) dei capelli, ed adornata di trine, di nocche, di spille, orecchini e collane di oro, econ le dita cariche di anelli, sicchè pareva alle volte una pupattola di modista, carica e preziosa di mezza vetrina di oreficeria.

Tali cose non vennero di moda tutte in una volta; ma si usarono a misura che all'antica modestia ed alla rusticana semplicità si sostituirono e si ebbero in pregio le apparenze di lusso, di vanità e di fittizia ricchezza.

La sposa, così parata, si metteva seduta, come na statua, nel posto di onore con ai lati la madre dello sposo e le altre parenti; e si aspettava sino a che non si fossero riuniti gì' invitati.

Per le donne si andava a chiamarle, accompagnandole in segno di onore.

La povera sposa intanto doveva stare lì a labbra strette, senza muovere occhio, e tutta stecchita nella persona.

Bisognava vedere come le parenti degli sposi, vestite col maggiore sfarzo, andavano di qua e di là liete ed ammuinare (affaccendate) per sollecitare e riunire le invitate, le quali a due a due o in gruppi, si pavoneggiavano per le vie, mostrando la gala dei facciolettoni di seta o di lana, di colore e di gusto diverso l'uno dall'altro, con busti, sottanielli e gingilli di oro, che ricordavano il giorno del loro sponsalizio, l'eredità di vava (ava) e le varie epoche e le fasi dell' industria e della moda.

Ora si fa lusso di fisciù barocchi di lana bianca, celeste o rosea, da rendere grottesca questa cerimonia, di già scaduta di ogni suo pregio antico.

Le invitate, giunte in casa della sposa, vuotavano il frasario degli augurii e delle liete felicitazioni alla sposa, allo sposo ed alle famiglie di entrambi; e poi si sedevano, facendo pompa di sè, e squadrandosi a vicenda, parlando di cose varie e prive di senso per darsi aria di sapute (savie) e fare sfoggio di femminile parlantina (scilinguagnolo); sicchè nel tutto insieme l'ambiente si faceva saturo di confusione e di vocìo, mentre la povera sposa stava lì impalata e muta, e di fuori i ragazzi facevano chiasso per.... la zita, la zita!

Anche la sposa, per consiglio della mamma e delle donne vecchie, si era messo in tasca, o addosso, abitini ( amuleti ), cornicelli , fobbrici , savina ed altre coserelle , per difendersi dalle male arti della fattura, e premunirsi contro ogni possibile iettatura.

Già dietro la porta della casa, ove erasi alzato il letto della sposa, si erano posti diversi oggetti, secondo il rito, atti a scongiurare ed impedire l'accesso delle masciàre (maghe), le quali cercavano in tali circostanze passare, come vento, pel buco della serratura; ma dei pregiudizii vi sarà un capitolo a parte.

Prima che si muovesse il corteo nuziale per la chiesa della parrocchia della sposa, si sceglievano e mandavano innanzi due o tre dei parenti più svelti e più robusti, che dovevano mettersi a guardia ai due lati della piletta dell'acqua santa, affinchè nessuno ardisse d'intengervi le dita prima degli sposi, o vi si accostassero visi arcigni e persone sospette di fattura.

Quando tutto era pronto , e gì' invitati erano al completo, si muoveva il corteo, e ne davano la voce i monelli, affollati innanzi la casa della sposa, curiosi ed esultanti, aspettando di vedere gli sposi, e raccogliere il getto delle chicche o dei confetti, laonde il grido di cento voci ed un battere di mani fanciullesche assordavano il vicinato.

Già sfilano innanzi i monelli, chiassoni e saltellanti, e gridano continuamente, fra urtoni e barzelletti, un oh!... óh'... in aria di avviso e di canzonatura, quasi volessero dire : ora viene lo sciocco. . .lascia la spensieratezza giovanile, e si mette la catena al piede ed un grosso peso sulle spalle!

E saltano briosi, grillano, fischiano, si voltano ed aspettano che si gettino a manate i confetti da quelli che precedono il corteo.

A furia di sveltezza, di spintoni e di caduto raccolgono i confetti, in guisa che l'uno si addolcisce la bocca e l'altro si amareggia per dolore, chi ne raccoglie pugni e chi riporta qualche ammaccatu/ra, o qualche bernoccolo sulla testa, se pure non passa pericolo di rimanere calpestato sotto i piedi della folla.

E se in vece di confetti, si accorgono che si gettano per burla manate di fagioli, quei biricchini subito cominciano a gridare: so fasuli, so fasuli!, facendo un baccano di scherno e di risate.

È questa una scena quasi simile a quella quando i fanciulli si raccolgono per la venuta di uua banda musicale, se non che allora si muovono festosi ed a testa alta, portando il passo per cadenza di note allegre e militari; mentre i monelli di un corteo nuziale fanno movenze da luccucc (leccardi), e sghignazzate da buffoni!

Tutti del vicinato si affacciano agli usci e alle finestre, cacciando, se di sera, lumi e duscirnnedd (lucernelle) per curiosità e cortesia.

Lo stesso avviene lungo la via, appena si avanza vociando la schiera dei monelli; e quindi si sente dire da ogni parte; mo vene la zita; mo passa la zita! (ora viene, ora passa la sposa), e la gente si ferma, si affaccia e si affolla.

Dopo la schiera fanciullesca, ecco quella degli uomini, preceduti da un gruppo di giovani baldi e robusti, quasi pronti a menare le mani per rendere libera la via, e difendere il corteo da tentativi di frizzi e di possibili insulti.

Alcuni portano le tasche piene di confetti, e talvolta di fagioli, gettandoli a pugni e con violenza innanzi ai fanciulli, a dritta e a manca della via sulla faccia dei curiosi e dei passanti, senza punto curarsi degli occhi e delle lastre.

Altri camminano in aria di vanitosi e di bravacci, tenendosi le mani nelle tasche del capano, o della giacchetta, e le braccia aperte ad arco; ovvero, come si usò più tardi, fumandosi un sigaro alla spavalda, e portando il cappello sull'orecchio alla ventiquattro.

In ciò vi è il projicite nuces dei Romani ad indicare la gioia e la galenteria, e la rinunzia dello sposo ad ogni fanciullaggine ed alle pazzie giovanili; come nell'affacciarsi della gente pare di udire l'« ecce sponsus venit, exite obviam ei » con le lucerne, del Vangelo.

Nel mezzo degl'invitati, tra giovani più baldi e ben vestiti, va lo sposo, e procede lieto ed impettito per distinguersi, e par che dica, quando la sposa fosse da ammirarsi per simpatia e per bellezza; Guardate, guardate, son io lu zito (lo sposo) son io lu zito!

Davvero che bisogna vedere anche oggi come qualcuno dai nostri contadinotti si consola e s'appintedda (s' appuntella), allorchè passando in festa con lu sposa, sente la gente che gli dice: evviva lu calandrìedd, chi scicca giovane, ca s'ha piglià! (Evviva il calandriello, contadinotto, che bella giovine, che si è presa!).

Passati gli uomini, dopo breve distanza viene la sposa, portante il suo bel fiore in testa, simbolo di verginità, di grazia e di freschezza; ma se mai vi facesse contrasto il viso bruttino o il colorito livido e nerastro della faccia, dovrebbe allora la povera sposa rassegnarsi ai mordaci frizzi delle donnicciole: Oh, viri, viri,.. . lu iore gni volia a quedda faccia di scigna o di tizzone! . . . (oh, vedi, vedi, il fiore ci voleva a quella faccia di scimmia o di tizzone!.)

Guai poi se alcuna diceria avesse maculato l'onore della sposa inghirlandata, allora il fiore sarebbe stato pompa fuori di posto, e tale imprudenza eccitava nella gente il riso dell'ironia e del disprezzo.

La sposa si avanza, come se camminasse sulle uova, e sembra alle volte addirittura una mazza parara (mazza parata), tanto va impacciata, tenendosi dritta nella persona, e figgendo lo sguardo verso terra per soverchia ridualità di modestia e di pudore.

La seguono le invitate, a due a due, in lunga fila, secondo la parentela e la fortuna degli sposi, e serba io atteggiamento decoroso nel passo e nei modi, scambiandosi solo qualche rara parola, o accomodandosi meglio il facciolettone sul dinnanzi per fare mostra del petto carico di collane e di spille di oro.

Portano il facciolettone piegato a doppio in forma triangolare, in guisa che fanno calare la parte di dietro con gala simmetrica dalla testa o dalle spalle ove l'appuntano (fermano) con spilla d'oro, sino all'orlo del sottaniello, mentre con le parti laterali si coprono gli omeri, e poi le riuniscono sul davanti, lasciandone cadere le punte penzoloni, e restano così scoperte metà delle braccia e le mani, che incrociano, per meglio mettere in mostra i ricami e i merletti dalle maniche del busto e gli anelli delle dita.

Bella e gaia era la vista di quella lunga fila di donne parate, che formavano una fascia cangiante di fisonomie, di colori vivaci, di lusso e di smaglianti ornamenti di oro: e quindi un insieme allegro elegante, bizzarro e fantastico di costumanza, da mettere davvero a tortura l'occhio ed il pennello e la valentia di un pittore.

Era una cerimonia, di cui andavano in cerca, con passione di vanità femminile, le donne maritate, per fare di tanto in tanto figura della loro cadente bellezza, e gala dei vestiti e degli oggetti di oro, ravvivando i piacevoli ricordi di quando furono spose, e si ebbero anch'esse una sì bella, caratteristica e desiderata festa.

Oggi anche questa scena è resa guasta, pallida ed imbastardita dalla ritrosia beffarda, o dai capricci della moda, ed invece dei facciolettonidi seta o di raso arabescato con larghe frangio si usano, goffi e strani fisciù di lana, tutto bianchi, rosei e celesti, ribelli per colori e per fattura ad ogni estetica di gusto e di poesia!

Come si giungeva nella chiesa della Parrocchia della sposa, che in chiesa si celebrava da tutti la sacra cerimonia, ogni persona prendeva aspetto e pensieri divoti, e si vedevano vicino la piletta i piantoni, o giovani di guardia, nè si toglievano di là sino a che non fosse finita la funzione e tutta la gente ne fosse uscita fuori, per essere sicuri di avere così scongiurato ogni pericolo di mas ìa (magìa) o di fattura.

Commovente riusciva la cerimonia solenne della benedizione, fatta per maggior letizia a suono di organo e con l'altare maggiore illuminato, perchè, di sera, il suono e la luce diffondendosi fra le arcate della chiesa, ne avessero fugato le mistiche tenebre ed il silenzio.

La fede si faceva allora più viva e più sincera, e forse soverchiamente scrupolosa, d'innanzi al Cristo ed alla presenza del sacerdote, ed in quella cerimonia meglio si vedeva e comprendeva l'importanza, la santità e l'indissolubilità del matrimonio, di questo vincolo sociale, che è la base della famiglia onesta, ed il più caro e solenne ricordo della vita.

Finita la sacra cerimonia, lo sposo si metteva al braccio la diletta sposa, raffermando con questo atto il primo dominio del suo diritto, e quindi il corteo nuziale nello stesso ordine di prima si avviava verso la casa dello sposo, ove eravi gente, tutta attenta a tenere le cose ben disposte, e pronta a ricevere con ogni allegrezza di angurii e di affetti la sposa, mentre il vicinato, anche qui, faceva ressa per curiosità e per festa.

Entrati gli sposi e gì'invitati in casa, la sposa si sedeva al posto di onore, quasi assumesse la sua signoria; e tutti, prima di sedersi in giro, ripetevano a lei ed allo sposo gli augurii e le benedizioni; sicchè cresceva la letizia ed il vocìo, sopratutto quando si passavano i complimenti, che, l'abbiamo detto, secondo i tempi, variarono dai biscotti, dai mustaccioli e dall'acquavite ai dolci ed ai rosolii, per passare, più tardi, alle limonate, alle mantecate e ai gelati, per quindi arrivare a più ricca usanza, cioè: a gelati, dolci, canditi, paste secche, rosolii e vini della più fina manifattura, e col maggior lusso di abbondanza.

Ciascuno invitato, e sopra tutto le donne, pensavano più o meno non solo pel proprio stomaco; ma anche per la gola dei figli e delle altre persone di famiglia.

Che diamine si andava alla zita, e non si portavano i dolci a casa?.... Non era di rito?... I poveri bimbi stavano lì ansiosi ad aspettare il ritorno dei loro parenti dalla zita.

Anzi nell' assenza di questi si confortavano tra loro, dicendosi a vicenda: Ho vene la mamma, e mi porta li zuccheri, (Ora viene la mamma, e mi porta i zuccheri).

A mi pure, rispondeva un altro, m' addusce tant belli ccose dalla zita, (a me pure, mi porta tante belle cose dalla zita).

E nel dire così, spesso venivano a contrasto, e si ciuffavano, e piangevano; e finivano il pianto ed i contrasti, appena vedevano entrare il babbo e la mamma, che li chiamavano per dividere loro le promesse chicche.

Quindi dalle spase (vassoi), o guantiere gl'invitati si prendevano dolci e paste da riempirei i moccichini o le tasche, e li portavano a casa in nome degli sposi, e come indizio dell'abbondanza e del lusso della festa.

Anzi se nei tempi antichi questi complimenti, fatti agl'invitati, erano un certo ricambio dei doni, o riconoscimenti, portati alla sposa; col passare poi degli anni, e per i successivi capricci della moda, si finì coll'abolirsi quasi l'usanza dei riconoscimenti degl'invitati, e gustare solo i complimenti degli sposi.

Quando si passavano i complimenti nell'interno della casa, i monelli di fuori all'uscio, e nel vico, continuavano a far baccano, aspettando la loro parte di chicche, o altre cosucce, quasichè per istinto avessero intuito che un pò di comunismo puerile non avrebbe nociuoto nell' abbondanza e nella letizia della festa.

Finita ogni cerimonia, gl'invitati incominciavano a ritirarsi, rimanendo soltanto i parenti e gli amici più intimi, se mai vi fosse stato il pranzo nuziale, o qualche allegra e succulenta cenetta.

Veramente ai tempi dei nostri nonni la cerimonia nuziale in chiesa si faceva di buon mattino per assistere alla messa speciale per gli sposi, e quindi trovarsi bene per solennizzare il pranzo nuziale, detto nozza, al mezzodì, al quale per lo più prendevano parte tutti quelli che avevano riconosciuto con doni la sposa.

Poi si cominciò a sposare proprio quando si celebrava la messa cantata, per fare maggiore pompa di festa, e farsi ammirare dalla gente nella pienezza del giorno.

Indi si prescelse l'ora del vespro; e più tardi si credette più acconcia e civile quella del tramonto, per poi passare all' usanza ed alla moda di sposare la sera ad ora tarda; ma sempre in chiesa ed in giorno di festa.

Però la funzione nuziale più caratteristica e popolare si faceva di giorno, per rendere più pomposo il corteo, e farne il vero ricordo festoso della vita.

Essendo io fanciullo, vidi un corteo nuziale, fatto di sera, in lunghissima fila d'invitati, fiancheggiati da persone che facevano luce con fiaccole accese, dette tarcie a vento; e quella pomposa scena di lusso, di vanità e di allegrezza mi fece così viva e fantastica impressione, che io la ricordo ancora, come se or ora la vedessi.

Ma per fatale legge le usanze le più popolari e caratteristiche a grado a grado si mutano per quello spirito di distinzione e di superbia, che mai venne meno nell'indole dell'uomo, non ostante gli sforzi dei redentori e dei filosofi.

S' insinua nel concetto delle leggi e della stessa fede; cosicchè oggi si vuole sposare in casa, vergognandosi di andare al municipio e alla chiesa, dove si dovrebbero livellare le classi sociali, qualunque si sia la loro fortuna e il loro stato di titoli e di onori, nei veri rapporti delle idealità civile e religiosa.

Quindi è davvero oggi un' amara ironia che, mentre si parla di democrazia e di progresso, si pretenda poi che Sindaco e Sacerdote, rappresentanti l'uno della legge civile e l'altro del Cristo, si facciano nostri servitori.

Eppure la gente dovrebbe persuadersi che la migliore benedizione si riceve là, dove pregarono i nostri padri, e dove l' animo più scettico si sente sollevato all'idea di Dio; come anche la vera e più bella uguaglianza contro la vantata aristocrazia sta nel rispettare la prima autorità che esprime il decoro collettivo del proprio paese, recandosi là, nella Casa municipale, a celebrare il più solenne atto della vita.

Quando i popoli avranno davvero la coscienza dei proprii diritti, e se ne faranno tenaci difensori?....

Nella nozza, o pranzo nuziale, il posto di onore spettava sempre alla sposa, tenendo di lato, o meglio di fronte, lo sposo.

La poverina doveva contentarsi di assaggini (assaggiare, assaporare) appena appena le vivande, se non voleva guadagnarsi il titolo di mangiona e di liccuccedda (leccuccia) mentre lo sposo mangiava a crepa pancia, e di solito diventava brillo per contentezza.

Gl' invitati poi, o commensali, tra una chiacchiera (parola o discorso) e una risata divoravano e bevevano da ritirarsi a casa sazii ed ubbriachi; nè mancavano i brindisi, strani per rima e per pensiero.

Una curiosa, per quanto antichissima, costumanza formava la noia caratteristica del pranzo nuziale.

Quando si portava in tavola il primo pollo, che era per lo più un magnifico gallo, prima che alcuno scalco vi mettesse mano, lo sposo ne distaccava il collo con la testa, ricca di cresta e di bargigli, e l'offriva con certo risolino, alla sposa, la quale se lo spruvava (sprovava, spilluzzicava) in buona o mala voglia, mentre lo sposo e gli altri commensali la guardavano di sott'occhio con attenzione di bonaria compiacenza, che spesso si mutava in allegra e burlona ironia, senza forse conoscere l'origine e l'intima ragione dell'offerta.

Era un atto di semplice galanteria cucinaria quel boccone prelibato, o velava solo idea di malizia nuziale?

Su ciò io manifesto la mia opinione, cercando, per lo scopo di questo mio lavoro, di spiegare le particolarità più interessanti delle patrie e popolari costumanze, pur lasciando agli uomini colti piena libertà di accettare o meglio interpetrare il mio pensiero.

Quel dono sotto le piccanti forme dell'ironia e della rozzezza credo che debba ricordare origine di scienza primitiva, e sia stato un tempo il vero simbolo caratteristico del matrimonio, come l'anello o il darsi la mano, esprimendo nella letizia della nozza la forza della virilità ed i doveri coniugali.

Di fatti ritraendone i rapporti di confronto, penso che come il gallo è capo assoluto delle galline per mirabile istinto di natura; così il marito deve essere signore, ed esercitare incontrastata potestà sulla moglie per virtù di legge sociale.

Il gallo va razzolando di qua e di là un chicco di grano, un insetto, o qualsiasi altra cosarella per nutrire le sue galline; ed il marito deve lavorare ed affaticarsi per se e più per la moglie sua.

Il gallo difende da violenza ed ingiuria le sue galline, se mai qualche gallo del vicinato si aggiri a contrastargli il dominio.

Ancorchè più piccolo di corpo e più debole di becco, e di ali, tosto si fa innanzi geloso e pettoruto, e con note aspre e spezzate avverte, minaccia e respinge il molesto violatore, poco curandosi di uscirne dalla lotta con la cresta insanguinata.

Così il marito deve garentire la pace e l'onore della moglie da ogni disonorevole molestia ed offesa, e non temere di difenderla anche a costo della vita.

In fine il gallo vigila, copre e canta in tutte le ore; così il marito deve, o dovrebbe almeno, tenersi pronto, forte e robusto ad accontentare la moglie, e renderla fedele.

Se ogni idea ha bisogno di forma adequata ed espressiva, ben si può dedurre che ogni simbolo o cerimonia caratteristica nelle costumanze popolari indica e racchiude acconcio ed intimo pensiero, imperocchè la coscienza e la fantasia dei popoli rozzi e primitivi trovò e trasmise simboli più originali ed espressivi, che non sono le formole e le cerimonie lambiccate ed aride dei popoli civili!

A proposito di pranzo nuziale bisogna ricordare il proverbio: far la nozza cu li fongi, (funghi) per esprimere che mal faceva chi non adattava i necessarii mezzi ad un dato scopo.

Secondo le più antiche usanze nel giorno, o nella sera dello sponsalizio, si faceva un pò di ballo a suono di tammurriedd (tamburello), e talvolta a suono di sampogna e di ciaramedda (cornamusa), accompagnandosi il tuppete e tuppete del tamburello col canto cadenzato della stessa suonatrice, perchè per lo più era una donna che suonava.

Il ballo quindi consisteva nella tradizionale tarantella, che ci ricorda le usanze greche, e la donna e l'uomo ballando di fronte ed a distanza, nella cucina o in camera più larga, ora saltavano, stando sempre ad un posto, ed ora facevano giri ed altri scherzi, come si dirà in altro capitolo intorno al ballo.

Però la sposa non ballava che con lo sposo, e spettava a loro di fare i primi salti.

Fattasi l'ora tarda, anche i parenti più stretti lasciavano soli gli sposi, dando loro gli ultimi consigli insieme agli augurii della buona notte; e gli sposi, presi da natural desio, si accingevano a ingegnà, (provare per la prima volta) il sacro letto nuziale, che già le mamme avevano munito degl'indispensabili amuleti, detti innanzi, perchè la giovine coppia avesse potuto cogliere con facilità il fiore verginale contro i soffii di spiriti malefìci e le temute arti di fattura.

Non mi è permesso di alzare il velo che copre il pudibondo mistero di quella prima notte; ma non posso tralasciare di dire che le parenti dello sposo e della sposa si recavano ben presto la mattina per sapere e vedere se quel fiore fosse stata colto, esaminando con diligente premura se sui bianchi petali e fra le candide rugiade della pudica venere fosse comparsa la tinta della vermiglia aurora, unico segno, per quei tempi, di onestà purissima, non appannata da ombra o macchia di precedente sfregio.

Guai se l'aurora non avesse colorito di rosa quei fiori albini; i musi si allungavano, la fantasia lavorava in sospetti, spariva la gioia; e quindi la povera sposa cominciava a soffrire nelle occhiate e nelle 'monche frasi delle donnicciuole le prime punture contro il suo onore e la sua pace !

Qualche volta avveniva che lo sposo, con lo stomaco pieno, vinto dal sonno si metteva a russare; oppure debole di forze gni dascìa di muss (vi dava di muso), affaticandosi invano ai dolci desiri.

Ed allora?... l'han attaccà (l'hanno attaccato, ligato), diceva afflitta la madre ad ogni amica, raccomandandole di serbare il massimo segreto sulla impotenza, attribuita a malefica opera d'invidia e di dispetto.

E subito, per consiglio di femminelle e di comari, si ricorreva a scongiuri di vecchia stregona e accreditata, o alle benadizioni del prete con l'acqua santa e il rituale!

Costumanze strane, con l'una delle quali, per volere constatare i caratteri di verginità e di pudore, talvolta si veniva a sospettare dell'onore d'innocente giovinetta, amareggiandole il più bel sorriso dei sogni e della vita; e con l'altra si negavano i possibili fenomeni di soverchia ebbrezza, o di fugace mancanza di forze e di nuziale vigoria.

Quante volte poi si colse quel fiore che la sera innanzi si era lasciato intatto?

Manco male che oggi la malizia raffinata supplisce con mirabile arte alla freschezza perduta ed alla sciupata fioritura del pudore!

E poi vi sono i viaggi di nozze, e nei vagoni riservati e negli alberghi eleganti non si hanno le noie, le molestie e le indagini delle mamme scrupolose per antichi pregiudizii e barbare costumanze!

E così alla rigidezza di un tempo si è sostituita la moderna noncuranza di cinismo e di scioltezza; ed alle care e sacre ricordanze della camera nuziale si preferiscono le distrazioni in pulmann e delle camere di fitto per gente vagante e passeggiera, poco curandosi del roseo segno della vergine e pudibonda aurora.

Il mondo va così.

Si regola sempre con leggi di contrarietà e di opposizione, derivando ogni novella usanza da precedenti abusi di esagerazione, di pregiudizii e di costumi !

Nella prima settimana la sposa non usciva di casa, nè poteva quasi muoversi di posto, dovendo ricevere le visite e le felicitazioni di ogni persona amica, senza dar segno di noia e di stanchezza.

E di convenevoli, o di cerimonie fredde, come si dice da noi, se ne facevano; e la poverina si sentiva ripetere discorsi senza capo e senza coda, cioè privi di senso, che poi finivano, come i salmi col gloria, tutti col rituale augurio di: buona fortuna e figlio maschio; ovvero : spiramm a Dio ca giust'a cape di nove mesi puozza fa nu bell' maschulone (speriamo a Dio che giusto a capo di nove mesi possa
fare un bel mascolone).

Ai quali augurii di solito la sposa rispondeva: razia a signoria (grazie a signoria), facendosi un pò rossa in viso, perchè già aveva assoporata la gioia della futura speranza nelle prime dolcezze dell'amore!

Lo sposo in vece godeva di maggiore libertà; ma anche per lui era una settimana di riguardi, di delicatezze e di attenzioni alla sposa; e ciò più pi rispett' di lu monn ( rispetto del mondo ) che per altro, formando ogni matrimonio, per parecchie giorni, il tema dei discorsi e della critica del vicinato, quando non vi erano come oggi distrazioni di politica, di elezioni, di giornali, di avvisi cambiarli e di torture fiscali!

Venuta la domenica, si faceva la prima asciura ( prima uscita ) alla messa cantata della propria parrocchia, e la sposa veniva accompagnata dallo sposo e dalle più strette parenti.

Era questa l' ultima cerimonia di rito nuziale, perchè dopo cominciavano i doveri di moglie e l'ufficio di buona massaia, cioè lo stato normale della vita coniugale.

Oggidì anche questa costumanza della prima uscita si è fatta, più vanitosa, e assai bizzarra ed elegante.

Si deve andare alla messa dell'una a S. Francesco, perchè la messa dell'una è messa alquanto aristocratica, sopratutto nella buona stagione, per novità e primizie di moda, lusso di vesti e convenio di persone.

E poi ... si va quasi a pretesto, per lasciarsi più ammirare, e fare due o tre volte, nella sua lunghezza, la via Pretoria, ove nelle ridenti giornate, qua e là, sono raccolti gruppi di giovani, oziosi e galanti, che tra motti di scherzo e liete risate aspettano quel passaggio di lusso e di giovanili bellezze, per assottigliarsi un pochino in vani desiderii e in più vani sospiri, o se ne vanno in sudori freddi, per dirla in frase potentina!

E le esclamazioni di lode e gli sguardi penetranti piacciono sempre alle figlie di Eva!

Anche le giovani coppie di sposi contadini approfittano ora della nuova costumanza, sopratutto quelli che dopo il matrimonio stanno, per pigliare il volo per le Americhe; sicchè per essi la prima uscita alla messa dell'una può dirsi una sfuriata di lusso contadinesco ad imitazione borghese, ed anche una bizzarra passeggiata di addio alla via Pretoria ed al luogo nativo.

Ma non più cappelli pizzuti di un tempo, non più capani con mostre di velluto, non più stivali di panno di monaco strettamente abbottonati per quanto lunga era la gamba.

In vece vestiti di tricò, stivaletti, cappelli fini, o a cencio, sullo orecchio, o all'indietro, da far vedere la chioma lucida e scrimata, camicia imposimata con colletto, faccioletto di seta alla gola, moccichino bianco alla scarsella, orologio, catena, anelli, e il sigaro in bocca.

E la sposa? La sposa poi, pettinata con rara arte di arricciatura, fa sfoggio di cipro sulla faccia, di merletti, di ornamenti d'oro, di fisciù costosi, di maniche larghe e polsini ricamati, di grembiale di seta con frangio e coralli: in somma fa mostra di un gusto capriccioso di lusso e di eleganza femminile che si svolge dalla cima dei capelli sino alla punta degli stivaletti verniciati, riconcentrando sopratutto ogni fasto di arte e di dovizie sul prominente e tondeggiante petto.

Se la sposa viveva in unione con la famiglia dello sposo, cessate le prime carezze e le moine, o meglio passata, come dicevasi, la settimana della zita, cominciavano subito i malumori, i reciproci rimbrotti, i contrasti e i dispetti tra nuora o donna (domina, signora, suocera), perchè l'una desiderava di assumere presto l'indirizzo della casa a modo suo; mentre l'altra non pensava di rinunziare alla sua preeminenza ed all'antico diritto di padrona.

Se la nuora fosse stata di fibra debole, e non avesse avuto l'appoggio del marito, bisognava rassegnarsi al nuovo stato, per non vedersi indispettita, e passare i giorni a borbottare, seduta allo scagniedd (scannello), o alla seggia (sedia), in un cantuccio della casa.

Se invece fosse stata insofferente di soggezione, o avesse avuto lu nas' incriccare (naso incriccato, alzato) e nello stesso tempo conosciuto avesse l'arte segreta del cuscino, cioè di menare pel naso a sua voglia il marito, allora era la suocera che ne soffriva, e la si sentiva spesso esclamare tutta sdegnosa ed inasprita: ma viri, vi, chi spina avia vini 'n casa mia ( ma vedi , vedi che spina doveva venire in casa mia)!

E quindi come aveva, a lu pizzie (al pizzico, in disparte per un momento) una vicina, faceva il più bel ritratto della nuora, sparlando contro di lei per dritta e per rovescio.

Però l' ambiente dei contrasti si rasserenava alquanto, appena che la nuora fosse uscita gravida, perchè allora all'incinta si cominciavano ad usare riguardi e predilezioni che crescevano a misura che si avanzava la gravidanza; e nello stesso tempo si preparavano fasciatori, cutrielli, fasce, cacciabracci, cuffie ed altre coserelle per la figlianna.

Ma se questi preparativi si facevano senza ragione e innanzi tempo, ecco che si sentiva a rimprovero il proverbio: Ancuora ha da iesc prena Mariedda, e da mo fa li fasciatori (Non ancora è uscita pregna Marietta, e da ora fa i fasciatori) !

Quando poi la sposa fosse vissuta a casa separata col marito, avveniva un'altra vita di sofferenze e di contrasti, perchè il marito, dopo le prime tenerezze, diventava per lo più brusco, manesco e non curante, sopratutto quando si ritirava ubbriaco o sfasulato, cioè senza la croce di un quattrino.

Ed allora la povera moglie gia pi sott, cioè ne pagava lo scotto, ed era fortuna per lei, se il marito l'avesse solo amareggiata con male parole e con scandalose bestemmie, perchè talune volte le faceva tale sarcinara di mazzare (sarcinata da sarcina, frusta), da fare accorrere le vicine.

E guai se la moglie non avesse avuto la virtù di zittire e di rassegnarsi alla mala sorte sua.

Oh, quante scene brutali e quante lagrime si nascondono nella domestica storia dei matrimonii!...

Però questo metodo di trattamenti e di vita coniugale ben variava secondo l'educazione, l'agiatezza e lo stato sociale degli sposi.

In generale la moglie soleva presto rassegnarsi alla sorte sua, attendere alle faccende domestiche, ed aiutare anche il marito nei lavori.

E tuttodì si vedono le mogli dei contadini lavorare nei campi, guidare il ciuccio, detto anche burrico, (asinelio), o venire da fuora (campagna) col ventre avanzante, come tamburo, e col fascio di saiment (sarmenti) e di cannucce in testa.

Oppure tornano la sera stanche ed affannate, portando lu navichizz (cuna) in testa cu lu piccininn (bambinello di latte) dentro, che dorme o piagnucola per via, mentre la poveretta dà la mano a qualche altro marmocco, scalzo e moccioso, e dietro le viene a breve distanza un terzo, maschio o femmina che sia, il quale di tanto in tanto si afferra al sottaniello della mamma per la stanchezza, e pare che le tenga la coda, accrescendole così il peso, l'affanno ed il fastidio.

Talora la si vede che con tali impacci segue il marito, la sera, mentre questi, come un turco, a gambe distese torna da fuora sull'asinelio.

La poveretta, quando nelle aspre salite non ne può più pel peso e per l'affanno, cerca a sua volta di afferrarsi alla coda del ciuccio per avere il passo più lesto, e quindi quel gruppo forma contrasto di tenerezza e di barbarie.

Però le contadine delle nuove generazioni non si adattano tanto volentieri alla fatica ed alle usanze antiche, e se continua il vàveggiamento dei tempi e l'emigrazione per le Americhe, anche le tradizionali ed inveterate costumanze di questa classe spariranno, o per lo meno diverranno un misto di vecchio e nuovo mondo!

L'affaticarsi della donna nei lavori di campagna in aiuto del marito nasceva da intimo senso di interesse, di affetto e di dovere.

La donna aveva più premura della salute del marito che di sè stessa, nè si dispiaceva di vederlo tornare la sera comodamente sull'asinelio dopo una lunga giornata di penoso lavoro, mentre ella si affannava a fare la via a piedi con la noia dei figli, o col' fascio di salment (sarmenti) e di cannucce sulla testa.

Il marito era per lei il bastone della famiglia, o lu celm (perno, sostegno) della casa, ed infermandosi veniva a mancare l'alimento della vita e la gioia dei suoi fìgli.

Potrà, ripeto, parere quel confronto del ritorno una scena di barbarie; ma se si pone mente a certe condizioni ed ai bisogni della classe agricola e lavoratrice si vedrà un lampo d'istinto e di ragione, che ne attenua e scusa la ruvidezza, tanto più che le donne hanno pei figli e pel marito l'intelletto dell'amore.

I criterii di civiltà non sempre si attagliano alle abitudini di una vita pratica e stentata !

Ma se tale era l'usanza delle nostre contadine nel sopportare disagi e lavoro per risparmiare e conservare le forze produttive e la salute del marito, più che si potesse, non vi era poi interesse di famiglia, pel quale il marito non prendesse consiglio, e non dipendesse dalla moglie, quasi che per natura la mente di costei si mostrasse più chiara e più sottile in tutte le questioni, o per lo meno concorresse efficacemente a meglio raffermare i ricordi e l'aggiustatezza delle idee e dei criterii del marito.

Non eravi quindi interesse, contratto, vertenza, o faccenda qualsiasi, in cui la moglie non prendesse parte, non facesse prevalere il suo pensiero, accompagnando il marito per assodare conti, pagamenti, fitti, col solo aiuto della memoria, o col mezzo delle taglie (legnetti), sulle quali segnavansi conteggi con cifre romane.

E mentre per legge la moglie doveva stare sottoposta ed essere rappresentata dal marito; nel fatto era lei che dirigeva e rappresentava il suo uomo.

Perciò si sentiva dire in ogni cosa dal marito: mo lu digg' a mi migliera — mo vagg' a chiamà la femmna, (ora lo dico a mia moglie — ora vado a chiamare la femmina), quasi si fosse creduto incapace da solo a rispondere e contrattare.

E quante volte innanzi al giudice conciliatore non era una scena curiosa e divertente sentire che la donna ascia 'n tririci (usciva in tredici), cioè interrompeva e parlava invece del marito, per chiarirne meglio i pensieri e le risposte, e difenderne le ragioni?

E quando il magistrato le avesse detto: chi sei tu che parli? Sta zitta! . . . Ella con certo risolino di maraviglia rispondeva; Teh, ca quedd è mi marir' ! (Teh, che quegli è mio marito!) E che vuol dire ciò ? Sta sicura che non mi metterei tra te e lui, tu devi stare zitta ! — E disce bone edd ! . . i' so' la migliora, e aggia sta cit
ta !.. . (E dice bene egli !.. io sono la moglie e debbo stare zitta).

Aveva quindi voglia il giuric' (giudice) di sgridarla, chè quella non cessava di parlare, e quindi nuovi richiami, insistenze e contrasti; e quando l'avesse costretta a zittire, ella continuava a borbottare sotto voce; ovvero, secondo che fosse stata di fronte o da vicino al marito, gli faceva segno con le mani, con gli occhi, con la testa, o lo tirava di dietro pel capano, a fine di regolarlo nelle risposte; laonde il povero giudice finiva col cacciarla fuori dalla sala dell'udienza.

Ma anche fuori ella continuava a sostenere le sue ragioni ed il suo preteso diritto di dovere parlare e difendere il marito.

Si studiino quindi e si confrontino le costumanze, le tradizioni popolari, e si conosceranno meglio i rapporti giuridici anche in queste antiche cerimonie del matrimonio, rilevando dal loro spirito velato e dal concetto alquanto impallidito la vera importanza e finalità di questo vincolo sacro e sociale!...

N.B. Foto tratta da pixabay.com @ Creative Commons Libera per usi commerciali Attribuzione non richiesta.

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