Vademecum usi e costumi degli antichi Romani - Dei riti dè Funerali - Luigi Albano

Luigi Albano
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Vademecum usi e costumi degli antichi Romani - Dei riti dè Funerali

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Dei Riti dè Funerali

I Romani dopo i Greci ebbero talmente a cuore di dar sepoltura ai defunti, che ne formarono un punto considerabile di religione.

A ciò mossi furono dalla superstiziosa credenza, che le anime degl'insepolti non avessero per lo spazio di cento anni uno stabile soggiorno, ed un tranquillo riposo (1).

Quindi chiunque s'imbatteva in un cadavere esposto a cielo scoperto non potea senza colpa esentarsi dal gittargli sopra una certa porzione di terra.

Nel religioso costume di dar sepoltura ai defunti ci si presenta a considerare la maniera di seppellirli, la qualità e situazione del sepolcro, i ministri e le ceremonie dei funerali.

Due maniere di seppellire i cadaveri furono in uso presso i Romani, appellate l'una humatio e l'altra combustio o crematio.

La prima consisteva nel seppellire il corpo del trapassato intatto qual era con ricoprirlo semplicemente di terra, o con racchiuderlo in un'urna di pietra o di metallo (2).

Consisteva l'altra nell'abbruciarlo sopra una catasta di legna detta in latino rogus o pyra: dopo di che le ceneri e le ossa, comprese sotto il nome generico di reliquiae, spruzzate di vino ed asperse di odorosi unguenti venivano raccolte entro ad un vaso che si riponeva sotterra (3).

Varie furono le denominazioni della sepoltura presso i Latini, chiamandosi oltre a sepulcrum, anche tumulus da quell'ammasso di terra o di pietre, che solea alzarsi sopra il cadavere a guisa di un monticello, che tanto appunto vien a dire generalmente la parola tumulus.

Fu inoltre denominata bustum dal verbo comburo per rapporto al rito di abbruciare i cadaveri, e monumentum, che propriamente significa memoria e riguardava l'iscrizione che incidevasi sul sepolcro.

Quello, che i Greci chiamavano Kenotaphion , era un sepolcro, il quale si ergeva in onore di qualche defunto, il cui corpo non potea aversi presente, appellato perciò da Virgilio tumulus inanis.

I Romani fino da' primi tempi ebbero in costume di seppellire gli estinti fuori della città, il quale uso prevalse ancora di più dopo il discacciamento dei Re, e fu in appresso stabilito con una legge delle dodici tavole, a cui per altro si derogò in qualche circostanza a riguardo di alcuni cittadini di un merito singolare (4).

Che il suddetto costume fosse anche in uso in altre parti dell'Italia e distintamente ne'municipj, appare da Cicerone nell'orazione pro Sexto Roscio Amerino, a cui, dice egli, Tito Roscio non avea nei suoi poderi lasciato neppur libero il passo alla tomba del padre.

La materia e qualità del sepolcri era proporzionata alle facoltà, al grado, ed anche al lusso delle famiglie; ma qualunque essa si fosse, venivano quelli riguardati come cosa religiosa ed inviolabile, tal che Orazio (5) attribuisce la frenesia di un fanatico verseggiatore alla profanazione da lui fatta del paterno sepolcro.

Tra i ministri de' funerali possono annoverarsi Libitinarius, Pollinctor, Praeco , Tibicen, Vespillones, Ustores, Praeficae, Designator.

Il Libitinarius era quegli che vendeva le cose necessarie ai funerali nel tempio della Dea Libitina, donde prese il nome.

Il Pollinctor era un servo del Libitinario, a cui si apparteneva di ungere il cadavero dopo che era stato lavato.

Il Praeco era il banditore, che nel giorno dell'esequie con solenne formola invitava il  popolo ad intervenirvi.

Il Tibicen, sonatore di flauto, precedeva la comitiva del funerale detto propriamente siticen (6).

I Vespillones erano ministri inferiori de' funerali destinati a trasportare e seppellire i cadaveri.

Ustores ovvero Ustarii denominati furono coloro che aveano l'incarico di abbruciare il cadavero delle persone volgari, e di addobbare con ricchi tappeti e con le insegne delle dignità sostenute quello dei Grandi, prima che fosse appiccato il fuoco alla pira, il che si eseguiva dai più stretti congiunti colla faccia rivolta alla parte opposta (7).

Praeficae erano certe donne prezzolate, affinchè con grida, lagrime ed altri contrassegni di straordinario dolore compiangessero la perdita dell'estinto nell'atto che veniva portato alla sepoltura.

Era anche loro impiego l'intonare dei lugubri cantici in tempo specialmente delle esequie (8).

Designator era il primario ufficiale de'funerali.

Egli ordinava, oltre al rimanente, la marcia della funebre comitiva e veniva in essa preceduto da uno stuolo di altri ministri, vestiti a lutto (9).

Le ceremonie solite a praticarsi intorno ai defunti si riducono alle seguenti.

Giunto che era l'infermo agli estremi, gli si schieravano d'intorno i congiunti, come per riceverne lo spirito, ed uno di essi gli chiudeva gli occhi tosto che fosse spirato (10).

Ciò fatto chiamavano ad alta voce replicatamente l'estinto, e da ciò è derivata la frase latina conclamatum est per significare la perdita irreparabile di cosa.

Si collocava in seguito il cadavere sul suolo, il che esprimevasi colle parole cadaver deponere, e però depositus trovasi usato dai Latini in significato di mortuus (11).

Quindi veniva lavato con acqua calda e asperso di unguenti; e finalmente ammatato della veste corrispondente alla sua condizione o carica particolare, s'adagiava sopra un letto sull'entrata della casa coi piedi volti verso la strada (12).

Solevasi pure in tal occasione collocare innanzi al palagio dei Grandi un cipresso albero consacrato a Plutone (13).

Nell'ottavo dì dopo la morte efferebatur, cioè si trasportava il cadavero per lo più da alcuni dei parenti, accompagnato dagli altri in abito di duolo, preceduto dalle insegne proprie della sua dignità e dalle immagini degli antenati, non meno
che da una ordinata comitiva dei vari ministri de'funerali ed altre persone, con faci e strumenti musicali e seguito dai Liberti e dal popolo.

Se il morto era personaggio di un merito o grado distinto, veniva nel pubblico foro recitata in sua lode una orazione da uno de' parenti più prossimi.

Giunti al luogo della sepoltura e terminate le consuete esequie intorno al feretro ovvero al rogo, si raccoglievano nell'urna le reliquie dell'abbruciato cadavere, e quindi il Sacerdote spruzzava d'acqua per tre volte gli astanti con certo aspersorio fatto di rami d'olivo, ed una delle Prefiche licenziavali colla solita formola ilicet.

Allora i congiunti e gli amici del trapassato gli davano a gran voce un triplicato addio (14), e successivamente si seppelliva il cadavere o le sue ceneri (15).

Convien avvertire, che la maggior parte dei fin quì detti solenni riti si praticavano solamente nei funerali dei ricchi e ragguardevoli cittadini; laddove le persone volgari venivano portate al sepolcro da quattro ignobili ministri chiamati vespillones, dei quali si è parlato di sopra.

I funerali dei Principi e dei più distinti Magistrati soleano anche onorarsi collo spettacolo dei gladiatori, e nella milizia colla corsa di uno stuolo d'armati a cavallo (16).

Oltre alle vittime di varie specie che si immolavano d'innanzi al rogo (17), si gettavano in questo diversi aromi ed altri donativi dai circostanti, dappoichè vi era stato attaccato il fuoco (18).

Finalmente nelle esequie de' Grandi furono alle volte distribuiti al popolo de' comestibili, epulae, e anche delle carni, il che dicevasi visceratio, come ricavasi da Svetonio e da Livio (19).

(tratto da un antico testo del 1816 di cui si sconosce sia l'autore che il titolo)

  1. Centum errant annos volitantque haec littora circum. Eneid. l. 6.
  2. Cic. de Leg. l. 2, c. 22. At mihi quidem antiquis simum sepulturae genus id fuisse videtur, quo apud Xenophontem Cyrus utitur. Redditur enim corpus terrae, et italocatum ac situm quasi operimento matris obducitur: eo demque ritu in eo sepulcro, quod procul ad fontis aras regem nostrum Numam conditum accepimus, gentemque Cornelian usque ad memoriam nostram hac sepultura scimus 'esse usam. Caii Marii sitas reliquias apud Anienem dissipari jussit Sulla victor ... Quod haud scio, an timens suo corpori posse accidere, primus e Patriciis Corneliis cremari voluit. Fontis arae, era un luogo nella via Appia così detto dalla statua di un fonte ivi collocata.
  3. Questa seconda maniera di sepoltura era propria delle persone distinte per dignità o per nascita, e non fu praticata in Roma costantemente, nè fu comune in tempo della Repubblica neppure alle principali famiglie, come appare dal sopraccitato passo di Cicerone. Il P. Bonada Carm. ex ant. lapid. t. 1, diss. 3. ci fa sapere, che le reliquie dell'abbruciato cadavero si raccoglievano nel giorno seguente, lasciandosi intanto alla custodia di esse alcune determinate persone.
  4. Il privilegio di aver sepoltura entro il ricinto delle
    mura fu accordato per la prima volta a P. Postumio e a tutti i suoi discendenti dopo la vittoria da lui riportata dei Sabini insieme con M. Valerio fratello del celebre Poplicola suo collega nel consolato l'an. di R. 248.
  5. Nec satis apparet, cur versus factitet, utrum Minxerit in patrios cineres, an triste bidental Moverit incestus: certe furit.
  6. Qualche Autore dice che i funerali erano sempre preceduti dai sonatori di tromba o di flauto, e che la prima avea luogo nei funerali degli uomini ed il secondo in quelli delle femmine .
  7. Questo rito si accenna da Virgilio AEn. l. 6. dove parlasi dell'esequie fatte da' Trojani a Miseno: . . . . subjectam more parentum Aversi tenuere facem. Lo stesso impiego esercitavasi alle volte dai Consoli o da altri Magistrati per decreto del Senato . Bonada Carm. ex ant. lapid. t. 1 diss. 3.
  8. Secondo una legge delle dodici Tavole conservataci da Cicerone de Leg. l. 2, c. 25 era vietato alle donne graffiarsi le guance, e metter lai nei funerali.  Mulieres genas ne radunto, neve lessum (cioè flebili grida e lamenti) funeris ergo habento. Convien dire per altro che a tal legge col tempo non si avesse riguardo ne' funerali almeno de'ricchi, come risulta da più luoghi di antichi Scrittori. Il Poeta Cecilio sat. 22. così lasciò scritto: . . . . . . . . . mercede quae Conductae flent alieno in funere praeficae. Multo et capillos scindunt et clamant magis. E Orazio Art. poet. Ut qui conducti plorant in funere etc.
  9. Quindi Orazio ep. 7, l. 1 prese occasione di esprimersi nella seguente maniera per allusione alle malattie mortali che solevano dominare in Roma nel mese di Agosto: . . . . . dum ficus prima calorque, Designatorem decorat lictoribus atris. Vogliono alcuni dietro la scorta di Ulpiano, che il predetto ufiziale designator marciasse in fatti accompagnato da due littori; ma la spiegazione per noi recata sembra più verisimile e meglio fondata.
  10. Ovid. Trist. L. 3, eleg. 3. Nec mandata dabo , nec cum clamore supremo Languentes oculos claudet amica manus.
  11. Ovid. ivi Depositum nec me qui fleat, ullus erit.
  12. I Latini esprimevano tal ceremonia eoi termini cadaver componere è quindi Orazio in una satira del l. 1. disse in senso di seppellire: Omnes composui; E Virgilio: Ante diem clauso componet vesper Olympo.
  13. A tal rito allude Orazio ode 14. l. 2. ..... Neque harum quas colis arborum, Te praeter invisas cupressos, Ulla brevem dominum sequetur.
  14. Queste due ceremonie vengono mentovate da Virgilio En. l. 6. Idem (Chorinaeus) ter socios pura circumtulit undia. Spargens rore levi et ramo felicis olivae, Lustravitque viros dixitque novissima verba.
  15. Non convengono gli autori nel determinare in che consistessero le reliquie del cadavero che si raccoglievano dalla pira, dopo che ne era estinto il fuoco, affine di riporle nell'urna. Pensano alcuni che altro non fossero se non se gli avanzi delle ossa, non essendo possibile discernere le ceneri del defunto da quelle delle legna abbruciate. Che non fosse comune presso gli antichi l'uso di avvolgere i cadaveri con una tonaca di amianto prima di accender la pira, argomentasi dalla cura che si aveva di radunare le reliquie, dappoichè era spenta la fiamma. Sembra niente di meno che s'ingannino taluni nel riputare favoloso quanto raccontasi dell'amianto: poichè nella biblioteca Vaticana si conserva un'urna sepolcrale con entro una larga tela tessuta di simil materia. Si sa poi, che l'arte di preparare il suddetto fossile ad un uso di tal natura fu in parte rimessa in vigore. Una fettuccia tessuta di tal materia da persona vivente conservasi nel Museo Minerologico del Collegio Nazareno, la cui esatta descrizione acconciamente eseguita dal Petrini delle Scuole Pie uscì alla luce l'anno 1792 ed incontrò l'universale approvazione degli intendenti.
  16. Ter circum accensos cinctifulgentibus armis, Decurrere rogos, ter moestum funeris ignem Lustravere in equis ululatusque ore dedere. Virg. Eneid. l. 11, v. 88.
  17. Multa boum circa mactantur corpora morti, Setigeraequc sues, raptasque ex omnibus agris Inflammam jugulant pecudes. Virg. ibid.
  18. Ivi in occasione delle esequie fatte da Enea agli assenti compagni. Hinc alii spolia occisis direpta Latinis, Coniiciunt igni galeas ensesque decoros, Frenaque ferventesque rotas, pars munera nota Ipsorum clypeos et non felicia tela. E Stazio Silv. 5. . . . . . . Quis carmine digno Exequias et dona malae feralia pompae Perlegat l'Omne illic stipatum examine longo Ver Arabum Cilicumque fluit, floresque Sabaei, Indorumque arsura seges, praereptaque templis Thura Palaestini, simul Hebraeique liquores, Corrciaeque comae Cynarejaque germina . . .
  19. V. Suet. in Caes., et Liv. l. 39, c. 46. Chi fosse vago d' istruirsi più ampiamente nei diversi riti e nelle circostanze particolari de' funerali, può consultare il P. Bonada Carm, ex ant. lapid. t. 1, diss. 3, et 4.
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