Curiosità - Luigi Albano

Luigi Albano
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LUIGI
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Favola del Panciatantra. Il re delle rane domanda l'aiuto di un serpente.

Luigi Albano
Pubblicato da in Satire ed Epigrammi ·
In una certa vasca abitava una rana regina (il re delle rane) di nome Gangadatta.
Questa era molestata da' suoi agnati, salì dunque alla riva della vasca, e la abbandonò, pensando fra sè: In qualmodo posso io far del male a questi agnati? Pensando e ripensando, la rana regina (il re delle rane) vide un serpente nero, di nome Priyadarsana, nella sua tana.
Nell'osservarlo, pensò: Se io porto nella vasca questo nero serpente, io posso distruggere tutti gli agnati. Dopo avere ben considerato, s'accostò alla porta della buca e gridò: Vieni, vieni, Priyadarsana, vieni. — Il serpente, dopo avere inteso, pensò fra sè: Chi mi chiama non appartiene alla mia razza; perciò non ha voce di serpente. Eppure io non ho amicizia nel mondo con alcun altro essere. Perciò io rimango nella fortezza, finchè io non sappia chi egli sia.
Forse egli è un dotto di formole ed erbe magiche, che mi tende un agguato per acchiapparmi; o pure mi chiama alcun uomo per cagione di qualche uomo ch'egli odia. Quindi esso disse: Ohè! Chi sei tu? — Questi rispose: io sono la rana regina (il re delle rane), Gangadatta, e son venuto quà per far teco amicizia. — Avendo ciò inteso il serpente disse: Ah! questo non è possibile.
Da quando in quà la stoppa fa amicizia col fuoco? — Gangadatta rispose: Questo è vero purtroppo. Tu sei il nostro nemico naturale. Ma io vengo a te essendo disgraziato. — Il serpente aggiunse: Parla! Chi è cagione della tua disgrazia? — La rana rispose: I miei agnati. — Domandò il serpente: Dove è la tua abitazione? In un pantano, in un pozzo, in uno stagno od in un lago? Dimmi il luogo della tua dimora. La rana rispose: In una vasca. —
Il serpente disse: Io non ho piedi, non posso dunque recarmivi, ed anche se io mi reco colà, non vi è alcun luogo dove io possa rimanere e di là i tuoi agnati mettere a morte. Vattene perciò.
— Gangadatta aggiunse: Ah! vieni soltanto con me. Io ti insegnerò con un facile mezzo l'ingresso. Poichè vi è presso l' acqua una bellissima tana, tu puoi di là a tuo comodo impadronirti degli agnati.
— Avendo ciò inteso, pensò fra sè il serpente: Io sono già vecchio e spesso, costretto dalla fame, non riesco neppure a pigliare un topo. Perciò mi rallegra questo mezzo di sostenere la vita, che mi suggerisce costei per la distruzione della sua schiatta. Perciò io me ne andrò e mangierò quelle rane.
— Dopo avere così deciso, il serpente disse alla rana: Odi, Gangadatta, poichè la cosa è così, tu va' innanzi, perchè noi arriviamo al luogo. — Gangadatta disse: Odi, Priyadarsana, io ti condurrò facilmente e ti mostrerò il luogo. Ma tu devi risparmiare i miei partigiani; tu devi soltanto mangiare quelli che ti indicherò.
— Il serpente disse: Cara! ora tu sei diventata la mia amica. Secondo il tuo cenno, io mangerò i tuoi agnati. — Dopo aver così parlato, il serpente uscì dalla sua buca, abbracciò la rana e fecero la via insieme. Venuta sull'orlo della vasca, la rana regina guidò il serpente alla propria abitazione e di là gli mostrò un nascondiglio, indicandogli gli agnati.
Queste furono allora tutte senza eccezione divorate. Mancando quindi di rane, il serpente disse: Cara! I tuoi nemici sono intieramente distrutti. Ora, poichè tu mi hai portato quà, dammi alcun altro cibo.
— Gangadatta rispose, l'opera tua amichevole Ora è finita, perciò ora tu puoi partire.
— Il serpente rispose: Ohibò, Gangadatta, ciò che tu dici non è giusto. Come posso io andarmene? La buca che mi serviva di fortezza sarà ora stata presa da un altro. Perciò io rimango qui e tu mi darai ogni giorno una delle rane tue partigiane. Se tu non consenti, io le divoro tutte senza alcuna eccezione.
— Dopo avere inteso queste parole, Gangadatta pensò con grande spavento: Me misera, che cosa ho io mai fatto nel menar qua costui? Se io mi rifiuto, egli le divorerà tutte senza eccezione. Perciò io ne darò ogni giorno una, sia pure un' amica.
Dopo avere cosi deciso, egli consegnò sempre al serpente una rana amica; il serpente se la mangiò e quando non era osservato, anche parecchie altre.
Alfine però, quando le altre rane erano già tutte mangiate, il serpente mangiò lo stesso figlio di Gangadatta, Jamunàdatta.
Quando Gangadatta ebbe osservato che il figlio era stato divorato, gridò amorosamente: Ahimè! Ahimè! e non cessò un solo momento di lamentarsi. Perciò la sua moglie gli disse : Di che ti lagni, se tu stesso sei l'assassino della tua stirpe infelice? Ora, poichè la tua stirpe è distrutta, chi ci proteggerà?
Perciò pensa o alla tua fuga o ad un mezzo di uccidere il serpente! — Allora Priyadarsana gli disse: Cara! Ho fame. Tutte le rane sono distrutte.
Tu rimani. Perciò dammi qualche cosa da mangiare, poichè mi hai quà menato. — Il re delle rane disse: Amico, fin che io vivo, non darti pensiero. Se tu mi vuoi lasciar partire, io persuaderò altre rane che si trovano in altra vasca a recarsi quà.
— Il serpente rispose: Fin qui io non devo mangiarti, poichè tu mi sei fratello. Se tu fai quello che hai in mente, io ti onorerò come un padre. Perciò fa' pure quello che hai detto.
— La rana, ciò inteso, promesse a parecchie divinità sacrificii se la salvavano, e uscì dalla vasca per non fare più ritorno. (Fonte: Angelo De Gubernatis, 1884)



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© Luigi Albano 2017
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