La Costellazione di Orione - Luigi Albano

Luigi Albano
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La Costellazione di Orione

Ci sono molteplici studi che tendono a correlare la costellazione di Orione con la nascita della nostra civiltà, anche lo studioso Mauro Biglino laidentifica come possibile luogo di origine degli alieni che sono intervenuti sul nostro pianeta”, ma conosciamo la “storia” di Orione?, è veramente esistito? com’è nato, com’è morto e perché?

Orione: famoso gigante?, secondo Ovidio, Igino, Tzetzes, Servio e Latanzio, nato dall'urina di Giove, di Nettuno e di Mercurio (questa triplice paternità gli fece dare il nome di Tripater), ecco di seguito il modo con cui i citati autori narrano la sua origine.

Un bifolco di Beozia che Ovidio, Igino e Tzetzes chiamano Irieo, o Ireo, sul tramontare del giorno, scorgendo dinanzi alla propria capanna tre viaggiatori, fu sollecito di offrire loro l'ospitalità. Quei viaggiatori erano Giove, Nettuno e Mercurio i quali non giudicarono opportuno di farsi tosto conoscere, volendo prima vedere in qual modo fossero trattati. Il bifolco presentò loro tutto ciò che aveva di meglio; dopo aver egli versato del vino nella tazza di Nettuno, questi gli disse di versarne anche in quella di Giove, che nel tempo stesso egli additò. Al nome di Giove, il bifolco impallidì, audito palluit ille Jove, ma rinvenuto dalla sorpresa, corse ad immolare ai suoi un giovane toro; Giove, mosso dalla pietà per lui, gli chiese che poteva chiedere una grazia con la certezza di ottenerla. Ireo rispose che nulla gli mancava per essere felice, fuorché avere un figlio senza obbligarlo a maritarsi, poichè egli aveva con giuramento promesso a sua moglie, morta da poco di non maritarsi mai. Gli Dei allora, avendo fatto portare la pelle del toro poco prima immolato, vi sparsero la loro urina, la piegarono e ordinarono a Ireo di seppellirla nel suo giardino e di ritirarnela dopo nove mesi. Avendo il bifolco eseguito i loro ordini, trovò un bambino ravvolto nella pelle, e prese ad allevarlo. Gli diede il nome d'Urion ab urina del quale in seguito fu cambiata la prima lettera in "O" come dice Ovidio: = Perdidit antiquum littera prima sonum.

In brevissimo tempo divenne egli di una prodigiosa grandezza, Diana lo prese al suo servizio e lo nominò suo custode e ministro. = Ille Deae custos, ille satelles erat. Si dice che Orione fosse dotato di tanta bellezza e  che la Dea, quantunque casta, arse d'amore per lui.  (Ovid. Fast. l. 5, v. 495 e 535. – Igin.fab. 195. – Id. Poet. Astr. l. 2, c. 34 – Tzetzes, in Iy cophr. v. 328. – Servius, in l. 1. Aen. v. 539. – Lactant. ad Statii Theb. l. 3, v. 27; l. 6 . v. 237. – Hom. Odiss. l. 5, v. 12 r.)

Quest'ultimo autore, per dare una grande idea della bellezza di Oto e di Efialte, figliuoli di Nettuno, dice che non era inferiore a quella d'Orione. Virgilio dipinge quest'ultimo scendente dall'alte montagne, appoggiato al tronco di un antico olmo, e mentre i suoi piedi toccano il suolo è nelle nubi nascosto il suo capo. Egli cammina attraverso delle vaste paludi di Nereo, e le sue spalle dominano sull'acque. (Odiss. l. 11 , v. 309 – Virg. Eneid. l. Io, v. 763.)

Ferecide, citato da Apollodoro, dice che Orione era figliuolo di Nettuno e di Euriala, figlia di Minosse e che suo padre gli aveva dato il privilegio di camminare a piede asciutto attraverso i mari. Apollodoro pretende che Orione, come gli altri giganti, sia figliuolo della Terra. Aveva egli avuta per moglie una ninfa chiamata Sida, alla quale, per aver osato di vantarsi più bella di Giunone, fu da quest'ultima punita con la morte. Divenuto in seguito amante di Ero, o Merope, figliuola di Enopione, re dell'isola di Chio, la domandò in sposa; ma, non volendo Enopione un genero di gigantesca razza, promise di accordargliela, ove però avesse egli purgato la sua isola da tutte le feroci belve da cui era infestata; cosa che fu da Orione in brevissimo tempo eseguita. Nulladimeno il re di Chio, persistendo sempre nell'intenzione di non mantenere la data parola, ubriacò l'amante della propria figlia, gli bruciò gli occhi mentre egli dormiva e lo lasciò sulla riva del mare ove si era sdraiato. Rinvenuto Orione dalla sua ubriachezza e dal suo dolore, guidato dallo strepito d'alcuni fabbri, rivolse il passo ad una fucina e, avendo preso sugli omeri un giovinetto, lo pregò di condurlo verso il luogo ove spunta il sole. Ivi, il viso rivolto ai raggi di quell'astro si dice, che egli recuperò la vista e  mosse a vendicarsi della crudeltà di Enopione.

Apollodoro, Partennio ed Igino, i quali narrano questa favola, non dicono però quale specie di castigo egli abbia dato. Il primo aggiunge che, divenuto celebre nell'arte di Vulcano, Orione edificò un sotterraneo palagio a Nettuno e che l'Aurora, per opera di Venere, divenuta amante di lui, per punirla della sua troppa famigliarità con Marte, lo rapì e lo trasportò nell'isola di Delo. Omero dice che Diana, ferita dalla gelosia, lo fece morire nell'isola d'Ortigia a colpi di freccia. Altri pretendono che questa Dea lo abbia ucciso, perchè aveva egli voluto violare Opi, una delle sue compagne o, secondo Igino, perchè aveva tentato di fare violenza alla Dea stessa.

Ovidio dice che Orione perì per la puntura di uno scorpione che fu espressamente dalla Terra generato, onde punirlo d'essersi vantato che non vi erano sulla terra nessuna bestia a cui egli non fosse in grado di resistere. - (hom. Odyss. L. 5, v. 121. – Apollod. L. I, c. 10. – Pherecyd. apud Apollod. – Parthen. Erotic. c. 20.- Ovid. Fast. L. 5, v. 540. – Hygin, Fab. 195. – Palaephat. de Incred. c. 8. – Schol. Hom. ad Iliad. L. 18, v. 488. – Eustath. ad Iliad. L. 17, v. 200 – Schol. Euripid. in Hecuba V. 1088).-

Diodoro di Sicilia dice che Orione fu un rinomato cacciatore, che per la sua alta statura e per la sua forza, tutti i più celebri eroi vantaggiò. Secondo questo autore, Orione passò nella Sicilia nel tempo in cui vi si edificava la città di Zancle, in seguito conosciuta sotto il nome di Messina e fu l'inventore dei lavori cui egli stesso diresse, specialmente presiedette alla costruzione del porto di quella città. Fu anche detto che per garantire la costa della Sicilia dai frequenti straripamenti del mare, mediante il trasporto d'una grande quantità di terra formò, secondo Esiodo, il capo Peloro sul quale edificò il tempio di Nettuno, che vi si vedeva al tempo di Tiberio, ed era dai Siciliani assai venerato. – (Diod. Sic. L. 4, sub fin. - Hesiod. apud Diod. loc. cit.)

Ulisse incontra Orione nell'inferno, narrando la sua discesa in quei tenebrosi luoghi, così egli si esprime: “Ne' prati che circondano quelle rive, io vidi Orione che ferocemente assaliva alcuni selvaggi mostri, altre volte nelle foreste da lui percossi a colpi di clava, e da suoi dardi abbattuti. Ei tuttavia gl'insegue, e quel formidabile gigante contro essi l'invitto suo valore va sempre più segnalando” (Odis. L. II).

Tutti gli antichi sono concordi nel dire che Orione, dopo la sua morte, fu collocato in cielo ove forma, sotto il suo nome, la più brillante delle costellazioni. È quella stessa, dice Isidoro, che i latini appellano Jugula.

I poeti la indicano, sotto il nome d'Orione o Oarione. – (Eratosth. Catast. c. 7 e 23. – Palaephat. c. 8. – Hygyn. ſab. 195 et in Poét. Astr. l. 2, c. 34 ; l. 3, c. 33. – Philostr. iunior. Icon. c. 10. Theo ad Aratum, p. 36, 37, 38, 73, 77 e 81. Schol. Hom. Iliad. l. 18, v. 488. – Plut. de Iside et Osirid. – Hesiod. Oper. et Dies, v. 609. - Ovid. Fast. l. 5, v. 545; l. 6, v. 788. – Id. Met. l. 8, v. 207; l. 13, v. 294. - Catull. de Comd Beren. Ep. 67, v. 94. – Propert. l. 2. Eleg. 13, v. 51. Eleg. 2o, v. 56. – Virg. A n. l. 1, v. 535; – Horat. Carm. L. 2. Od. 13, v. 39; l. 3. Od. 4, v. 71. Od. 27, v. 18; l. 5. Od. 10, v. 10. Od. 15, v. 7. – Lucan. L. 1, v. 665; L. 9 , v. 836. – Val. Flacc. l. 1, v. 647 ; l. 2, v. 62 et 5o8; l. 4, v. 123.)

Ciò che Nicandro, Corinna e Ovidio narrano delle figliuole d'Orione, merita un accenno in questo articolo.

Essendo la Beozia desolata da crudele pestilenza, i Tebani  dall'oracolo ottennero in risposta che sarebbero stati liberati da siffatto flagello, allorquando due principesse del sangue degli DEI si fossero immolate per la salvezza della loro patria. Le generose figliuole di Orione, Menippe e Metioche, le quali traevano la loro origine da Nettuno, ed erano state dalla stessa Diana con molta cura allevate e a cui Venere e Minerva avevano arricchite dei loro più preziosi doni, volontariamente si offrirono in sacrificio con un intrepidezza al loro sesso superiore.

L'una di esse, dice Ovidio (Met. L. 13), presentò la gola a colui che dovea immolarla, mentre l'altra si immergeva un pugnale nel petto. Il popolo, che avevano salvato con siffatto sacrificio, fece loro dei magnifici funerali e pose il rogo nel più eminente luogo della città. Affichè un sangue sì caro non perisse con quelle eroine, si vide uscir dalle loro ceneri due giovinetti con corone sul capo, i quali fecero gli onori della funebre pompa e portarono il nome di coronati. Secondo altri, Plutone e Proserpina, quest'ultima la versione romana della dea greca Persefone, toccati dalla infelice sorte di quelle due giovani coraggiose eroine, ne rapirono i corpi e dalla terra del loro sangue bagnata, si videro uscire due stelle che, in forma di corone, al cielo spiegarono il volo. – (Nicand. in l. 4. Heterocumenon, et Corinna in L. 1. Alteratorum, apud Antonin. Liberalem c. 25. – Ovid. Alet. l. 13, v. 693.)

Gli Arabi, nella loro mitologia, fanno della costellazione di Orione una delicatissima donna, mentre i Greci ne formano un eroe vincitore di feroci belve e che nei suoi amorosi intrighi si erano alle sagge Ninfe e alle severe Dee reso formidabile. Igino dice che a stento, potè Diana salvarsi dalle mani di lui. Allorchè fu egli trasportato in cielo presso le Pleiadi, la sua vicinanza parve alla divina Elettra cotanto pericolosa che per sottrarre ella e le sue proprie sorelle, si recò sino al polo artico ove corse a nascondersi.

Fourmont (Mem. dell' Accad. dell'Iscriz. L. 14) ci ha dato una memoria in cui egli riferisce la favola d'Orione alla storia corrotta del patriarca Abramo. Siffatta memoria è piena d'erudizione, ma anche di congetture e di supposizioni tanto ricercate, che non possono controbilanciare il sentimento di coloro i quali opinano che la storia dei patriarchi del popolo di Dio, fosse all'antica Grecia ignota.

La favola d'Orione è stata meglio spiegata dal sig. Habaud di Saint-Etienne, nel modo seguente: ""Allorchè il Sole, dic'egli, passa dal segno dell'Aquario in quello dei Pesci, esce dall'onde una gigantesca costellazione che gli antichi temevano infinitamente a motivo dei funesti influssi che a lei attribuivano: la chiamavano Nimbosus Orion, ed il suo levarsi era foriero di tempeste. Questa costellazione occupava molto spazio nel cielo, quindi venne gigante appellata; e nelle enormi sfere di cui hanno fatto uso alcuni antichi astronomi, doveva avere quasi quaranta piedi di altezza. Secondo ciò che io ho detto altrove, cioè, che le relazioni delle costellazioni erano raccontate come avventure, debbonsi nella storia d'Orione trovar tutte le costellazioni colle quali egli ha qualche relazione. Debbo dunque incominciare dal dipingere il mio eroe, non che i celesti coi quali egli ha rapporto. Il circolo equinoziale, dice Igino, divide Orione alla cintura: egli è situato in modo ch'ei combatte col toro; la destra sua mano è armata d'una clava, è cinto d'una spada, ed ha il viso rivolto all' occidente. Quando egli tramonta, spunta la coda dello Scorpione e poscia il Sagittario. Aggiungiamo alcuni altri tratti dietro l’opinione di altri mitologi. Ciò che Orione tiene dalla sinistra mano è un velo; colla destra ei porta una spada; a suoi piedi sta una lepre; di dietro a lui veggonsi due cani che la inseguono. Il sinistro suo piede è immerso nel fiume celeste; il destro riposa presso della lepre. Di contro a lui e sulla fronte del toro, stanno le Jadi. Queste cinque stelle erano sorelle; venivan esse rappresentate sotto la figura di giovani donzelle, e disposte nel seguente modo: una ve n'era sopra ogni corno del toro; una sulla fronte, ed un'altra sopra ciascuna delle sue nari (Ger manic. Caesar. in Arati Phaenom.). Queste donzelle, al paragone del gigante Orione, dovean essere di piccola statura. Tale è l'eroe di cui ne fu trasmessa la storia; ecco la fisica sua posizione nel cielo; ecco il dettaglio delle sue avventure, a questo enorme gigante, dicono i mitologi, è un terribile cacciatore che insegue gli animali; ei nutre dei cani che lo accompagnano. Egli ha il potere di camminare sulla terra e sullacqua; quand'ei traversa il seno di Nereo, le onde non giungongli alla cintura. Eccolo intento ad inseguire le Jadi per far loro violenza, esse non possono da lui sottrarsi se non secol precipitarsi nell'onde; egli assale il toro istesso che colle proprie corna lo colpisce; il velo ch'ei tiene in mano, è quello di Diana: cotesto audace mortale osò di rapirglielo mentre stava alla caccia con essa, e de' suoi attentati la minacciò, ma la Dea, tratta da giusto sdegno, fece uscir di sotterra uno scorpione che lo uccise, punizione a suoi delitti ben dovuta.""

Ecco una storia che nella poesia del firmamento è naturale mentre sarebbe stravagante sulla terra; e se fosse possibile che in Beozia vi fosse stato un gigante di tale statura al quale fossero avvenute tali avventure, confesso che sembra impossibile immaginare una plausibile ragione per la quale si sia pensato di collocare la sua figura nel cielo, con tutti gli animali che servono a comporre la sua storia. E' dunque evidente essere questa una storia astronomica e le relazioni sono troppo convincenti per poterne impugnare l'esistenza.

Gli animali da cui è seguito Orione, gli hanno fatto dare il nome di cacciatore; l'enorme sua statura lo fece appellare il gigante; egli non ha giammai combattuto altro Toro fuorchè il celeste; e le Jadi, che lanciansi nell'onde, per sottrarsi alle sue persecuzioni, giammai non vissero sulla terra. L'acqua sulla quale cammina e sulla quale egli s'innalza, altro non è che l'Eridano, il celeste fiume, secondo Esiodo, figlio di Nereo. Se egli ha rapito il velo di Diana, ciò avviene perchè la Luna era dipinta nel segno del Toro e che questo segno era di suo dominio; se egli muore per la puntura di uno scorpione che esce da sotterra, si indica perchè la coda dello Scorpione si leva quando Orione tramonta.

La morte di Orione si attribuiscea Diana, ma in diversa maniera; essa lo trafisse, si dice con una freccia a motivo della sua insolenza; ma se si osserva che la freccia del Sagittario si leva come la coda dello Scorpione, cioè quando Orione tramonta e che Diana al Sagittario presiedeva, chiaramente si vedrà esser questa una morte astronomica.

Il mese del Sagittario stabilisce l'epoca la più favorevole per la caccia e questo è ciò che significavano la freccia che il sagittario aveva ai suoi piedi, quella che egli lanciava e la cacciagione di cui egli era carico. La belva che Orione tiene è il cinghiale distruttore delle viti che lui sta per immolare. La Luna, che a tal mese presiedeva, era Diana cacciatrice. Basta ciò a provare che Orione non è giammai esistito sulla terra; che i fatti a lui attribuiti sono ridicoli secondo il corso delle umane vicende; ma che invece sono ragionevoli nel cielo, ove si voglia dare luogo all'allegoria.

Io non mi fermo a rilevare l'assurdità della nascita d'Orione, dei suoi viaggi; a Chilo e a Delo, delle avventure di un uomo con la luna, della sua audacia riguardo ad alcune stelle e non voglio avvilire la critica al punto di provare che nè il raziocinio, nè i fatti permettono di credere all'esistenza di codesto gigante eroe.

(Tratto:da Costellazione di Orione, pubblicato nell’anno 1828, autori: Cav. Orlando Fanelli, Girolamo Pozzoli, Fr. Noel, Prof. Felice Romani e dal dr. Antonio Peracchi)

Fonte immagini: prima - seconda - terza - quarta - quinta
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