Gli Spadonari della Valle di Susa - Luigi Albano

Luigi Albano
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FESTA DI SANTA CECILIA IN VAL DI SUSA

La valle di Susa, tanto ordinariamente grave e diremmo accigliata per le erte roccie che la circondano; per le mute castella, avanzo de' tempi feudali, onde appaiono incoronati i cento poggi sorgenti nel tortuoso suo seno; per la venerevole Sacra di San Michele che sovrasta, custode d'augusti sepolcri, alla rupe severa che ne segna l'ingresso meridionale; e finalmente per le nevose creste delle Alpi vicine, allegrasi e sorride, in questi giorni presenti, di una festa popolare, la quale sia che riguardisi all'onesto scopo cui tende, come alla ponderata economia che ne governa i particolari, merita di essere noverata fra le più benefiche consuetudini che mai ponessero radice ne' municipii italiani, e vuolsi perciò far conoscere e ricordare, così a lode del virtuoso popolo che la tiene in osservanza, come ad altrui utile ed imitabile esempio.

Ella è questa la Festa di Santa Cecilia, della quale ecco, in compendio, l'origine, il modo e le principali storiche vicende, secondo che ne venne fatto sul luogo raccoglierle da persone fornite a dovizia di lumi e di cortesia.

L'istituzione de popolari convegni e festeggiamenti annualmente celebrati nella Valle di Susa sotto il patronato di santa Cecilia, risale a tempi ormai ben remoti, quantunque sia arduo e forse impossibile indicare l'epoca precisa in cui ne surse il pensiero.

E tre sono, propriamente parlando, le mete alle quali cotesta annua solennità è rivolta: la prima, cioè, di propagare e radicare nelle popolazioni che abitano la valle gli studi musicali, possente e soavissimo germe di gentilezza: la seconda, di far sì che questi studi medesimi diventino, giusta la nativa missione delle scienze in genere e della musica in ispecie, un vincolo di affettuosa fratellanza, il quale unisca gli abitanti delle varie ville, annientando, per dir così, le distanze spesso note che la natura de siti pone fra loro; la terza, in fine, di afforzare questo dolce vincolo medesimo col valido intervento della Religione, chiamando a benedirlo quella santa Cecilia, la quale, salutata nel mondo cattolico reina de' suoni e proteggitrice di coloro che li coltivano, parve, a buon diritto, meritare il tributo di una festa tutta improntata di casta ed affettuosa armonia.

Non occorrono, per fermo, commenti onde far manifesto quanto tesoro di saggezza e di amore alberghi in quest' ingenuo pensiero.

Ma se mirabile, nonchè commendevole, si è l'idea fondamentale della festa di cui parliamo, non meno acconci, non men commendevoli sono i canoni e le discipline imaginate per darle forma, per conseguire che l'eseguimento del nobile disegno corrispondesse in tutto alla mente de' fondatori, e non si trasmutasse, come
era da temersi, in goffo e dispregevole baccanale.

Le quali discipline, dopo poche modificazioni via via introdottevi a seconda de' tempi, riduconsi oggidi alle basi sostanziali seguenti:
  1. Una specie di musicale federazione congiunge tutte le principali ville e castella della vallata;
  2. È espressamente vietato che cotesta confederazione estendasi al di là dei confini della valle, nel qual caso fallirebbesi, in gran parte, allo scopo, e 'l congregarsi produrrebbe incomodi ed inconvenienti gravissimi;
  3. Appartengono a questa geniale e pacifica confederazione tutte quelle ville e luoghi, in cui gli studi musicali sono tanto coltivati, da trovarvisi un numero di dilettanti capace a comporre un discreto corpo di musica, o come tecnicamente dicesi, una banda;
  4. Ognuna di tali bande o musiche figura nella confederazione sotto il titolo di Decuria, ed è capitanata da un Decurione, il quale, ne' momenti di comparsa, la precede portando in mano il vessillo del sito o Comune della Decuria;
  5. Oltre cotesto vessillo o stendardo, gli uomini di ogni Decuria sono distinti da una speciale insegna, quale sarebbe un cappio, od altro fregio consimile;
  6. Gli è uffizio dei Decurioni il procacciare che gli studi musicali coltivinsi, lungo l'anno, con sufficiente caldezza dagli uomini loro dipendenti, e il disporre quanto occorre affinchè, giunta l'epoca della generale riunione delle varie Decurie, la banda da essi governata non iscapiti e sfiguri a petto delle altre;
  7. Il giorno di santa Cecilia si è quello tra scelto per l'annua congrega generale, la quale tiensi in una delle varie residenze delle Decurie, scelta a pluralità di voti nella congrega antecedente;
  8. Una serie di solennità e di divertimenti più o meno ricchi, più o meno svariati, secondo che lo zelo del direttori della festa o l'indole del luogo trascelto seppero apprestarli, orna e rende piacevolissima cotale ricorrenza della congrega generale, in cui tutte le Decurie vengono a far prova del rispettivo valore, del progressi fatti nell'anno, ed a stringersi in un comune amplesso fraterno;
  9. Si la partenza delle Decurie pel sito destinato alla congrega, come il loro ritorno, operasi in corpo ed in forma solenne, precedente il Decurione e lo stendardo detto di sopra;
  10. Qualunque siano i particolari della festa (intorno ai quali travagliansi con accesissima cura i direttori deputati a prepararla e governarla, regnando in ciò una onesta gara impossibile a dirsi), è sempre inteso che parti principali ed essenzialissimedella medesima siano: 1º il solenne ricevimento delle varie Decurie nella sede della riunione; 2° la solenne processione delle Decurie riunite verso il tempio maggiore, ove celebrasi con devota e solenne pompa la solennità della Santa; 3º il comune generale banchetto delle Decurie, sedute a ricca e lietissima mensa, per lo più all'aperto, e sotto ampie tende, decorate di bandiere, trofei, fronde, archi, iscrizioni, nel modo più pittorico e dilettoso;
  11. A queste, per dir così, primarie parti della festa, aggiungonsi, ordinariamente, quanti modi di lieto sollazzo e di recreamento sogliono da noi porsi avanti in simili congiunture, e cosi macchine di fuochi artifiziati, corse, luminarie, spari di bombe e di mortaretti, giuochi e scherzi di varie guisa nelle vie e nelle piazze, o ne' prati circostanti, con altre mille piacevolezze consimili, e soprattutto pomposi ed animatissimi balli, i quali durano bene spesso sino a giorno fatto;
  12. Quantunque le Decurie sieno, propriamente parlando, il protagonista e l'argomento della festa, qualunque civile persona può non pertanto entrare a parte delle loro gioie e del loro tripudii associandosi ad una di esse Decurie, mediante la compera del distintivo o cappio che la rappresenta, la qual compera ottiensi collo sborso di alcune lire, appena compensanti le spese del banchetto a cui hassi pur diritto d'intervenire.

Questi sono i principali caratteri della festa di cui facciamo discorso.

Ma se essi bastano a dare una pallida imagine dell'indole di lei generale, ed a far vedere quanto vago e lodevole trovato sia dessa, non crediamo però che possansi con parole descrivere i cento soavissimi quadri che da essa nascono, e quel meraviglioso assieme di allegria, di pietà, di concordia che in essa campeggia.

Noi assistemmo, in fatti, a tale singolarissimo festeggiamento l'anno ultimo (1842), e benchè al nostro cuore non giungesse nuovo questo genere di prova, confessiamo candidamente che rado o non mai ci accadde di sentirlo tanto beatamente scosso e contento quanto in quel giorno.

Stupendo spettacolo porgevano soprattutto le Decurie scendenti, quasi rigagnoli, dagli alti monti ove stanno i villerecci loro abituri, al suono di strumenti, i quali facean fede della coltura e della gentilezza regnanti fra quelle rupi che sembrano segregrate dal mondo.

Nè meno consolanti o meno grate a vedersi erano le vie della antichissima Susa tutte addobbate a festa, tutte eccheggianti dalle note de' migliori maestri italiani, e ciò tra un' armonia di cuori, tra una serenità di volti, che trasmutava una numerosissima calca di genti strane e diverse, in una riunione di famiglia, in una vera assemblea di fratelli.

Nè mai avverrà per fermo che la memoria di quelle ore dolcissime si cancelli dalla nostra mente, ove sta impressa, unita alla ricordanza dell'insigne bontà e cortesia che ci venne in tale incontro addimostrata da que cittadini.

L'intaglio che noi ponemmo in fronte a questi nostri cenni, brevi e disadorni troppo per corrispondere degnamente alla natura dell'argomento, affigura una delle particolarità che rendono peregrine le mentovate processioni delle Decurie.

Sono due o
più uomini del contado, appositamente scelti ed ammaestrati, i quali indossate non so quali strane e miste assise del medio evo, e stretti certi enormi spadoni, procedono in capo alla comitiva, ballando una specie di moresca, o danza pirrica, piena di inusati salti e rivolgimenti, ed intramezzata da finte battaglie ed incrocicchiamenti di spade, i quali se riescono curiosissimi a vedersi, male però potrebbero con parole significarsi.

Ma intorno a questo singolare episodio della festa segusina, giova udire le parole di un gaio ed elettissimo ingegno di quella valle, il quale richiesto da noi di alcuna notizia a spiegazione della nostra imagine, così ce ne scriveva: "Gli spadeggiatori, o come si chiamano in dialetto spadonè, sono una truppa di due, quattro, od otto individui stranamente vestiti, come nell'unito modello. Essi intervengono a tutte le grandi funzioni o sacre o profane: processioni, balli, unioni di filarmonici, nozze, passaggi o arrivi di gran personaggi, ecc. La loro origine si fa da taluno risalire al tempo de' gladiatori romani. Da altri ai tempi cavallereschi."

Pare a me che si abbiano a ripetere dai tempi feudali, quando ogni tirannetto, ogni conte, o barone, o marchese, o che so io aveva i suoi musici, i suoi mimi, i suoi buffoni, i suoi falconisti, ecc., per divertirsene.

In prova di ciò gli spadeggiatori nostri si mantennero appunto, e si trovano presentemente ancora in quel villaggi dove era una volta qualche castello feudale.

Così il villaggio di Giaglione ha ancora l'antico suo castello del conte di Giaglione, e Giaglione ha gli spadeggiatori.

Così San Giorio, così Chiamonte.

I due spadeggiatori di cui nell'annesso quadro, sono propriamente di Venaus, e Venaus non avea castello.

Ma in primo luogo è a ritenersi che Venaus era un luogo destinato alla caccia per quei signori, como lo indica l'etimologia Venantium, venatio: cosicchè è tutto probabile che nelle gran partite di caccia anche gli spadeggiatori intervenissero, e vi si siano trapiantati.

Poi, essendosi veduto col tempo che quella truppa serviva al decoro delle grandi funzioni, non è a stupire che
i vicini villaggi abbiano cercato d'aver anch'essi la loro truppa, come diffatti anche il villaggio di Meana già l'adottò, essendovi in Giaglione un maestro che ne' giorni festivi vi si reca a dare le sue lezioni.

Gli spadeggiatori non camminano mai passo passo, ma a salti a salti l'un dopo l'altro, o a due a due: fatti due salti in avanti, il primo spadeggiatore si volge indietro, batte la lama della sua lunga spada contro quella del compagno che gli vien dietro, e poi torna a far due passi, e poi torna a toccar la spada, e via via.

Quando la brigata, la processione, ecc. si ferma, gli spadeggiatori si fermano anch'essi, ma in una posizione guerriera, cioè colla mano sinistra sul fianco, colla destra orizzontalmente distesa, tenendo impugnato il manico dello spadone, la cui punta va ad appoggiare in terra.

Le figure poi, i giuochi, i salti, le parate, le contorsioni, le smorfie somme che questi strani visacci fanno allorchè travagliano, sono infinite.

Ora si abbassano tutti due, o tutti quattro, o tutti otto quasi a terra, tenendo i rispettivi spadoni a due mani quasi che vogliano forbirne la lama sul suolo.

Ora gettano gli spadoni in aria capovolti, e li riprendono con assai maestria pel manico.

Ora si cambiano in aria i rispettivi spadoni gittandoseli l'un l'altro a non poca distanza.

Il quadro annesso rappresenta due spadeggiatori nell'atto che, alzando la destra sopra il capo e quasi dietro le spalle, ritirano al quanto la gamba sinistra, e fanno sì che la punta dello spadone vada a toccar la suola della scarpa.

È da osservarsi la serietà con cui si eseguiscono quelle buffonate: ed è anche da aggiungersi che sarebbe imprudenza il farsi beffa di loro: imperciocchè credendo essi di fare una gran bella cosa, e di essere poco meno che benemeriti della patria, il dare altrui quattro piattonate sulla schiena sarebbe per essi atto di giustizia, cosa meritoria.

Il pittore ha dimenticato i molti nastri che dall'elmo pendono giù della schiena.

Gli ornamenti sono tutti d'oro finto, di fiori finti, di frangie ed altre fanciullaggini consimili.

E tanto basta.


Torino, 1843 Cav. BARATTA

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